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Marzo e la chiesa vecchia Il racconto
15 gennaio 2005

Quando ti accorgi che il tuo lavoro dà i suoi frutti, allora scordi le fatiche, le delusioni, le incertezze che ti hanno fiaccato l'anima. Così quando, per puro caso, ti capita in mano un libro di un autore come Raffaele Cappelluti ti si riscalda il cuore e ti rendi conto di come la tua città sia riuscita a sfornare un altro autore di grandi capacità espressive. I suoi non sono semplici racconti, ma siamo di fronte a vera poesia prosastica. Le storie scivolano via senza incertezze o intoppi e lasciano alla fine il piacevole sapore di pane fragrante e profumato. Perché fragrante e profumata è la sua narrativa. Profumata di colori e di sapienti immagini carezzevoli. (d.a.) La pioggia era così sottile e leggera che le gocce scendendo dal cielo sembravano minuscole scintille che il vento faceva volare nell'aria, senza riuscire a bagnare le strade. Contro i davanzali, sbattevano le foglie del geranio o dei gelsomini che si spezzavano e si laceravano come carta fradicia. Sul mare era scesa una balugine grigia, un velo di foschia che rendeva approssimativo e incerto il profilo del paesaggio. Si rincorrevano, si sovrapponevano le onde fino a quando lo scontro con gli scogli non le frantumava, riducendole in scrosci fragorosi di acqua biancastra. Durante la corsa smuovevano i ciottoli sul fondo, emanando tenebrosi rantoli, mentre nel cielo le nuvole si spostavano come vesti di fantasmi impressionanti. Sembravano scappare per evitare l'imminenza di un pericolo incerto. Un gabbiano sfiorava il mare con il suo impeccabile volo, qualche altro restava immobile sulla banchina quasi atterrito innanzi a quel temporale di marzo che sovvertiva l'immensità. Nel porto le barche si rivoltavano tendendo gli ormeggi fino alla spasimo con una forza disperata che nessuno capiva a che cosa potesse servire. La bianca facciata del duomo appariva come coperta da un lenzuolo. Si potevano intravedere soltanto i segni del sudiciume intorno ai quadrati irregolari delle pietre. Visti così davano l'idea delle diramazioni di un sistema nervoso collegato forse a Dio. Potevano sembrare anche funi che legano le semplici architetture costiere delle chiese dove, tuttavia, numerosi sono i simboli impressi nelle figure o nelle decorazioni rappresentate sui portali, intorno ai corpi di fabbrica. Santi dall'aspetto contrito, leoni, grifi e altre specie di esseri grotteschi, sono bloccati eternamente nella pietra come indissolubile stile di estetica irruente. Nulla fa presupporre che essi possano staccarsi dalla materia e sfuggire al loro crudele destino. Sono malvagi come un morbo intrappolato in una muscolatura. Inerpicati o aggrappati a ornamenti di vario genere, ricongiungono il pensiero alla condanna e alla pena da espiare, escludendo la pietà. Questa chiesa costruita davanti al mare poteva in fondo ispirare un universo luminoso, almeno dal punto di vista freudiano. Ma il mare non può salvare nessuno. In una giornata come questa, con la pioggia e il vento, se non si vuole arrivare fino al faro, si può entrare nella chiesa dalla porta della sagrestia per visitare gli interni spogli, guardare negli angoli bui o nelle nicchie vuote dove la polvere e le ragnatele crescono senza che nessuna anima vi abbia mai appoggiato una mano. L'oscurità avvolge le navate in un silenzio inconcepibile. Non vi sono dipinti o statue. Ogni tanto sotto i piedi giunge un afflato gelido, forse il mare penetra tra i nervi delle pietre giungendo alle vesti custodite in qualche tomba sottoterra. Raffaele Cappelluti
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