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Non se ne parla nemmeno Una mostra sulle “foibe” e la tentazione della propaganda
15 luglio 2004

“Foiba”: apparentemente un sostantivo come tanti, dal latino “fovea” (abisso), ad indicare un fenomeno carsico, una profonda spaccatura della terra con inghiottitoio, in Italia particolarmente frequente nell'area della Venezia Giulia... È a più riprese, tra il 1943 e il 1945, che questi anfratti si sono tramutati, con le cave di bauxite, in veri e propri inferni per gli Italiani, fascisti, antifascisti e persino membri del CLN, oggetto di un sistematico sterminio progettato dai titini, in un ambizioso piano di impossessamento della Venezia Giulia. L'episodio delle “foibe”, spesso assente dai manuali delle scuole secondarie, è stato oggetto della mostra “Trieste dimenticata: le foibe” e dell'omonimo convegno presso il locale Chiostro di S. Domenico. Un'interessante relazione (anche se a tratti forse prolissa) di Michele Spadavecchia, consulente storico degli “Eredi della Storia”, inframmezzata da vari interventi e reiterati appelli alla pace nel mondo, ha iniziato gli astanti alla complessità della situazione giuliana nel delicato periodo della fascistizzazione, del governo Badoglio e dell'occupazione titina all'indomani della partenza dei Tedeschi. Mi interrogo sul fenomeno delle “foibe”, anche con l”aiuto di Indro Montanelli in “L'Italia della guerra civile”. “Basterà dire che dalla foiba di Basovizza gli anglo-americani estrassero tra il luglio e l'agosto del 1945 «450 metri cubi di resti umani»”. Si trattava di uomini e donne, prima deportati nel Castello di Pisino, poi oggetto di un sommario processo da parte dei titini, e, condannati come “nemici del popolo”, legati gli uni agli altri e, dopo atroci sevizie e spesso (nel caso delle donne) violenze carnali, fatti svanire negli anfratti della terra, come spazzatura, a rimuoverne il ricordo. Talora nelle fosse venivano scaraventati anche vivi incatenati a corpi morti, e, se sopravvivevano all'impatto della caduta, finivano con l'impazzire al buio, tra il fetore della carne in decomposizione. Per molto tempo non si è affrontato adeguatamente il problema e queste esecuzioni son state definite “giustizie di italiani (antifascisti) contro italiani (fascisti)”. La realtà era spesso ben diversa. Mi colpisce la storia di Norma Cossetto, una ragazza alle prese con la sua tesi di laurea sull'Istria rossa, ovvero sulle cave di bauxite istriane: fu violentata e uccisa dai titini e, per una strana ironia del Destino, scaraventata proprio in una di quelle cavità della terra verso cui si concentravano i suoi interessi scientifici. Poco mi interessa la retorica spicciola pseudo-patriottica che sottolinea come Norma sia morta gridando il nome “Italia”: non doveva morire e basta! “Non scavate pozzi nei cortili / i vivi non hanno più sete”. Spesso il compito più duro tocca a chi resta: è la storia di Nidia Cernecca, che udì raccontare della fine del babbo (un innocuo impiegato), della sua testa mozzata e del cadavere sepolto ai piedi di un ciliegio, da un vecchio guercio che mangiava cibo per cani. Certo: in quel frangente storico, noi Italiani non eravamo immacolati. La fascistizzazione della Venezia Giulia aveva comportato la sua sistematica deslavizzazione, con chiusura di giornali, istituti privati, insegnanti alloglotti mandati a spasso. Non si poteva neppure cantare in slavo. Chi semina vento, raccoglie tempesta... Il dramma è che spesso a pagare sono gli innocenti. A pagare per gli orrori della vicina Risiera di S. Sabba. Per le Micol Finzi Contini morte d'inedia o inghiottite nei forni crematori e dissolte. Tra gente, come il Signor Luciano Hesse, capace di far una tragedia per una presa di tabacco, ma insensibile di fronte alla Morte di suoi simili. “Con noi la morte ha più volte giocato”. A S. Sabba gli Italiani erano spesso peggiori dei tedeschi. Dovevano emularli bene. Italiani scimmie. Questo non giustifica la follia dei titini, né tantomeno i suoi nascosti fini, ben alieni da una sorta di Nemesi storica. Rabbia, disgusto: ecco ciò che questi eventi, frutto dei mostri della terra di cui parlava Quasimodo, devono suscitare in noi. E rispetto per chi è morto senza ragione. “Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: lasciateli nella terra delle loro case”. Verso di loro abbiamo l'obbligo morale del ricordo, ma di un ricordo disinteressato, che non si trasformi in fiera requisitoria contro i comunisti “mangiabambini” di tutti i tempi, che non sia strumento di propaganda politica in campagna elettorale (quale recondito significato avevano opuscoletti col simbolo di Alleanza Nazionale in evidenza sul bancone della mostra?). Rispetto. Non dimenticare. Perché dal sonno della memoria collettiva non abbiano ad emergere altri mostri, magari peggiori. O forse sta già accadendo? Gianni Antonio Palumbo gianni.palumbo@quindici-molfetta.it
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