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Omicidio Bufi, nuovi colpi di scena al processo Chiamati a testimoniare il Pm dell'epoca e diversi ufficiali e sottufficiali dei carabinieri
15 novembre 2003

E' in corso davanti alla Corte di Assise di Trani, dopo 11 anni dal delitto, il processo per l'omicidio di Annamaria Bufi, la ragazza uccisa nella notte fra il 3 e i 4 febbraio del 1992 e il cui corpo fu trovato sulla corsia della statale 16 bis in prossimità dell'uscita della zona artigianale di Molfetta. Dopo due archiviazioni nel settembre del 1992 e nel 1998, il Pm Domenico Seccia riapre le indagini nel 2001 e a ottobre dello stesso anno il Pm Francesco Bretone presenta una richiesta di custodia cautelare per Marino Domenico Bindi, amante della ragazza, maggiore indiziato del delitto, mentre il 4 febbraio di quest'anno lo stesso Bretone chiede il rinvio a giudizio di Domenico Marino Bindi, l'ex moglie Emilia Toni, l'amico Onofrio Scardigno e il colonnello dei carabinieri Michele Pagliari, allora comandante della Caserma dei Carabinieri di Molfetta. Il processo, iniziato alcuni giorni fa, non ha mancato di riservare alcune sorprese. Intanto non sono state accettate le intercettazioni telefoniche fatte nel 1992 all'abitazione di Bindi, perché alterate da sconosciuti allo scopo di renderle inutilizzabili. Il presidente del Tribunale, dott.ssa Concetta Russi, ha accolto, infatti, la richiesta del difensore di Bindi, avv. Domenico Di Terlizzi (che ha sostituito l'avv. Dino Iannone, che era stato indagato nella stessa vicenda con l'accusa di aver “aiutato i militari della caserma dei carabinieri di Molfetta… a eludere le investigazioni”, fornendo, tra l'altro, “informazioni sull'indagine collegata a carico di Bindi”). Sarà invece chiamato a testimoniare il dott. Alessandro Messina titolare dell'inchiesta nel 1992, poi archiviata. La sua deposizione è stata chiesta sia dall'avvocato di parte civile, Bepi Maralfa, sia dal Pm Bretone. Sono state acquisite come prove anche le registrazioni realizzate da Michele Nanna in occasione di un colloquio con la moglie di Onofrio Scardigno, che comprometterebbe la posizione di Bindi. Intanto c'è stato un nuovo colpo di scena al processo. L'avv. Di Terlizzi ha chiamato a deporre come testimone il dott. Silvano Maralfa, zio dell'avvocato di parte civile, che secondo la difesa, potrebbe essere a conoscenza di notizie di particolare importanza essendo stato amico della vittima. Probabilmente Di Terlizzi, con questa mossa a sorpresa, tende a indebolire l'avversario. Oltre ai carabinieri, sottufficiali e ufficiali, in servizio all'epoca, Vito Lovino, Antonio Povia, Luigi Policastri, Michele Pinto, Rosario Avila, Antonio Rosato, Michele Pagliari (comandante della compagnia), Pietro Rajola Pescarini (comandante del nucleo operativo), Paolo Vincenzoni (attuale comandante della compagnia) e Massimiliano De Luca, che nel 1996 si occupò delle indagini successive alla riapertura dell'inchiesta (a lui l'appuntato Antonio Caldarulo non avrebbe riferito del ritrovamento a casa di Bindi delle scarpe sporche di terra e poi scomparse in caserma, particolare che poi lo stesso carabiniere ricordò nel 2001) e del maresciallo in congedo Leonardo Grande, chiamato in causa dalla parte civile e dal Pm, perché, secondo alcuni esponenti dell'Osservatorio 7 luglio, avrebbe avuto “frequentazioni con la malavita molfettese”. In questo ginepraio, infine, compare anche il nome della consigliera comunale dell'Udc, Carmela Minuto, la quale dovrebbe riferire su fatti che avrebbe appreso in merito a quest'intricata vicenda. Insomma, una vera e propria polveriera, un giallo che si fa sempre più avvincente e misterioso, soprattutto perché si dovrà accertare (cosa sempre più difficile) ciò che avvenne esattamente quella tragica notte e nelle indagini dei giorni successivi.
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