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La sinistra che non c’è
15 giugno 2019

Corsi e ricorsi storici, sarebbe facile citare il filosofo Giambattista Vico per tentare di spiegare gli eventi politici dell’ultimo anno con la nascita del governo Conte gialloverde, anche se è più realistico definirlo governo Salvini. Il ritorno della peggiore destra evoca scenari catastrofici, che pensavamo dimenticati e superati dalla storia e dalla cultura democratica. Ma questa volta la tentazione della citazione vichiana va superata, perché la trasformazione economica, sociale e anche politica, può essere considerata antropologica. Un cambiamento (in peggio, diciamolo subito) determinato soprattutto dall’assenza di una sinistra credibile per l’opinione pubblica, ma soprattutto per se stessa. L’autoreferenzialità che l’aveva minata da tempo, si è accresciuta di fronte alle nuove sfide della società globalizzata, con domande sociali che comportano risposte tempestive, senza le attese temporali che richiedono le pur necessarie analisi, alle quali la sinistra ci ha, anche positivamente, abituato. Ci si è trovati improvvisamente ad affrontare situazioni complesse, che presuppongono, però, tempi rapidi in una società dove la capacità di comunicare ha avuto il sopravvento sui tempi della riflessione e dell’elaborazione di strategie politiche efficaci. In pratica, non c’è stata alcuna analisi seria e tantomeno una doverosa assunzione di responsabilità, soprattutto da parte del Pd. Così, temi propri della sinistra, come uguaglianza e giustizia sociale, sono stati fagocitati dalla destra, con un linguaggio più diretto e con soluzioni che appaiono facili, pur essendo complesse, ma che, in uno stato di necessità, diventano credibili e cavalcabili. Perciò alla sinistra è mancato un orizzonte a cui tendere, rimanendo attaccata a vecchi schemi logorati dalla fine delle ideologie e dalla nascita di un pragmatismo di governo che a livello locale, ha prodotto le liste civiche che non sono né destra, né sinistra, ma aggregazioni legate ad un personaggio o ad un programma di governo di facile presa sull’opinione pubblica, già stanca di vecchi partiti e vecchie formule. In questo turbine post ideologico, il Pd non è riuscito più a fare da catalizzatore dei bisogni e delle attese, subendo le conseguenze di un processo in atto da tempo, ma accelerato dalle nuove situazioni e dalle nuove emergenze: i migranti prima di tutto. E la destra peggiore ha subito cavalcato le paure e il senso di insicurezza della gente, col risultato di produrre un ircocervo di governo gialloverde senza futuro, ma devastante per il presente. Né ci si può consolare con la speranza che simul stabunt, simul cadent, stando insieme, cadranno insieme, perché senza alternativa credibile e possibile, lo “stabunt” è destinato a durare. Paradossalmente, anche chi è rimasto deluso dalla scelta operata verso 5 Stelle o Lega (Nord) resiste ancora, non vedendo alternative all’orizzonte oppure si rifugia nell’astensione. In realtà il trionfo della destra non è così eclatante, perché va calcolato sul 50% dei votanti e quel 34% alla fine è solo il 17% degli elettori, altro che 60 milioni di italiani come vuol far credere quel bullo di Salvini. Si è lasciata così ad una minoranza, la facoltà di rappresentare tutti gli italiani e di fare scelte, anche pericolose, a nome di tutti. E qui, il ricordo del passato, avrebbe dovuto risvegliare i delusi assenteisti del voto. Ora siamo alla catarsi e alla necessità di riappropriarsi degli spazi di presenza e confronto, anche sui social, già occupati da chi è stato più veloce e lungimirante. Serve, perciò, anche ricominciare un processo di alfabetizzazione politica, ricostruendo un’identità che ribalti l’attuale individualismo privatistico, verso un socialità fatta di mutuo soccorso, autogestione, contrapposizione al moderno capitalismo che non crea una nuova classe operaia superata dai fatti, ridotta com’è ad una esistenza fatta di divisioni e precarizzazione, capace di dominare le masse in crisi, l’un contro l’altra armate per sopravvivere. Di questo si tratta e questa situazione riesce a dominare e ad orientare un pericoloso Salvini, che ha anche il delicato incarico di ministro dell’Interno, ma che svolge in modo autoritario, sopprimendo il dissenso. Siamo alle prove di regime (fascista) forse sottovalutando la gravità della situazione, che può degenerare senza che si riesca a controllarla. Salvini e la Lega Nord, perché tale resta, puntano non a creare un popolo, ma un gregge da cannibalizzare ai fini della parte più ricca del Paese, fagocitando i meridionali, offrendo l’illusione di un riscatto che non sta nelle cose e soprattutto nelle intenzioni e nelle politiche che la Lega