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La Shoah ricordata al Centro Anziani Gea
15 marzo 2010

Di tanti morti conservatemi la memoria / Di tutti coloro che sono diventati cenere, / D’una generazione datemi la memoria, / Il suo ultimo furore, il suo ultimo dolore. Sono versi di Isaiah Spiegel, sopravvissuto ad Auschwitz ed esprimono con effi cacia e lucida rabbia la necessità di ricordare gli orrori della Shoah. Bisogna che simili fatti non cadano nell’oblio: è una forma di pietas, quantunque tardiva, verso chi ha perduto la vita in circostanze assurde, ma anche una ‘misura precauzionale’, perché solo la precisa conoscenza degli abissi scientemente solcati dalla follia collettiva può preservarci dal ricadere nel baratro. Il 27 gennaio, in occasione della giornata della memoria, il Centro Anziani “Gea” ha voluto rifl ettere sulla Shoah, con l’ausilio della musica e della poesia. La serata rientra nell’ambito delle attività socio-ricreative organizzate dal centro, capaci di coniugare approfondimento culturale e coinvolgimento emotivo e di instaurare un fecondo dialogo tra gli anziani, sempre fonte di arricchimento per chi entra in contatto con loro, e le realtà presenti nel territorio. A prendere parte all’iniziativa il Coro della Parrocchia S. Achille, diretto da Pierluigi Zaza; il gruppo, che già si è distinto lo scorso anno in una pregevole esecuzione del musical su Madre Teresa di Calcutta ha dato vita alla commossa esecuzione di melodie come lo “Shemà Israel” e di canti di gioia e di pace, quali “Evenu shalom” e “Kol Rinà”. La rifl essione storica è stata da me curata e ha ripercorso le tappe di affermazione delle leggi razziali, dal 1933 alle ‘leggi di Norimberga’ sino alla tristemente celebre “notte dei cristalli”. L’agghiacciante “Endlösung” (la “soluzione fi nale”) ha condotto allo sterminio organizzato di circa sei milioni di Ebrei, ma è opportuno non dimenticare che sotto i colpi del nazismo sono caduti nei campi di lavoro e di sterminio anche 400.000 zingari e un numero imprecisato di disabili, di omosessuali e di altri gruppi, tra cui i testimoni di Geova. A questa breve relazione hanno fatto seguito gli interventi degli anziani del centro, che, con notevole partecipazione emozionale, hanno dato lettura dei loro bellissimi testi poetici sul tema della Shoah o di rifl essioni piuttosto articolate e di notevole impatto fi ssate su carta. Ne è risultata una sorta di preghiera laica all’insegna di un composto e sdegnato dolore e allo stesso tempo della speranza. Alle voci degli anziani si sono alternate quelle dei coristi di Sant’Achille e sono stati declamati alcuni componimenti della raccolta “Farfalle di spine. Poesie sulla Shoah” (a cura di Valeria M.M. Traversi). Edita per i tipi di Palomar nella collana “Le ciliegie”, la silloge si segnala per il lirismo delle testimonianze raccolte e per il valore civile e documentario cui essa assolve. Hanno così riacquistato voce attraverso il ricordo il disagio di chi si è veduto privare persino dei più innocui effetti personali (“Non ho più i capelli, / non ho più fazzoletto, / non ho più le foto di mia madre e dei miei nipoti”, Dominique Roux); il monito di Primo Levi all’umanità in Shemà (“Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole. / Ripetetele ai vostri fi gli / O vi si sfaccia la casa, / La malattia vi impedisca, / I vostri nati torcano il viso da voi”); le voci di bambini sbalzati dai banchi di scuola e dai giochi infantili alle atrocità più nefande. Perché in campi di concentramento come quello di Terezìn, spacciato per un’isola felice dalla mistifi - catrice propaganda nazista, la vita di un fanciullo poteva considerarsi più breve di quella di un fi ore, le quietanti pareti domestiche apparivano distanti anni luce e persino le farfalle sembravano mantenersi lontane da quei reami di dolore. Per non vedere.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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