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Michele Rizzi (alternativa comunista): Chiederemo dei soldi pubblici
04 marzo 2010

Pubblichiamo il comunicato stampa dell'esponente di Alternativa comunista Michele Rizzi.
"Il padronato in Puglia ha usufruito di ricchissimi finanziamenti pubblici dai governi di entrambi gli schieramenti. Hanno aperto fabbriche, sfruttato manodopera e territorio e poi sono scappati all'estero con i profitti fatti in questi anni, lasciando migliaia di lavoratori senza lavoro e reddito. 
Il sottoscritto e Alternativa comunista dicono basta.  Adesso è l'ora del risarcimento sociale per i lavoratori!  Il consenso al sottoscritto e ad Alternativa comunista ci porterà a chiedere al padronato la restituzione dei soldi pubblici e poi all'esproprio delle fabbriche per farle gestire ai comitati autorganizzati degli operai, dalla Franzoni di Trani all'Adelchi di Tricase. La crisi la debbono pagare loro e non i lavoratori". 

Autore: Michele Rizzi
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Si avverte che qualcosa in Europa, sia dell'Est sia dell'Ovest, è finito. Le tare mitologiche che ci portiamo dietro dalla Resistenza, dallo stalinismo, da un velleitario radicalismo di paleosinistra, stanno cedendo a qualcosa di nuovo e di ancora informe. Il linguaggio che usano gli ultimi mitomani di un'Europa già vecchissima, benchè uscita dal 1945, è estraneo alle più giovani generazioni. E' tempo di revisione, di rimeditazione, di controllo severo sulle dottrine, di realismo nell'azione politica e nell'osservazione storica. Perchè la lezione che ci viene dall'altra Europa è, più che mai ora, delle più stimolanti: proprio nell'attrito con l'illibertà gli intellettuali dell'Est stanno difatti scoprendo valori di libertà spesso nuovissimi, inediti per gli occidentali stessi. Molti intellettuali dell'Ovest, che usano la libertà formale di cui godono solo per negarla, hanno da imparare diverse cose dai loo colleghi orientali. La sofferenza storica, il pensiero pagato con il carcere, il ripudio anche dei miti, fanno dell'intellingencja critica dell'Est il sale della ricerca culturale in Europa. Russi, polacchi, cechi, slovacchi, ungheresi, serbi, comunisti o no, stiano vivendo un rinascimento culturale la cui esplosione deve ancora venire. Per l'Europa è tempo di revisioni più che di rivoluzioni. E' tempo di smantellimenti, di correzioni, più che di gratuite esplosioni eversive. Chiunque si ponga al di fuori di questo clima riflessivo è condannato a perpetuare velleità, anche oneste ma futili, che conservano il marchio dei grandi ricatti subiti da tutti gli Europei in anni unilianti e ancora recenti: la guerra fredda, la malafede staliniana, il neocapitalismo puramente economicistico e privo di una coscienza politica europea, il vitello d'oro del benessere di massa quale alternativa al fallimento delle fedi di massa.-
Sig.de pinto, daccordo con lei a riguardo della nascita di partiti e partitini solo per accaparrarsi rimborsi elettorali e a creare solo sordini e confusioni, dissento da tutto quello che lei (e non solo) chiama "comunismo" o regime comunista, confondendolo con lo "stalilismo" e dittature fasciste. La Storia di quei popoli che lei cita, non deve e non può essere confrontata con la nostra Storia, la Storia dell'Europa Occidentale, la storia dei Lumi, della Rivoluzione Francese, ecc.,ecc.. Il comunismo fu ed è un'idea mai attuata, la Rivoluzione di ottobre rimase incompiuta. Si sostituì lo Zar con un altro Zar. Quello che resta di quella Rivoluzione incompiuta, è la voglia di contrastare lo sfruttamento, il liberismo sfrenato e senza regole di un mondo votato al consumismo più sfrenato e inutile; allo sopraffazione del più forte sul più debole; all'arroganza e alla prepotenza del fortunato per caso, su quello sfortunato anche per caso; alle ingiustizie sempre sopportate e scaricate su chi non ha voce e, anche a tutti coloro i quali "fingono" di essere deboli, sfortunati, sopraffatti ecc., ecc.. In una società sempre più globalizzata e votata agli eccessi, in una società dove l'economia ha sostituito la politica, il "comunismo" resta l'unico baluardo di difesa e opposizione. L'eccesso di potere e l'ingordigia di denaro di "uomini farabutti e mascalzoni" che hanno portato il disastro economico ancora in auge non ci sarebbe stato, qualora ci fossero quelle unità di forze socialiste e di sinistra. A Modo Mio.

La crisi la pagano solo i giovani. - Stefano Scarpetta - Capo Divisione Politiche e Analisi del Lavoro dell'OCSE di Parigi. "Nel confronto fra il 2008 e il 2009 l'ecatombe del lavoro dei giovani emerge così come l'autentica cifra italiana nella crisi. Si scopre che nella fascia di popolazione di chi ha fra i 15 e i 24 anni, il numero degli occupati è sceso dell'11,6%; in quella fra i 25 e i 34 anni si è ridotto del 5,5%; invece fra gli adulti e gli anziani in età lavorativa cambia tutto. ................................................................ Più avanti si va nell'età anagrafica, più sembra che i lavoratori dipendenti siano protetti dagli effetti avversi della congiuntura. Non è dunque un caso se in Italia la maggioranza della popolazione disoccupata è costituita dalla minoranza (demografica) di popolazione giovane. Sull'esercito di 1,87 milioni di senza-lavoro italiani, oltre un milione di persone hanno meno di 34 anni; solo 840 mila ne hanno di più. Quasi il 60% dei disoccupati sono persone giovani. Si tratta di un dato che a suo modo riassume usi e costumi di una società, perché questi numeri sono il contrario esatto di ciò che ci si aspetterebbe dalla demografia. Gli adulti e gli anziani della fascia 35-64 anni sono molto più numerosi, 25,5 milioni. Il popolo dei nati fra il '74 e il '94 è invece di appena 14 milioni, eppure fornisce comunque il grosso dei disoccupati. Questa tendenza, presente da tempo, nella recessione non ha fatto che radicarsi. La disoccupazione nella fascia 15-24 anni nel 2009 è salita del 4,2%; quella nella fascia 25-34 dell' 1,3%; e quella nella fascia 35-64 invece di appena 0,9%. Un motivo immediato di questa distorsione a danno dei giovani è semplice e ben noto: sono loro (con gli immigrati e i poco qualificati) a costituire il nerbo dell'esercito degli atipici, temporanei e insomma dei precari facili da licenziare alle prime difficoltà."


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