mette in atto, attraverso la richiesta della cosiddetta autonomia “differenziata”, l’ultimo aggettivo studiato per illudere la gente del Sud. In realtà Salvini è un moderno pifferaio magico di Hamelin (Legalandia). I settentrionali si sono così, appropriati della questione meridionale nella maniera più indolore, fagocitando i cervelli con facili promesse nel momento del bisogno, per neutralizzarli, promettendo ciò che in realtà non vogliono e non faranno mai. Insomma, una nuova discesa dei piemontesi, peggiore di quella risorgimentale, perché questa volta anziché unire l’Italia sotto il proprio dominio, punta a dividere con il consenso di chi verrà emarginato. Le domande della gente su cui si giocano i consensi elettorali, sono sempre le stesse: lavoro, sicurezza, futuro. La destra propone di realizzarli attraverso un sovranismo e la chiusura dei confini che si basa sulla paura, mentre la sinistra dovrebbe ritrovare la forza convincente di proporre una società aperta, un’Europa forte sullo scacchiere internazionale per imporre transazioni ai giganti delle tecnologie, al fine di puntare a una redistribuzione sociale. Non è più tempo di individualismi, ma di soluzioni collettive sovranazionali, come insegna la battaglia della piccola Greta per la difesa dell’ambiente, con la capacità di mobilitazione internazionale. Serve una sicurezza sociale che non lasci nessuno indietro, che lavori per rendere più efficienti i servizi fondamentali, riscoprendo temi essenziali come sanità, scuola, occupazione e anche integrazione. La crisi della democrazia liberale deve spingere a rimettere al centro della sinistra l’idea di uguaglianza e libertà, con la capacità di affrontare e superare le difficoltà con l’impegno di tutti, senza affidarsi al demiurgo di turno. Come dice il filosofo Salvatore Veca, la libertà sociale deve puntare all’emancipazione di ogni individuo dentro una società aperta, che non ha paura delle verità e non sia più codarda verso le grandi sfide del nostro tempo (ambiente, automazione, migrazioni). L’Europa che Trump e Putin temono e vogliono distruggere, va, invece, rafforzata e l’Italia deve avere il proprio ruolo e la propria voce per tornare a crescere, proponendo un welfare condiviso, vera alternativa al reddito di cittadinanza e a quota 100, con un programma di inclusione più ampio e responsabilizzante verso il cittadino. E in questo progetto il fenomeno dei migranti ci sta tutto, perché, vuoi o non vuoi, rappresenta il futuro col quale occorrerà, prima o poi, fare i conti di fronte all’invecchiamento della popolazione e all’esodo biblico al quale andiamo incontro. Quindi un’Europa che non si preoccupi solo di tagliare, bensì di fare investimenti a lungo termine, senza limitarsi ad offrire finanziamenti, anche utili e opportuni, come ha fatto finora. Ora non bastano più. E chiudiamo con i fatti di casa nostra: a Molfetta le liste civiche hanno avuto il sopravvento fagocitando anche il Pd, dopo la fine dell’esperienza di centrosinistra, voluta principalmente da quello stesso Pd senz’anima che ora si fa controllare da un De Nicolo e ora da un Piergiovanni, ma dietro entrambi c’è sempre quel Saverio Tammacco, uomo per tutte le stagioni, pur di stare al potere. Il sindaco Minervini, cercando di accontentare tutti, si barcamena gestendo il traffico, come dice il consigliere Zaza di Rifondazione. Ma il vero padrone dell’amministrazione “ciambotto” di destracentro è sempre Tammacco, che ora vuole il rispetto dei patti elettorali che prevedono un rimpasto con le dimissioni di alcuni, per far posto ad altri. Ma nessuno vuole mollare la poltrona. Sarà motivo sufficiente per una crisi? E qui il Pd può giocare un ruolo fondamentale, abbandonando il servilismo verso chi lo ha portato al governo, e recuperando la propria autonomia. E’ un partito vuoto che ha fatto il suo tempo, ma è pur sempre l’unico strutturato per attrarre voti e arginare liste civiche e nazionalpopulismi. Ecco perché deve riscoprire con coraggio (lo troverà, al di là degli interessi?) la sua funzione catalizzatrice della sinistra, che non può ricominciare da zero: occorre troppo tempo per creare un’alternativa, che può sgonfiarsi presto come è accaduto con il partito di Macron in Francia. C’è un 50% di elettori che ha disertato le urne: va recuperato e ascoltato, con una proposta seria e un’azione efficace, per dimostrare che la sinistra c’è ed è pronta a governare, non semplicemente a gestire. Che è cosa diversa. Ecco il significato profondo di Partito democratico. Nomina sunt conseguentia rerum, i nomi sono conseguenza delle cose, diceva saggiamente Giustiniano e ce lo ricorda anche Dante nella Commedia.

Autore: Felice de Sanctis
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