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LETTERE - Allarme sicurezza, l'impunità paga?
15 settembre 2006

Caro Direttore, sto seguendo con attenzione le notizie tristi che voi date sulla situazione del degrado molfettese. E' una cosa preoccupante. L'ordine pubblico sembra in pericolo, eppure molti sottovalutano questo rischio. Fate bene a lanciare l'allarme sicurezza, noi cittadini ci sentiamo poco sicuri e vorremmo una maggiore presenza delle forze dell'ordine sul territorio, dove gruppi di teppisti organizzati la fanno da padrone. Sono stati arrestati gli autori dello sfregio ai ragazzi in occasione del mondiale di calcio? Oppure girano ancora per la città e, certi dell'impunità, possono continuare nelle loro bravate? L'impunità paga? Eppure sono conosciuti, come mai non vengono fermati? Coraggio, continuate su questa strada, la città onesta è con voi, come dice lei nel suo editoriale: “la verità non danneggia mai una causa giusta”. Francesca Corrieri Gentile Signora, la ringrazio per gli apprezzamenti al nostro lavoro. Siamo gli unici a lanciare l'allarme e continueremo su questa strada: ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, sia le forze dell'ordine sia gli amministratori sia i mass media. Non sappiamo se i responsabili di quei reati siano stati individuati e puniti: in questi casi, dopo una denuncia pubblica su un giornale, si dovrebbe procedere di ufficio. Ma sembra che tutto inspiegabilmente taccia, che sul gravissimo episodio, si voglia far calare il silenzio, né si può chiedere a dei ragazzi di fare gli eroi. Ma la garanzia dell'impunità, fa crescere i reati, che non sono solo il piccolo spaccio di droga, ma anche i furti in crescita di auto e negli appartamenti e così via, e soprattutto – e questi crediamo siano più gravi di tutti – gli atti di violenza e di teppismo. Proprio in queste ore il teppismo si è allargato anche allo stadio con aggressioni ai tifosi avversari. Non si può restare indifferenti, occorre agire. Abbiamo ricevuto e riceviamo tuttora una valanga di lettere che chiedono un intervento immediato e lamentano la mancanza di controllo del territorio, a cominciare dal lungomare, dove, tra l'altro, si parcheggia in doppia e tripla fila e si suonano gli stereo ad alto volume. Le proteste finora sono state inutili. Ed è il regno dei teppistelli: non si può far finta di non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti. E' da irresponsabili ignorare questo degrado civile, che va combattuto adeguatamente, ognuno per la propria parte: noi la nostra la facciamo, e continueremo a farla, anche a costo di restare gli unici. Ci rendiamo conto come il nostro ruolo sia scomodo, come il nostro impegno e la nostra professionalità possano dare fastidio a qualche saltimbanco o mentecatto invidioso, che utilizza anche i ricatti a mezzo stampa per minacciarci. Non ci fanno paura. Non abbiamo amici o padroni da difendere, siamo e restiamo liberi e onesti, con un alto senso della moralità. Abbiamo un solo obiettivo: contribuire alla crescita e allo sviluppo della città, sappiamo di rappresentare l'opinione pubblica e ci poniamo al suo servizio. I malati vanno considerati persone e non solo numeri Raccolgo solo oggi, dopo qualche mese dalla perdita di mia madre, la forza per esprimermi a riguardo di quelle categorie di lavoratori che hanno nelle loro mani la salute e la cura di noi pazienti. I MEDICI. Premetto che quello che sto per scrivere non vuole essere un atto di accusa per il decesso di mia madre ma, una attenta riflessione su come certi comportamenti non aiutano il paziente a sentirsi meglio. Mi sono spesso chiesto cosa spinge uno studente a scegliere la facoltà di medicina. Ebbene, ho sempre pensato che tale scelta sarebbe dovuta avvenire, in ordine d'importanza per: passione per la medicina, desiderio di aiutare il malato, sentirsi responsabile della salute del paziente,considerazione sociale, trattamento economico elevato. Mi sono chiesto anche quali caratteristiche caratteriali avrebbe dovuto avere, e mi son risposto pensando a: sensibilità, altruismo, modestia, gentilezza, discrezione e fondamentalmente portare rispetto. L'essere stato accanto a mia madre nel suo stato di paziente malata, mi ha fatto totalmente ricredere da quegli aggettivi che ho appena descritto. Partendo dal suo medico di base che, avrebbe dovuto rivestire l'immagine di spalla forte su cui poter sempre contare, e che invece, non si è mai interessato alla sua paziente dopo essere venuto a conoscenza della gravità della stessa prima e del decesso poi. L'esperienza ospedaliera poi ha definitivamente confermato che i valori di quella professione sono davvero stati capovolti. Infatti, da subito emerge la loro forma di superiorità prima ancora della professionalità e della sensibilità. Sentirsi considerati un numero, non essere capaci di comunicare con la paziente con un sorriso rasserenante, non essere capaci di