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La strada che divora la vita
15 settembre 2008

Otto vite travolte dalla strada. Proprio nell'atto di farsi trasportare dalla velocità di un'automobile, di una moto, lo schianto infernale sembra spezzare ogni guizzo di libertà, ogni spinta boriosa. E' successo a Marco Messina, Domenico Gentili, Giuseppe Tridente, Lazzaro Rizzi, Sergio de Gennaro, Annalisa de Ceglia, Elisabetta Cagnetta. Lo ha provato l'albanese Dritan Oksa. Spesso non ci si accontenta di muoversi negli argini monotoni che la vita disegna con precisione. Tutto è prevedibile, banale, e anche le azioni sono a portata di mano, non serve neanche pensarci. E allora c'è quello stimolo che contrasta inesorabilmente con i ritmi di vita usuali, si approssima all'assurdo e lancia la sfida, per spingerci ad essere fieri di noi, per prendere in pugno qualcosa. Si sfida l'assurdo, si sfida la folle velocità di una strada dritta verso un orizzonte a volte così lontano da farci perdere nell'inganno dello schianto. Si muore trascinati dall'entusiasmo, vinti dalla voglia di superare il terreno. La strada ha il vantaggio illusorio di offrire un modo semplice e veloce di allontanarsi dai pensieri e dalle beghe quotidiane, verso un livello più leggero e spedito, in cui i problemi possono essere facilmente scansati con l'acceleratore. Finalmente si viaggia su una dimensione più sciolta dai fili che ogni giorno ci legano allo stesso sipario. Quella dimensione che un tempo si raggiungeva attraverso miti ed eroi che i libri descrivevano con precisione. Ora il mondo ha un altro aspetto, l'uomo non è più solo coi propri pensieri, può raggiungere velocità maggiori e comode, fino a diventarne la vittima. A volte anche inconsciamente, come è successo a Dritan Oksa, ragazzo albanese travolto da un'auto mentre tornava dal lavoro insieme al suo amico, Ramaj Elvis. Se Oska fosse approdato come un fulmine a ciel sereno sulla corsia opposta con i conseguenti tragici danni, probabilmente si sarebbe parlato del solito vizio straniero di allontanarsi dal lecito per approdare a comportamenti confacenti alla propria cultura. Comportamenti pericolosi, da estirpare. Forse, invece, è proprio il mondo artificiale che ci circonda a spingerci a questa corsa assurda contro la vita. Tutto è facile e potente, così ci si affida alla macchina, e delle volte ci si dimentica anche di pensare. Del resto l'importanza della sicurezza perde valore di fronte al lasciapassare che per tutti oggi è costituito dall'immagine. L'immagine spavalda e sprezzante abilmente costruita guidando a 150 Km/h,andando in motorino senza casco, bevendo prima di guidare. A ciò bisogna aggiungere l'indifferenza e il peso del caso. Ci guardiamo bene dal vivere in noi stessi i nostri sogni e le nostre paure per vivere 'eccentricamente', fuori di sé, la pretesa di sembrare grandi e importanti. Più di quando non lo sia muoversi e pensare al tempo stesso. E così la vita ci porta via strappando ogni spazio di crescita ed emozione. Concedendo ad amici e familiari la sola possibilità di immaginare quella vita che sarebbe stata lì, se la strada non avesse avuto tanta voce in capitolo, se il verdetto non fosse stato così fatale. Resta la figura chiara fatta di immagini ed emozioni, ricordi e giorni che hanno fornito il percorso ad una vita nata per sognare, amare, giocare col tempo. Fino a quando proprio il tempo, avido di favori, ha colto l'occasione per portar via il fardello di simboli che ha deposto nel cuore. E che, forse, qualcuno porterà nella propria mente, mentre qualche altro, come Ramaj Elvis, porterà sul suo corpo per tutta la vita, a ricordargli come le mani di un uomo possano cancellare un universo di relazioni.
Autore: Giacomo Pisani
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