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“Quella ferrovia del porto non s’ha da fare”, la città non la vuole
15 dicembre 2020

Inizia a prendere forma il “Comitato no terminal”, ovvero la rete di soggetti politici, associazioni, gruppi informali di cittadinanza attiva che intendono dare battaglia all’Amministrazione sull’iniziativa del terminal ferroviario legato al Nuovo Porto Commerciale di Molfetta. La mobilitazione prende il via dalle forze di opposizione di sinistra in consiglio comunale (Sinistra Italiana, Compagni di Strada e Rifondazione Comunista), che hanno chiesto tramite l’accesso agli atti delle consigliere Silvia Rana e Paola De Candia tutte le carte del “progetto di San Lorenzo”, quello depositato il 10 agosto con nota numero 54058 dalla Società ISTOP SPAMAT Srl di Molfetta. Anche Legambiente ha avviato un’istruttoria e gruppi informali di cittadini, tra cui alcune famiglie interessate dai possibili e improvvisi espropri, hanno avviato una serie di sopralluoghi nell’ampia area che potrebbe essere travolta da questa ennesima cementificazione, con lo scopo di mettere a punto iniziative di ogni genere per fermare l’opera. Prossima azione programmata: inviare copia del progetto e della delibera che lo ha acquisito e approvato (la 186 del 23 settembre scorso, con Gabriella Azzollini del PD unico assessore assente), all’Autorità di Bacino e alla Soprintendenza, per verificare l’esistenza o meno delle compatibilità idrogeologiche e paesaggistiche. Secondo quanto scritto nella delibera 186, il terminal valorizzerà e potenzierà il Nuovo Porto Commerciale. Il costo stimato dell’investimento è di 70 milioni e l’opera interesserà un’area di 12,5 ettari. Ma le domande dei cittadini sono tante, tutte lecite. Prima su tutte: come si può pensare alle opere complementari a quelle del Nuovo Porto Commerciale se, ad oggi, non ci sono certezze alcune circa il completamento dell’intera opera portuale, oltre i famosi lavori di messa in sicurezza? Con una complessità in più, sopraggiunta con il “caso Appaltopoli”. Ovvero: parte dei lavori del Nuovo Porto Commerciale sono finiti di nuovo “sub iudice”, poiché tra i cantieri sotto osservazione della nuova inchiesta c’è anche quello legato alla ripresa dei lavori nell’area del Nuovo Porto, nonché alle bonifiche da ordigni bellici. Lavori già di per sé molto controversi, per due ordini di ragioni. Primo: a fragilità societaria ed economica della RTI Molfetta Newport, che versa in acque economiche molto agitate, poiché che la capofila CMC di Ravenna è in concordato preventivo con continuità aziendale, come peraltro lo è la società Pietro CIDONIO. Nonostante la precarietà economica delle appaltatrici, il comune ha deciso di pagare stati di avanzamento e riserve pregresse per 8 milioni e mezzo di euro, questione discussa e discutibile. Secondo: la spada di Damocle del procedimento penale legato all’appalto. Il cosiddetto processo D’Artagnan, nome della famosa diga della Cmc, unica nel suo genere, a cui si lega l’ipotesi del bando-fotografia attorno a cui sono ruotate molte delle accuse alla base del procedimento penale partito a valle del sequestro dell’ottobre 2013, processo che entra nella sua fase d’appello dopo le assoluzioni e le condanne ultralight della prima fase. Non dimentichiamo nemmeno la questione del secondo parere Anac che, con chiarezza, autorizza di fatto i soli lavori di messa in sicurezza, lasciando aperta la questione del completamento del progetto complessivo. Con il cantiere del Nuovo Porto ancora nel caos (e la ripresa dei lavori affidata a un subappalto) e decine e decine di tetrapodi – i giganti di cemento armato che sarebbero serviti al completamento del molo di sovraflutto – abbandonati lungo le campagne della costa di Ponente, a due passi da Cala San Giacomo, l’Amministrazione ha avuto la sfrenata audacia di dare il via a una progettualità parallela, accelerando sugli espropri di oltre 12 ettari di agro. Area interessata da olivi, frutteti, imprese agricole, oltre che territorio ad elevato rischio idrogeologico, come l’intera zona a valle della nostra zona artigianale e industriale. Quale sarebbe allora, si chiedono i cittadini, “l’interesse pubblico” e la “grande rilevanza strategica per lo sviluppo socio-economicoambientale della Città” di cui parla la delibera del 23 settembre a firma del sindaco e della giunta? Se non quello dell’imprenditore Totorizzo, il king maker dell’operazione Grande Porto, che peraltro sembra aver già deciso – insieme al sindaco, in completa assenza di un confronto con economisti e operatori del settore e in completa assenza di un dibattito pubblico aperto alla cittadinanza – che il futuro del nostro Porto, sul piano del business, sarà solo ed esclusivamente il traffico delle merci rinfuse. Come se Molfetta potesse decidere tutto questo in estraneità rispetto alle Autorità Portuali, peraltro, e in indipendenza dai porti circostanti: Manfredonia, Barletta, Bari, Monopoli. Eppure, nonostante le tante questioni aperte e il tremendo impatto ambientale che il nuovo Terminal avrebbe, le intenzioni dell’Amministrazione scritte nella delibera 186 sembrano chiarissime e con tempi serrati, fino ad evocare in delibera la consueta “indifferibilità e urgenza”, che giustificherebbe tempi strettissimi dell’operazione, scandita in varie fasi: la redazione del progetto, le procedure di autorizzazione e le procedure di esproprio, con tanto di elenco delle particelle da espropriare già allegato. Parliamo di una zona in aperta campagna, ma anche ad alto pregio paesaggistico. Con Torre Calderina e gli ultimi orti costieri tra Molfetta e Bisceglie a due passi. E di una zona ad alto pregio artistico, distante solo poche decine di metri dalla basilica della Madonna dei Martiri e dall’Ospedaletto dei Crociati, tappa di massimo rilievo del percorso delle vie Francigene. Quali saranno le mosse dell’Amministrazione da qui alle prossime settimane è difficile capirlo. Per ora l’unico atto amministrativo rimane la delibera 186. Una delibera, peraltro, frettolosa e fragile, che pone anche forti dubbi sulla sua legittimità. Basta davvero protocollare una nota con un progetto-monster allegato per suscitare l’interesse e l’orientamento favorevole all’approvazione di un’intera giunta? E’ così facile, per un privato, a Molfetta, ottenere l’autorizzazione a cementificare oltre 12 ettari di territorio? Sono bastati soli 40 giorni agli uffici, tra il 10 agosto e il 23 settembre, per valutare tecnicamente la proposta avanzata da Totorizzo? E, soprattutto, quali tracce abbiamo di questa valutazione dei funzionari e degli esperti comunali, visto che manca una relazione tecnica di accompagnamento alla delibera e il parere del settore Urbanistica e Territorio? Unico parere tecnico è fornito dal dirigente al Settore Attività Produttive e Ambiente, ing. Vincenzo Balducci, peraltro dirigente in regime di prorogatio del suo incarico per altri pochi mesi. Davvero con un paio di passaggi tra privato e Amministrazione si può decidere il destino ambientale, paesaggistico, idrogeologico di un pezzo così rilevante di territorio, spezzando definitivamente il patto città-campagna? © Riproduzione riservata

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