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“Parto per l'Iraq con la paura nel cuore” Un giovane militare molfettese in missione in zona di guerra
15 gennaio 2004

La cattura di Saddam Hussein sarebbe dovuta essere la chiave di volta per la fine della guerra in Iraq. I continui attentati che si susseguono oggi nel Golfo dimostrano tristemente il contrario. E per questo che molti altri nostri ragazzi ancora partono per sostenere questa controversa “guerra di pace”. Molfettese, sottocapo di terza classe, tecnico di macchina sulla Fregata Scirocco F573, ex battaglione S. Marco, Domenico Giancaspro (nella foto) è uno di questi. Dal 2000 nella Marina quella nel Golfo sarà la sua seconda, e più pericolosa, missione dopo quella del 2002 in Albania. Lo abbiamo intervistato prima della sua partenza (il 14 di gennaio) per ascoltare quali sono i sentimenti di chi sta per recarsi in uno dei posti più pericolosi della terra. Paura? “La paura fa parte dell'animo umano ma spesso serve per tenerti all'erta e stia sicuro che lì ce ne sarà bisogno. Se è vero che la guerriglia si sviluppa a terra, il rischio di attacchi terroristici alle navi di certo non lascia sereni”. Qual è lo scopo della vostra missione? “Sostituiremo la Fregata “Maestrale” nel monitoraggio e sorveglianza della costa sempre nell'ambito della missione di pace”. Qual è il motivo che spinge un ragazzo di 23 anni a fare una scelta di vita del genere, soprattutto dopo ciò che è accaduto ai carabinieri in missione a Nassiriya? “I motivi sono molti. Ho scelto di entrare in marina un po' per passione ma anche, e ad esser sinceri soprattutto, perché di lavori non è facile trovarne da civile. Per quanto riguarda la scelta dell'Iraq non potevo tirarmi indietro”. Significa che siete obbligati a compiere la missioni che vi ordinano? “Certo che no. Ma le assicuro che è molto difficile rifiutare. La nave l'ho curata per anni, vivo con i miei commilitoni fianco a fianco giornalmente il pensiero di lasciarli proprio al momento della missione ti sfiora ma non può convincerti. Oltretutto rinunciare ad una missione significa ricevere una nota di demerito sul foglio matricolare, e per uno che ambisce a fare un minimo di carriera…” Nessuna motivazione economica quindi? “Sarei poco credibile se rispondessi di no. Lo stipendio base è di 1400 Euro mensili. In missione tra indennità varie legate al rischio e alla distanza la retribuzione si aggira sui 6000 Euro. Adesso sono giovane, posso fare missioni che forse un domani non potrò più fare… ho bisogno di metter da parte i soldi per comprarmi magari una casa e farmi una famiglia, questo è il mio mestiere bisogna farsene una ragione”. Come hanno preso in famiglia la sua decisione? “Sono grande e vaccinato, è ovvio che i miei, in particolare la mia ragazza, avrebbero preferito che non partissi. Ma, ripeto, non mi lascio influenzare sulle decisioni che riguardano la mia vita”. Com'è la vita a bordo di una nave da guerra? “Scendiamo a terra solo una volta ogni 26 giorni, per rifornimenti e carburante, il che è tutto dire. Il cibo non è poi molto male, ma quanto a confort non siamo certo in un albergo. Se lei pensa che dormo su una branda di 1 metro e 70, io che sono alto 1 e 85…” Chi partecipa a questa missione ha seguito un addestramento particolare? “Certo bisogna essere preparati a tutto, niente può essere improvvisato. Tutti abbiamo seguito un particolare corso di 6 mesi ed i migliori sono stati selezionati per partecipare a questa missione. Quindi oltre alle motivazioni suddette c'è anche l'orgoglio di far parte di un gruppo scelto” Si è fatto un'opinione sulla guerra e quali sono le sue riflessioni sulla strage di Nassiriya? “Non è il mio mestiere farmi opinioni, io eseguo gli ordini. Non conosco a fondo le motivazioni certo è innegabile che la cultura e le convinzioni degli Irakeni sono molto lontane dal mio modo di pensare, certo è anche colpa dell'arretratezza economica dovuta ad anni di dittatura. Sono sicuro che non sarà facile far loro capire che siamo lì per aiutarli. Riguardo ai militari di Nassirya oltre al dolore l'unico rammarico possibile è per quel povero caporale con pochi mesi di esperienza morto nella strage, forse si è un po' sottovalutato il rischio e si è mandata gente inesperta. Questo secondo me è stato un errore”. Fabrizio Fusaro CORSIVI I tempi della Storia… La storia ha i suoi tempi. Quando Fini, dopo più di cinquant'anni, ha ammesso gli errori del fascismo definendo le leggi razziali “male assoluto”, nessuno ha osato criticarlo per il ritardo. La Storia è un processo razionale, necessariamente lungo e complesso. La Storia è fatta di confronti, riflessioni, revisioni. Solo così si può sperare che essa riesca a ricostruire, per quanto possibile, ciò che è stato per davvero. Al contrario della Cronaca la Storia segue altri schemi, non può e non deve essere immediata, non si lascia sopraffare dalle emozioni, non fotografa parti della realtà ma cerca di interpretare l'intero. La Storia ha i sui tempi, nel male come nel bene. Abbreviare i tempi della Storia significa confonderla con la Cronaca, un errore pericolosissimo nella ricostruzione delle verità. A Molfetta dedicando una, se pur piccola, via ai Caduti di Nassirya si è commesso quest'errore. Dare il nome ad una strada è un piccolissimo atto storico e i tempi non sono maturi per dare un'interpretazione storica a ciò che è successo a Nassiriya. Una comunità prima di scegliere i suoi eroi deve capire, dibattere, ricordare. In una guerra che alcuni si ostinano a non chiamare guerra, che molti non condividono, che pochi vivono al di là della televisione, solo il tempo può salvare il ricordo e fare la Storia. Soltanto quando questo tempo sarà trascorso sarà giusto conferire onori senza cadere nel vortice della retorica o scivolare nel dubbio della speculazione propagandistica. Fabrizio Fusaro
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