trasmettere agli infermieri il rispetto per i degenti in corsia (ridendo, scherzando ed alzando la voce nei corridoi). Tutto questo non credo che possa imputarsi alla mala sanità, credo invece che sia una questione soggettiva e professionale. Dove sono finiti i medici di una volta? Quelli che oltre ad essere sempre disponibili, dedicavano le attenzioni dovute ai malati, magari anche con una parola di conforto? Ho avuto uno zio che ha compiuto fino all'ultimo suo giorno il compito di medico di famiglia ed a lui mi sono sempre ispirato e creduto. Voglio pensare e sperare che questa mia riflessione possa raggiungere la sensibilità di quei medici che fanno di questa delicata professione un vanto in positivo, magari rientrando a casa trasmettendo alle loro famiglie di quanto bene siano stati capaci di fare ai loro pazienti. Fate in modo che i vostri pazienti rimangano persone e non solo dei numeri. Grazie. Maurizio Palombella Quell'indecente sottopassaggio della stazione Vi scrivo per sottoporvi una situazione oramai insostenibile legata alla nostra città. Molfetta sta crescendo: edilizia, città della moda, il porto, l'ipercoop, il parco tematico, le piazze... ma niente è stato fatto per dare un aspetto più sicuro e più decente al sottopassaggio che collega il centro cittadino con il quartiere Poggio Fiorito. La cosa più assurda che a denunciarvi ciò è un ragazzo di 21 anni quando il quartiere è abitato da noti cittadini molfettesi che però non fanno nulla per questo problema. Quel sottopassaggio è assolutamente insicuro e sporco. Gli abitanti di Rione Paradiso sono riusciti a far murare i sottopassaggi di via Achille Salvucci perché oramai erano divenuti orinatoi a cielo aperto e covo di topi. Il sottopassaggio della stazione è peggio. Vi invito a far un sopraluogo per rendervi conto di ciò che vi dico. Ma non tanto dalla parte che si affaccia alla stazione ma quanto da quella che si affaccia verso il Poggio Fiorito. Quand'è buio bisogna abbassare la testa e alzare il passo. E' vergognoso. Quel tratto di strada è percorso da gente di tutte le età. Dai bambini che la domenica mattina si recano in centro dopo la messa a noi adulti. Inutile è illuminare la zona se poi la zona è assolutamente desolata e priva di vie di fuga in caso di tentativi di aggressione. Vi prego aiutateci affinché anche il resto della città venga a conoscenza di questa situazione. Affinché non si risolva il tutto impiantando l'ennesimo faro ad illuminare la zona. Affinché il sindaco tra le tante promesse che interessano solo il centro, si ricordi del nostro quartiere dove è un miraggio un'auto della polizia municipale, dove non c'è una fermata del trasporto pubblico, dove per anni la nostra chiesa è stata un garage.... credo e spero di aver reso l'idea. Lettera firmata Una città con troppi ostacoli per i portatori di handicap Gentile Direttore, volevo esporre un problema secondo me molto grave capitatomi recentemente, sono stato invitato giorni fa alla festa di matrimonio di un mio parente presso la sala ricevimenti Magnolia, essendo una persona con invalidità al 100%  con gravi limitazioni nei movimenti uso una carrozzina elettrica per esterni interni per sentirmi più indipendente possibile. La festa si svolgeva al piano superiore e quindi non essendoci ascensori o montacarichi sono stato strapazzato dalla mia carrozzina con la quale non era possibile prendermi e salire con la forza di due uomini per il troppo peso, ad una sedia normale come un manichino per salire di sopra, la mia patologia è la distrofia muscolare e quindi è sconsigliatissimo subire strappi muscolari molto dannosi per il mio stato, penso che sia vergognoso che il Comune o chi di competenza non intervengano per rendere i luoghi pubblici accessibili e a norma di legge, al fine che queste situazioni non accadano mai più. Vi scrivo chiedendovi di esporre più spesso questi problemi non solo per il mio caso ma anche per altre persone che vivono la mia stessa condizione per far sì che la città di Molfetta sia vivibile anche per un disabile, sperando che questa mia e-mail serva a qualcosa. Grazie anticipate. Vito Fuzio Perché gli ambulanti non puliscono? Lettera aperta al Sen. A. Azzollini Egregio Sen. Sig. sindaco sono un suo concittadino che per motivi affettivi è dovuto migrare a Polignano a Mare. Ma il mio messaggio è diverso da un patetico amarcord, il mio è uno sfogo di frustrazione subita già nell'epoca che, temporaneamente, ero presidente della locale Pro Loco: la mia frustrazione è dovuta alla sporcizia e al lezzo che si eleva dal posteggio dei numerosi ambulanti "abusivi" che popolano la festa patronale sistematicamente. Ho avuto recentemente modo di visitare il mercato settimanale di un paese del Varesotto ed ho notato che ogni ambulante alla fine della giornata puliva il suo posteggio, è tanto difficile convincere i nostri ambulanti a fare altrettanto al fine di imporre un'abitudine sana e di