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Oggi a Roma presentazione “Le farfalle non muoiono in cielo” ed. “la meridiana”
27 giugno 2005

MOLFETTA – 27.6.2005 Questo pomeriggio, alle 17, a Roma nella Sala Santa Rita, via Montanara 8 (p.zza Campitelli) si terrà la presentazione del volume di Barbara Schiavulli “Le farfalle non muoiono in cielo”, edizioni la meridiana. Presenteranno il volume: Franco di Mare, giornalista Rai; Gianguido Palumbo, consulente cooperazione internazionale e scrittore. Sarà presente l'autrice. “Questo libro è dedicato ad Arin Ahmed rinchiusa in un carcere israeliano - dice l'autrice, la giornalista Barbara Schiavulli -. Ho preso in prestito il suo nome per raccontare una storia simile alla sua. Ma anche a quella di migliaia di ragazzi palestinesi e israeliani. Arin si è tirata indietro all'ultimo momento. Forse, all'improvviso, ha scoperto che, se c'è una ragione per morire per Gerusalemme, ce ne deve essere anche una per vivere. È dedicato anche a quelle centinaia di soldati israeliani detenuti per essersi rifiutati di svolgere il servizio militare nei Territori ri-Occupati. E alla promessa di fare di questo meraviglioso paese una terra senza guerra. Con l'inizio della seconda Intifada, gli attentati suicidi sono aumentati, e anche il fenomeno è diventato un argomento all'ordine del giorno. Io ho cercato di estraniarmi da quelli che potessero essere i giudizi morali. Sono una che è assolutamente contraria alla violenza e che crede fortemente che Israele e Palestina non saranno mai in grado di mettersi d'accordo da soli. Né oggi, né tra trent'anni, quando a governare ci saranno i ragazzini di oggi, che sicuramente, da una parte e dall'altra, non godono di un ambiente positivo in cui crescere. Ho parlato con decine di famiglie palestinesi i cui figli hanno deciso di diventare Kamikaze, ho trascorso del tempo con loro, ho cercato di fare breccia nel superficiale orgoglio di madri che sono fiere di avere un figlio martire. Ho visto le loro lacrime scendere ed erano uguali a quelle di tutte le madri che perdono un figlio. Ho cercato di parlare con i ragazzi palestinesi e mi sono trovata spesso di fronte ad un muro costruito da anni di umiliazioni, di paure, di insicurezze, di ignoranza, in cui è difficile insinuarsi perché non sapevo cosa rispondere. “Hanno imprigionato mio padre, ucciso mio fratello, mia sorella ha partorito ad un posto di blocco e mia nonna sta morendo perché non ha il permesso per andare in ospedale per fare la chemioterapia. Perché non dovrei odiare gli israeliani?”. Lo stesso avveniva dall'altra parte: “Ci odiano tutti, salgono sugli autobus, entrano nei ristoranti e si fanno esplodere. Uccidono bambini, sono senza scrupoli. Perché non dovremmo odiare i palestinesi?”. So solo che non si rispondono tra di loro, ma ognuno per sé. Così è nato il mio libro, volevo che un palestinese e un israeliano si parlassero. E non volevo che fossero due politici, o due pacifisti, o due persone istruite. Dovevano essere due ragazzi, che poi rappresentano la maggioranza di entrambi i popoli. Dovevano essere due persone intrise di odio, ma pur sempre due ragazzi. In questo momento non sarebbe facile far incontrare un palestinese e un israeliano, se non proprio in una situazione di scontro. E così eccoli lì, uno di fronte all'altro nel momento più drammatico della loro vita. Dove tutti si aspettano una strage, fino a quando i due commettono un errore: parlano e scoprono che l'altro ha tutte le risposte che non riuscivano a trovare da soli. Ho preso in prestito il nome di Arin, una quasi kamikaze reale, e la sua scelta. Il resto è tutto inventato, ma potrebbe essere vero. Ho immaginato di entrare nella sua testa e di farne vedere il lato umano, anche se molte persone preferiscono credere che questi ragazzi pronti ad uccidersi e a uccidere siano dei mostri. I cattivi saranno chi li recluta, chi li addestra, chi li manda. Da una parte e dall'altra, perché la ragione in questa terra di sicuro è profuga da qualche altra parte”.
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