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Nuova maggioranza: crisi risolta, resta il disagio Col passaggio di De Sario e De Nicolò nel centro-sinistra. Il rischio di un elevato astensionismo alle regionali
15 marzo 2000

di Lella Salvemini Come al solito partiamo dai fatti, riconducibili in fondo ad un breve enunciato: chiusa la crisi politica che si trascinava da quasi un anno, trovata una nuova maggioranza consiliare, l’amministrazione Minervini è salva. Prova incontestabile, l’approvazione del bilancio, con la necessità dei suoi 16 voti 16, atto amministrativo su cui il sindaco era atteso al varco e che ha avuto luogo nella seduta di Consiglio comunale del 9 marzo. Il tentativo di mozione di sfiducia Ricostruire i passaggi che hanno portato a questa conclusione non è facile. Le ultime battute hanno avuto come protagonisti 5 consiglieri transfughi dalla maggioranza, il diessino Angione, il repubblicano Spaccavento, il popolare Caputi, il rappresentante di “Molfetta che vogliamo” Azzollini, capitanati dal coriaceo Tommaso Minervini, decisi a mandare a casa sindaco e giunta qualora non avessero viste soddisfatte le loro richieste. I dissidenti hanno persino provato a mettere assieme la cosiddetta “mozione di sfiducia”, un documento con il quale 16 consiglieri dichiarano la loro disponibilità a presentare contemporaneamente le dimissioni, provocando l’automatico scioglimento del Consiglio comunale. Disponibili a questo atto si sono trovati solo in 14, oltre ai noti 5, i consiglieri Damiano De Palma (An), Annalisa Altomare (Udeur), Michele Palmiotti, Mauro Brattoli e Antonio Ancona (Forza Italia), Beniamino Finocchiaro (Buon Governo), Carmela Minuto e Franco Visaggio (Ccd), Michele Facilone (ex F. I., oggi indipendente). Anche se, ce ne scuseranno i lettori, dato l’attuale stato delle cose non possiamo garantire che le appartenenze politiche dei consiglieri citati siano proprio quelle indicate in parentesi. Non è certo la mancanza di due firme che poteva fermare Tommaso Minervini nella rincorsa della candidatura a sindaco, così nella seduta del Consiglio comunale del 17 febbraio ha giocato un’altra carta, che fosse Guglielmo Minervini a dimettersi spontaneamente, sostenendo la sua richiesta con una logica di questo tipo: l’approvazione del bilancio incombe, con la necessità di trovare 16 consiglieri disposti a votarlo, 16 consiglieri che non hai, quindi è meglio che tu ti dimetta e presto, entro il termine perentorio del 24 febbraio, data che ci permetterebbe di votare il nuovo sindaco il 16 aprile, in concomitanza con le elezioni regionali, evitando in caso di mancato assenso al bilancio un commissariamento lungo un anno. Candidato naturalmente lui, Tommaso, che si dice avesse pronto un patto con varie forze definentesi di centro. Quel che non si capisce è perché mai Guglielmo Minervini avrebbe dovuto consegnargli la città sul piatto d’argento, soprattutto visto che nel frattempo è riuscito a compattare una nuova maggioranza. De Sario e De Nicolò in maggioranza Il 24 febbraio Mauro De Sario, eletto nelle liste dell’Unione di centro che sosteneva il candidato Annalisa Altomare, ha dichiarato di entrare a far parte del movimento politico dei “Democratici” e quindi automaticamente della maggioranza. A ruota, nella conferenza stampa del 27 febbraio, hanno annunciato di rientrare nello Sdi, Nunzio Fiorentini, che in ogni caso già faceva parte della maggioranza, eletto nelle liste di “Molfetta che vogliamo” e Giuseppe De Nicolò, eletto nelle liste de “Il riscatto della città”, che alle ultime elezioni si presentava in appoggio alla candidatura di Annalisa Altomare. In questa maniera la nuova maggioranza conta 17 consiglieri e dovrebbe governare, votando bilancio e quant’altro, senza troppi problemi, anzi non è detto che altri non si aggiungano al carro del vincitore, finendo per dar vita ad una strana situazione, Guglielmo Minervini, dato più volte per spacciato, si troverebbe in sostanza privo di opposizione in Consiglio comunale, con una di quelle maggioranze che si definiscono “bulgare”. Pericolo scampato, dunque, è questa l’aria che si respirava nelle ultime sedute del Consiglio, con un sollievo quasi palpabile, se non che forse questa operazione lascia dietro di sé domande e perplessità. Si chiude un periodo Per il sindaco e i suoi più stretti collaboratori il bilancio dell’operazione è positivo. Non solo è stato raggiunto l’obiettivo di poter proseguire l’esperienza amministrativa, portando a compimento progetti determinanti per il futuro della città, ma anche quello di aggregare al cento sinistra forze fino ad ora lontane, rafforzandolo. Guai, quindi, a parlare di trasformismo. Per quanto riguarda De Nicolò si tratterebbe solo di un ritorno alla base, visto che questo consigliere ha già fatto