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Le pulsioni performative nell'arte contemporanea
15 dicembre 2009

Grande successo ha ottenuto la mostra di arte dal titolo “Pulsioni performative nell’arte contemporanea” ambientata nel suggestivo scenario del Torrione Passari e tenutasi dal 26 settembre al 1 novembre. Nel 2003 con la personale di Jannis Kounellis e nel 2005 con l’esposizione di Joseph Kosuth e le sue Tredici locazioni di significato, l’arte contemporanea si è trovata in perfetta simbiosi con la città di Molfetta, ma soprattutto con la sua parte più antica che offre un palcoscenico denso di emozioni e sensazioni d’altri tempi. L’Associazione culturale “Artistika” che organizza le svariate mostre, si avvale della presenza del giovane curatore d’arte molfettese Giacomo Zaza che, vivendo tra Berlino e Roma convoglia le sue attenzioni verso la sua città d’origine apportandovi grandi stimoli intellettuali e tenendo a cuore la cultura della sua gente. Perché la scelta di quel titolo? Pulsioni sono quelle che ognuno di noi sente nella parte più profonda di sé; pulsioni sono le stesse che gli artisti partecipanti alla mostra hanno sentito e che, spinti da una più acuta sensibilità sono riusciti a manifestare attraverso le loro rappresentazioni. Dieci sono stati gli artisti che quest’anno hanno aderito al progetto espositivo con opere mai esposte prima in territorio pugliese (Mona Hatoum, Susanne Kutter, Vibeke Tandberg, John Bock, Joseph Kosuth), o con lavori pensati e realizzati esclusivamente per quest’evento (Rui Chafes, Carsten Nicolai, Kader Attia, H. H. Lim, Wang Du). Erano tutti a loro agio i protagonisti durante l’inaugurazione dell’evento come, ad esempio, H. H. Lim, ormai frequente abitué del nostro caro Torrione che accetta sempre con grande onore di partecipare. Quest’anno è stato presente alla mostra con un pannello ligneo dal titolo Argomenti di stagione che a primo impatto poteva apparire una grande lavagna sulla quale erano stati disegnati soggetti molto attuali in maniera altrettanto precisa. Oltre al cino-malese Lim, all’inaugurazione era presente anche Kader Attia che ha isolato il fascino della sua Algeria in un installazione che si è definita come “riappropriazione culturale” dove il leitmotive è stato il Cous Cous (ben 100 kg!) che ha inebriato di odori e viaggi sin estetici tutti i visitatori. Di sinestesia si è occupato anche Carsten Nicolai il quale ha unito la sua passione per la musica elettronica alla percezione visiva che le vibrazioni di questa provocano nei confronti di sostanze liquide. Dai rumori pesanti di Nicolai si è volati verso l’installazione in ferro di Rui Chafes, sospesa all’interno del Torrione che denunciava la leggerezza dei rapporti umani, un’installazione intrisa di angoscia esistenziale e che vuol far riflettere. Più in là, in alto sulla scalinata, campeggiava una citazione in neon rosso di Joseph Kosuth, padre dell’ arte concettuale che vede tutto grigio come il titolo del suo lavoro: I really see grey. Altra personalità di rilievo che occupa un posto di risalto nei cataloghi della storia dell’arte contemporanea è Mona Hatoum, originaria di Beirut, la cui installazione Globe sottolinea le difficoltà fisiche e psicologiche nell’accettazione delle limitazioni imposte dalla guerra civile. Un tremore riguardo l’istinto animalesco dell’esistenza si nota anche in Panic room, video di Susanne Kutter che denuncia la sopraffazione dell’uomo nei confronti della natura, le nostre origini e tradizioni che ci ha condotti ai non luoghi dei centri commerciali; in Vibeke Tandberg è presente una soluzione per riconoscere e rendere tutto più fertile attraverso una “seconda primavera”. Dai contenuti più seri si passa velocemente a video che, in maniera più giocosa, hanno voluto denunciare i rapporti più morbosi del vivere le emozioni, in particolar modo l’amore e l’erotismo, attraverso la maniera di John Bock il cui video è stato gentilmente prestato dal Centre George Pompidou di Parigi. Altra denuncia, che stavolta coinvolge la manipolazione delle masse attraverso i mezzi di comunicazione è lanciata dal cinese Wang Du che sente e spera nella possibilità di manifestare il proprio punto di vista al contrario di quanto si possa fare nel suo paese d’origine dove la parola libertà non è di dominio pubblico. Per la mostra di Molfetta ha collaborato alla realizzazione di manifesti pubblici affissi per la città sui quali, in maniera ironica, si è proclamato unico detentore dello scettro della realtà: I am the reality. Si dice che l’arte serva all’uomo per riflettere sulla propria esistenza, sul suo passato e sul suo futuro: quali migliori spunti se non quelli elencati in precedenza!? Tra i tanti visitatori della mostra ci sono stati anche molti gruppi di studenti che, al contrario di ciò che si possa pensare, sono rimasti affascinati dalle installazioni e al giudizio estetico immediato sono riusciti a sostituire le loro considerazioni, far fuoriuscire il loro spirito critico che non si ferma a ciò che è l’apparenza ma va oltre. Quale invito migliore, allora, se non quello di coinvolgere maggiormente gli scolari di qualsiasi fascia di età negli eventi di arte contemporanea, poiché è la loro arte, quella del loro tempo. Un altro suggerimento sarebbe quello di investire nella cultura e quindi nell’arte perché è ora di ritrovare la ricchezza, quella ricchezza dettata da ispirazione e contaminazioni, fondamentali per la crescita personale di ognuno.

Autore: Marta de Gennaro
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