conseguenza ogni festa, ogni sagra renderla meno suk e più mercato? Attendo un suo segnale. Mauro Albanese Dignità agli insegnanti Sono un insegnante dell'I.P.C. “Mons. A. Bello”. Vorrei esprimere una riflessione a proposito di ridare dignità ai docenti come diceva qualche settimana fa Prodi. L'uomo non è nato per vivere solo. Oggi l'uomo si sente solo. L'istituzione scuola, e con essa noi insegnanti, è stata lasciata sola a portare, tutta intera, la responsabilità della mancanza di serietà, interesse e impegno nei ragazzi. Anche i genitori dei nostri alunni si sentono soli e non sapendo o non volendo dare risposte adeguate allo stato di precarietà in cui si vive, si rivolgono alla scuola e non sempre con un atteggiamento di collaborazione, per cercare insieme a noi le risposte più consone da dare ai loro figli, ma quasi a pretenderle. Se si fallisce la responsabilità è solo nostra e di nessun altro, quasi che in questa società c'è solo la scuola e non anche la famiglia, la parrocchia, associazioni varie ecc. Il loro è un atteggiamento tipico dei fanciulli e cioè quello di voler scaricare su altri parte o tutta la propria responsabilità. È chiaro che questo pensiero vale anche per noi nei confronti dei genitori. Possiamo ben poco se non cambia la società tutta. Con i ragazzi, noi ci stiamo in media 2h al giorno ciascuno, nulla a confronto delle 10 – 12 ore che vivono altrove. Eppure ci prodighiamo, non li lasciamo mai soli perché sappiamo bene cosa significhi restare soli, forse lo facciamo in modo paternalistico, forse dovremmo essere più esigenti, ma vivaddio la sentiamo tutta la nostra responsabilità, anche perché nessuno ci fa sconti. Siamo figli di questo modo di pensare e di vivere per cui parecchi di noi, essendo caratterialmente insicuri tentano, a volte, di scansarla quella responsabilità che ci viene buttata addosso, specialmente quando ci troviamo in una classe più o meno “agitata” e non sappiamo che pesci pigliare. Non abbiamo più autorevolezza! Ci sentiamo soli, frustrati, imbelli anche perché, magari, avendo agitato un po' le acque di questa palude, ci siamo ritrovati alla fine del quadrimestre con tante insufficienze. Il nostro sforzo non è stato capito. Vogliono solo buoni voti. Come i loro genitori non vogliono mettersi in discussione, tanto c'è la raccomandazione. E chi non ce l'ha?. Come se non bastasse, poi, una volta in Consiglio di classe c'è sempre qualche collega più “bravo?” che ti fa sentire ancora più frustrato e insicuro. Ne usciamo certi di aver sbagliato tutto. Diciamo solo a parole di voler perseguire lo stesso risultato. Tanti di noi, e ditemi che non è vero, per il quieto vivere lasciano andare le cose così come la maggioranza vuole. Non c'è solidarietà tra di noi. Ci sentiamo in competizione; per cui dobbiamo fare bella figura e non ci accorgiamo che oramai la nostra funzione non è più quella di trasmettere conoscenze e sapere ma soprattutto quello di “attrezzare” i ragazzi a vivere in questo mondo. Ci si chiede di ricoprire un ruolo più vasto: onnicomprensivo. Quelli di noi che vogliono occuparsi d'altro, oltre all'insegnamento, si chiamavano “funzioni obiettivo” o come si dice oggi “funzioni strumentali”. Siamo diventati cioè una funzione, uno strumento, chissà forse un computer!. Inoltre il mondo del lavoro ci chiede, sempre con più insistenza, di cambiare di insegnare a scrivere cose pratiche. Ci chiedono di insegnare a scrivere un curriculum, una lettera commerciale e la scuola, che vuole essere la prima della classe in questa società in cui è additata come un covo di scansafatiche, si adegua. Per cui non si insegna più l'Iliade, l'Odissea ecc. Noi abbiamo imparato a scrivere facendo commenti e riassunti di quei passi così belli e avvincenti. Quanto sentiranno più parlare i nostri ragazzi di Dante, di Omero ecc. se non lo fanno a scuola? Siamo soli e senza quattrini. Ci hanno tagliato tutto. Non abbiamo più neanche i fogli per stampare la traccia di un compito in classe. Ci stanno mettendo l'uno contro l'altro per cercare di accaparrare quanto più possibile dal fondo d'istituto e così via. Noi invece abbiamo bisogno di sentirci dei cittadini con i propri diritti e doveri. Non chiediamo nient'altro se non quello di poter svolgere il nostro lavoro in un ambiente sereno e tranquillo. Non è vero che non vogliamo aggiornarci. Lo facciamo e lo vogliamo continuare a fare privilegiando soprattutto i contenuti e le tematiche disciplinari con adeguati approfondimenti per essere più padroni della disciplina. Diceva Vendola, qualche settimana fa, che nel confrontarsi con gli altri dobbiamo partire dalle nostre debolezze perché solo così ci potremo completare. Insomma, in questa situazione, non siamo solo noi a doverci mettere in discussione perché l'insegnante non vuole e non può accettare di diventare il capro espiatorio di tutti. Pasquale Papappicco
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