parte in passato dell’area socialista. In quanto a De Sario si parla di convergenza sul programma amministrativo e di identità di vedute con quelle dei Democratici, partito che a quanto pare si sta assumendo il compito di aggregare e di collocare nell’ambito del centro sinistra le forze moderate che la città esprime in prevalenza, quella piccola e media borghesia di proprietari ed imprenditori che in questi anni ha comunque avuto rapporti di collaborazione con l’amministrazione Minervini, apprezzandone le qualità e che nel centro destra non sembra più trovare adeguato spazio e espressione. Il compito della politica è proprio quello di aggregare, di spostare sulle proprie posizioni chi ne è lontano ed è questo che sarebbe stato fatto. Vista in quest’ottica l’operazione rifugge la qualifica di mera scelta salva-poltrona. Nelle parole del sindaco e del coordinatore cittadino dei Democratici, gruppo che si è maggiormente rinfoltito, così come degli altri esponenti della maggioranza, tutto va a posto, anche la candidatura alla Regione offerta all’ultimo arrivato, De Sario, in pratica contemporanea al suo ingresso nel partito, quasi che questo non avesse altri uomini da scegliere come suoi rappresentanti nelle istituzioni. E i cittadini? Si potrebbe pensare che ai molfettesi interessino solo i fatti, la casa o lo snellimento del traffico, non il cambio di casacca di alcuni uomini. Ma sarà davvero così? Coloro che hanno guardato con speranza e fiducia al cambiamento nello scenario politico locale, che la prima elezione a sindaco di Minervini ha rappresentato, qualche smarrimento forse lo provano. Il sindaco chiama a ragionare con la testa e non con lo stomaco, mette avanti a tutto le ragioni della città, la necessità di garantire la realizzazione di un processo amministrativo che ha in ballo appuntamenti importanti: il Prg, l’articolo 51, il parco tematico, lo sviluppo della zona industriale. Realizzazioni che fanno gola a molti, che in molti vorrebbero gestire in prima persona, anche i molti della vecchia politica, quelli che non accettano di restare nel cono d’ombra e che sono disposti a tutto, ad ogni ribaltone o salto di schieramento, pur di tornare al potere. E’ proprio l’urgenza di portare fino in fondo il lavoro iniziato, in un momento in cui molte mani rapaci tornano a tendersi sulla città, che l’avrebbe spinto a questa scelta, si fosse trattato di mero attaccamento alla poltrona gli sarebbe bastato accettare le richieste dei transfughi, tutti legittimamente eletti nella sua coalizione. E’ tempo di disincanto Ma anche se fosse così, della politica che resta? Fino a quando sarà sindaco, Guglielmo Minervini garantirà tutto con la sua persona, e dopo? Finite le grandi ideologie, ridicolizzata la differenza fra il centro e la sinistra, caduta in disuso la coerenza con le proprie scelte iniziali, in base a cosa sceglieremo: la simpatia dell’individuo o gli interessi che può garantire ad ognuno di noi? Il rischio della omologazione è forte. Cosa si risponderà al comune cittadino che afferma “tanto sono tutti uguali”? Per qualche anno nella nostra città le logiche e le tattiche della politica sono state disattivate, messi da parte i “manuali Cencelli”, dato altro significato al termine “visibilità”. La partecipazione, il Comune casa di tutti, gli uomini migliori al posto giusto, le scelte di amministratori e candidati fatte a seconda delle qualità personali e non in base alla necessità di accontentare questo e quello, le primarie, queste sono state le idee guida. La fiducia che potesse essere davvero così ha spinto molti a uscire dalle case, a mettersi a disposizione per contribuire al cambiamento, a ritrovare passione ed entusiasmo, ora che a ricordare queste idee si provoca solo fastidio, in cosa si potrà credere? Forse davvero dobbiamo diventare adulti e comprendere che è stato pagato il prezzo più basso possibile, ma almeno ci si consenta di palesare il disincanto, di non dover far finta che nulla sia accaduto. Chissà se la classe dirigente, quella sollevata per la risoluzione della crisi, ha capito davvero qual è il vero prezzo che è stato pagato, non quello di una candidatura, di un assessorato o di una poltrona qualsiasi, ma quello della speranza nel cambiamento. Se fosse il giusto prezzo, l’unico prezzo possibile, non siamo certo noi a poterlo dire. Lasciamo la parola ai veri protagonisti in democrazia, i cittadini, chiamati il 16 aprile ad una competizione elettorale, saranno loro a scegliere, a indicare quale progetto è ritenuto migliore, ma ad un altro dato bisognerà fare attenzione. Lo scorso anno, per le elezioni provinciali, la percentuale dei votanti fu solo del 54%, se scendesse ancora qualcosa vorrà pur dire, forse il disincanto è contagioso.
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