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Limes, gli alieni vivono accanto a noi
15 aprile 2005

Vivono nella casa che un tempo era mia. Hanno tracciato una linea rossa sulla soglia e mi impediscono di oltrepassarla. Così, trascorro il tempo a scrutare i miei aguzzini che dialogano in una lingua a me incomprensibile. I loro volti slavati paiono di gesso; le voci cadenzate, con le sillabe troncate a mezzo, cullano il limbo delle mie giornate interminabili. Delle volte mi assopisco, e mi ridesta l'andirivieni tamburellante dei loro zoccoli di tavola fuori e dentro casa mia. S'avvicina una vecchia vestita di stracci; mi porge un tozzo di pane raffermo e mi mostra, orgogliosa, i denti: «Me li ha rifatti il professore, sa? – chiamano così uno di loro, capelli brizzolati e barba color rame - Vede? Gli incisivi sono d'oro massiccio. Sa: raccontano che stasera, in casa, ospiteranno la Luna in persona. Starò a guardarla anch'io, là, tra la servitù! È uno spettacolo che non mi perderei per nulla al mondo!». E sgattaiola sino all'uscio, dove scambia qualche parola inintelligibile con le guardie, per poi scomparire all'interno. Il pane fa schifo. Non riesco neanche a masticarlo; lo getto via, appena in tempo per vederlo svanire nelle ganasce d'un gattino grigio e panciuto. O forse è una gatta vicina a partorire? «Geschwab sjesaab!», urla uno dei custodi. Un tizio dai capelli rasati a breve distanza da me si è alzato e tenta di forzare il blocco, ma un colpo d'artiglieria lo fredda sull'istante. Una donnetta secca che gratta il formaggio sulla porta accanto lancia un urlo stridulo; poi scoppia a ridere e ripete (ha le mandibole storte): «Grashwe grathuysce graztys!». Piombo nello sconforto. Non è la prima volta che accade... Era l'estate dell'anno scorso, quando il mio unico amico (oramai non ne rammento più neppure il nome), ha tentato di forzare il blocco dinnanzi alla sua porta. «Torneremo alla normalità, presto o tardi», ripeteva sempre. Fumava un pacco di Philip Morris al giorno; assomigliava ad Aldo Reggiani in quel film di Comencini. Non dimenticherò mai il suo candore: «Torneremo alla normalità, presto o tardi». Quel giorno era inquieto: mi parve subito strano, perché era tanto mite il mio unico amico (cazzo, come si chiamava?). D'un tratto s'è levato e ha cercato di entrare in casa. Quel giorno, però, in casa sua era ospite il Sole e gli hanno impedito di entrare mozzandogli il capo. Un'altra volta, un tizio, che abitava dove adesso s'è alloggiata la donnetta secca, s'è fatto esplodere per protesta. Vestiva sempre bene, in nero. Ah... portava la bombetta. Nel taschino della giacca nera (o era blu scuro?), teneva sempre un orologio con cronometro. Le lancette scandivano il tempo con precisione snervante: nei rari silenzi dei pomeriggi d'estate le udivi ticchettare e avresti tanto voluto che smettessero. Quel giorno, il ticchettio appariva dapprima trascurabile, poi s'era fatto via via più martellante sino a che l'orologio è esploso e con lui il tizio e col tizio due malcapitati che gli sonnecchiavano accanto. La vecchia del pane mi raccontava che, un anno prima, un ragazzino di quattordici anni, dai piedi sempre sporchi di terra, s'era fatto saltare in aria più o meno allo stesso modo. Voleva riscattare la casa di sua madre, ma, ora che nella detonazione sono schizzati in mille pezzi lui, la mamma e la sorellina trecce notte, temo che i suoi sforzi non possano giovare a nessuno più... Dalla soglia, si sente cantare una vecchia canzone. Mi ricorda la voce di Salvatrice... O è solo illusione? Aveva i capelli corvini, cucinava la pasta in una grande stanza dalle piastrelle gialle. La finestra s'affacciava sull'azzurro artefatto d'una piscina oggi ricoperta di foglie. «Sarà quello che vuole il buon Dio...». Sembra una ninna nanna... O m'inganno? Forse la follia mi gioca brutti scherzi... Cosa darei per quel tozzo di pane duro! O per un goccio d'acqua. Un bimbo biondo che sorseggia succo di mela si fa sull'uscio e mi scruta con gli occhi cervoni. Gli sorrido, ma è come se non ci fossi. Il suo sguardo non fruga il futuro. Mi riscuoto. È svanito. Al suo posto un Cerbero che ride col naso a punta. «Skia skiàs me ljubit!» Mi piacerebbe incontrare la Luna che pranza nella casa un tempo mia. Chissà dove sederà? Forse a capotavola, dove un tempo troneggiava mio nonno capelli di neve-aria accigliata... Rifocillatasi, riposerà nel letto dove da bambino dormivo e mi sprofondavo sotto le coperte per sfuggire allo spirito che aveva dimora nello stipite della porta; alla fine, con un calcio in culo, la rispediranno fuori, a cercare asilo altrove. Come Diavolo si chiamava il mio unico amico? Merda, la ragione non m'accompagna più, come quando, in un dormiveglia allucinato, vidi Marlene Dietrich ballare solo per me in un'emittente privata d'infimo ordine... Dannatissimi zoccoli! Mi viene voglia di picchiarli su quelle loro zucche vuote sino a farle sanguinare. Chissà, forse allora mi lascerebbero varcare il confine... Passeggiare aldilà dell'uscio, abbacinato dal fulgore delle piastrelle gialle... Vivono nella casa che un tempo era mia. Hanno tracciato una linea rossa sulla soglia e mi impediscono di oltrepassarla. Così, trascorro il tempo a scrutare i miei aguzzini che dialogano in una lingua a me incomprensibile. Gianni Antonio Palumbo gianni.palumbo@quindici-molfetta.it
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