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Le ragioni del referendum spiegate dagli scout
15 novembre 2016

Se per il Governo e coloro che la sostengono rappresenta un cambiamento positivo epocale, per chi si oppone si configura invece come un forte sbilanciamento dei poteri a favore dell’esecutivo. Si tratta del referendum che il 4 dicembre chiamerà gli italiani al voto per scegliere se modificare oppure no la Costituzione italiana. È un evento di grande importanza per il Paese ed è giusto e doveroso arrivare al giorno del voto consapevoli di cosa dice il testo di legge e cosa cambia con le proposte del ministro Boschi. Sulla scorta di tale convinzione gli scout dell’Agesci di Molfetta hanno organizzato nell’aula consiliare del Comune un incontro aperto a tutti coloro che vogliono arrivare più preparati alla fatidica data. Alla tavola rotonda, in un’aula consiliare gremitissima e attenta, hanno partecipato tre scout d’eccezione: il senatore del Pd Roberto Cociancich, portavoce del comitato nazionale per il Sì, il prof. Alessandro Torre, docente di Diritto Costituzionale alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Aldo Moro di Bari e sostenitore del fronte del NO e il dott. Felice de Sanctis, giornalista economico della “Gazzetta del Mezzogiorno” e direttore della rivista “Quindici”, che ha condotto l’incontro (Nella foto: Cociancich, de Sanctis e Torre). Il via al confronto è partito con una considerazione da parte del di Felice de Sanctis che ha sottolineato come questo evento storico stia oggi dividendo il Paese benché gran parte dei cittadini a tutt’oggi abbiano capito poco della riforma e vengano mossi più da sensazioni che da motivi ragionati. Molti magari pensano che sia poco importante e che in fin dei conti poco possa cambiare ma in realtà c’è in gioco la sorte politica, etica e sociale dell’Italia. È pur vero che il testo della riforma non aiuta granché, ma è utile più che altro a far sì che i due gruppi in causa riescano a tirare acqua al proprio mulino, valorizzando ciascuno le proprie tesi. Insomma, è una scelta difficile, soprattutto perché ambo le parti mettono in campo ragioni valide e degne di una più profonda riflessione. A chiare le idee ai presenti ci hanno pensato i due illustri relatori che a suon di botta e risposta hanno alternato i loro interventi sostenendo ognuno le proprie tesi. Ad entrare nel vivo del dibattito è stato Roberto Cociancich che ha esordito con un assioma di grande rilevanza e sul quale non ci sono dubbi, l’amore che gli italiani riversano nei confronti della Costituzione quale contenitore prezioso di valori che rappresentano il patrimonio comune e identificativo della nazione. La summa di questa espressione si riassume nell’articolo 1 che dichiara come l’Italia sia una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Lavoro che non rappresenta solo una mera attività ma si concretizza nella dignità di chi lo esercita. Una grande promessa che oggi più che mai è stata disattesa e tradita visti i trend di fughe di cervelli all’estero. Oggi viviamo in una nazione da cui oltre 100mila giovani vanno via in cerca di fortuna altrove e in cui le aziende non vogliono più investire, delocalizzando all’estero la propria produzione. Una situazione drammatica che ha spinto il Governo ad agire e a farlo attraverso la revisione della seconda parte della Carta costituzionale al fine di modificare gli strumenti utili a mettere in pratica – in maniera più efficace e attuativa – i principi espressi nella prima parte. A detta di Cociancich si tratterebbe di un tentativo di ripristinare la fiducia mediante azioni concrete come, ad esempio la riduzione della spesa pubblica che si attuerebbe attraverso la revoca dei rappresentanti locali appartenenti a regioni poco virtuose e con bilanci dissestati, l’introduzione di costi standard, un maggiore sviluppo del principio di trasparenza e la semplificazione della macchina amministrativa. Questa idea – come ha tenuto a specificare il senatore – non deve essere letta come una semplificazione banale da tradursi in un mero accentramento del potere ma come una corresponsablizzazione che rende tutti partecipi, in primis le regioni e il Senato. Prospettiva un po’difficile da digerire per i sostenitori del NO che, al contrario pensano che la riforma sia improntata verso un consolidamento del potere nelle mani dello Stato e verso una ostinata difesa di democrazia repubblicana. Di fatti come ha spiegato Alessandro Torre, il riordino – se così lo si può definire – approda in un terreno paludoso nel quale si rischia di affondare. Si tratta di una rimodulazione troppo eterogenea per essere votata con un semplice sì o no. Bisognerebbe discutere volta per volta i diversi argomenti presenti nei 47 articoli, oggetto di revisione. Il contenimento dei costi istituzionali, il superamento del bicameralismo perfetto, l’abolizione del CNEL e la revisione del titolo V della Costituzione rappresentano argomenti talmente complicati e degni di particolare riguardo che sarebbe impensabile racchiuderli tutti in una scelta semplicistica come quella proposta dal quesito referendario. Torre si è soffermato sulla questione del bicameralismo differenziato, in cui il Parlamento continuerà ad articolar-si in Camera dei deputati e Senato della Repubblica, ma i due organi avranno composizione diversa e funzioni in gran parte differenti. Di fatti la Camera dei deputati rappresenterà la Nazione e ad essa spetterà la titolarità del rapporto fiduciario e della funzione di indirizzo politico, nonché il controllo dell’operato del Governo. Al Senato della Repubblica invece sarà attribuita la funzione di rappresentanza degli enti territoriali nonché di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorrerà all’esercizio della funzione legislativa solo in casi specifici e secondo le modalità stabilite dalla Costituzione e avrà la facoltà di svolgere attività conoscitive nonché di formulare osservazioni su atti o documenti all’esame dell’altro ramo del Parlamento. In altre parole, la riforma Boschi- Renzi porterà, attraverso il superamento del bicameralismo perfetto, ad un forte ridimensionamento del ruolo del Senato. Ad esempio, sarà solo la Camera a votare la fiducia al Governo. Ma come è possibile ridimensionare un organo istituzionale che tutt’oggi rappresenta un importante strumento di riflessione nei confronti dell’esecutivo? Sarebbe allora solo un simulacro, una parvenza effimera di seconda Camera? Procedendo in questa direzione, secondo Torre si configurerebbe un sistema centralistico in cui la potestà spetterebbe al Governo centrale e che toccherebbe non solo la seconda parte della Carta ma anche la prima come ad esempio l’articolo 5. Si introdurrebbe così un principio gerarchico che condurrebbe non ad una vera riforma migliorativa ma ad un sistema che danneggerebbe la nazione. La discussione si è protratta in maniera molto accesa tra i due relatori che a suon di argomentazioni hanno cercato di offrire ai presenti un quadro generale e chiarificatore circa le ragioni del Sì e del NO. Molto articolato e partecipato il dibattito con numerose e difficili domande del pubblico. Insomma, un incontro con uno scambio di battute dal quale è emerso come i sostenitori vedono in questa riforma un passo avanti verso lo snellimento della macchina amministrativa e la controparte, invece uno stravolgimento poco ragionato del volto della Costituzione. Quel che sarà lo scopriremo solo alle urne il 4 dicembre.

Autore: Angelica Vecchio
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