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Mercoledì a Molfetta presentazione del libro "Il PCI e la rivoluzione cubana" di Onofrio Pappagallo
21 dicembre 2009

MOLFETTA - L' Ass. Cult. Linea5 presenterà mercoledì 23 dicembre, alle ore 19 nella Sala "B. Finocchiaro", Fabbrica San Domenico - Molfetta "Il PCI e la rivoluzione cubana. La via latino-americana al socialismo tra Mosca e Pechino (1959-1965)" di Onofrio Pappagallo. Insieme all'autore ne discuteranno: Isidoro D. Mortellaro (docente di Storia delle realzioni internazionali, Univ. Bari) e Carlo Spagnolo  (docente di Storia dell'Europa contemporanea, Univ. Bari).
La serata sarà moderata da Felice de Sanctis, direttore della testata "Quindici Molfetta". Durante la serata sarà proiettato un breve spezzone de "La rabbia" di P.P. Pasolini e saranno lette alcune poesie.  
Questo il contenuto del libro:
"In che misura il movimento comunista internazionale fu influenzato, negli anni Sessanta, dall'esperienza rivoluzionaria cubana? A cinquant'anni dall'entrata trionfante di Fidel Castro e dei barbudos a L'Avana, l'interrogativo da cui prende le mosse la ricerca di Pappagallo apre lo sguardo sulle peculiarità del processo rivoluzionario cubano, la cui svolta socialista colse di sorpresa il mondo intero. L'adesione di Cuba al socialismo, la scelta di una "terza via" si ripercuotono sulle politiche del pci e della sinistra italiana durante gli anni Sessanta, offrendo un'insolita chiave di lettura degli assetti ideologici dei partiti in quegli anni. Gli echi della rivoluzione cubana attraversano la politica mondiale, collegando Cuba ai percorsi storici internazionali e trascinandola in un intreccio di relazioni in continuo scontro e confronto. L'analisi delle influenze reciproche, dei condizionamenti e degli sviluppi messi in moto dalla rivoluzione cubana ripercorre quegli anni appassionandosi al gioco di specchi e di richiami che pone Cuba al centro della politica internazionale".

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...........Si deve perciò ammettere che i dirigenti cubani non solo abbiano saputo, ma sappiano tuttora profittare della nuova situazione internazionale scaturita dalla seconda guerra mondiale, e cioè del costituirsi e del consolidarsi di un vasto campo socialista, dello svilupparsi successivo, sebbene con alti e bassi, della rivolta del mondo coloniale e semi-coloniale. Il modo in cui la direzione fideista ha condotto la sua lotta per la conquista del potere e la conseguente trasformazione della rivoluzione cubana in rivoluzione socialista è stato oggetto di numerose opere e articoli in tutti i paesi del mondo. Da considerare l'originalità dell'impresa cubana, sia nell'opera di edificazione del paese, sia nell'atteggiamento assunto in campo internazionale di fronte ad avvenimenti drammatici e tuttavia non privi di incoraggianti prospettive. Alla prima celebrazione del Primo Congresso continentale dell'OLAS, riuniti all'Avana, ai primi di agosto 1967: “……….Questo continente porta nel suo ventre la rivoluzione; tarderà più o meno a nascere, avrà un parto più o meno difficile, ma inevitabile. Noi non ne dubitiamo minimamente. Ci saranno vittorie, rovesci, ci saranno progressi e ritorni indietro. Ma l'avvento di una nuova era, la vittoria dei popoli contro l'ingiustizia, contro lo sfruttamento, contro l'oligarchia, contro l'imperialismo, quali che siano gli errori degli uomini, quali che siano le errate concezioni che possono tentare di ritardare il cammino, è inevitabile.” (F.Castro)- " Se dovessimo osservare un minuto di silenzio per tutte le persone che sono morte di fame nel 1882, non riusciremmo a festeggiare l'arrivo del 21° secolo perchè saremmo ancora lì in silenzio" (F.Castro - marzo 1983) F I N E

.........Ma era certamente l'America Latina la parte di quello che chiamiamo ai nostri giorni "terzo mondo" in cui ogni sensibile progresso delle idee marxiste-leniniste sembrava escluso a priori. Non era questa una ragione profondamente compenetrata dalla cultura occidentale, organicamente legata ai valori dell'occidente dalla presenza egemonica della più grande potenza che si sia mai conosciuta? I latino americani, eredi dell'"individualismo iberico", e nello stesso tempo influenzati dal pragmatismo anglosassone degli Stati Uniti, risultavano protetti contro il virus comunista. La rivoluzione cubana ha distrutto, tra gli altri, anche questo dogma. Gli anni '60 hanno visto sorgere e consolidarsi il primo paese socialista dell'emisfero occidentale a soli 50 km. Dalle coste della Florida. Qual è dunque questo paese che ha rovesciato così violentemente tutti i più incrollabili principi di un passato ancora recente? E' forse un paese esteso e forte, capace, come l'U.R.S.S. e la Cina, di lanciarsi in una grande avventura politica e sociale, grazie a delle risorse sia umane che materiali considerevoli? Con i suoi 111.000kmq. (un terzo del territorio italiano) e i suoi 7.800.000 abitanti, Cuba non costituisce evidentemente una grande potenza. Oltre al coraggio indiscutibile del suo popolo e dei suoi dirigenti, il nascere e il consolidarsi della rivoluzione cubana manifestano anche un cambiamento qualitativo nei rapporti di forze a livello mondiale. Tuttavia bisogna anche riconoscere che tale salto qualitativo non sarebbe stato sufficiente di per sé, dal momento che altri paesi, che pure avevano tentato la via della rivoluzione, non sono pervenuti a quei risultati previsti dai dirigenti (Indonesia, Ghana, Bolivia, Guatemala). (continua)
Cuba - La via rivoluzionaria al Socialismo . D.Alexsander 1967. - "Se dedica este libro a nuestro querido comandante aguerrido y guerillero Ernesto Che Guevara" - Durante il mezzo secolo che separa la rivoluzione d'Ottobre nell'antico impero degli zar dall'epoca dei "barbudos" della Sierra Maestra, la storia sembrava dar ragione a quanti pretendevano che il socialismo, pensato e concepito dagli europei, non si sarebbe sviluppato che nel mondo "orientale", "asiatico", - essendo la Russia considerata non tanto come il più orientale dei paesi europei quanto l'estrema punta occidentale dell'Asia - in paesi vale a dire nei quali la tradizione del dispotismo e l'assenza totale dei "valori spirituali dell'occidente" avrebbe costituito una sorta di entroterra storico-culturale, quanto mai adatto alle avventure "totalitarie". La base di tale socialismo in Europa orientale, essendo costituito dall'occupazione dell'armata rossa e non invece dallo sviluppo di una dialettica interna, confermerebbe tale tesi. Dopo la vittoria dei comunisti cinesi, i più convinti "kremnilologhi" occidentali ritenevano che i paesi "giovani" (ossia tutta l'Asia) atterriti dallo spettro della sovrapopolazione e della fame, avrebbero finito con lo scegliere dei modelli autoritari, che, seppure contrari alla “democrazia” – termine che ha ben poco senso in tale parte del mondo – avrebbero avuto almeno il pregio di sembrare efficaci. L'Africa era ancora soggetta all'Europa e i movimenti che in essa si scorgavano erano considerati come manifestazioni di un nazionalismo in definitiva borghese. (continua)

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