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La risposta dei tecnici alla crisi economica
12 dicembre 2011

L’Italia intera e i leader politici esteri hanno accolto con forte entusiasmo, non meno di un mese fa, l’entrata in campo di Mario Monti, quale possibile soluzione ad una fase preoccupante dell’economia nazionale, stretta da uno spread ai massimi livelli e da continui tonfi della Borsa. Tuttavia il clima di euforia è già cambiato e la tanto auspicata manovra, i cui contorni non sono ancora ben definiti, sembra essere fortemente discussa dalle parti sociali.
Una conseguenza abbastanza scontata quando, tra gli interventi previsti, la maggior parte riguardano l’innalzamento di tasse con il solito aggravio sul contribuente, mancando invece le auspicate misure per lo sviluppo. In molti infatti si chiedono se …“c’era bisogno di Monti per proporre tali interventi”. Agli italiani, ai soliti italiani, si chiede ancora un ennesimo e ulteriore sacrificio, così come quando bisognava entrare nell’euro, quella moneta unica che vacilla sempre più pericolosamente come l’intera architettura dell’Europa. Europa in cui di europeo è rimasto ben poco, considerando i risultati dell’ultimo vertice di Bruxelles, dove l’Inghilterra ha ancora una volta mostrato una politica di spiccato interesse nazionale contro gli interessi comuni.

Allora ci sarebbe da domandarsi se continuare a pensare al bene comune o guardare agli interessi propri, uscendo magari dall’euro e dalle regole dell’Europa, per potersi ritagliare una politica economica su misura senza i vincoli imposti dalla Germania o dalla Francia. Sicuramente una scelta del genere sarebbe altamente rischiosa ed incerta. Occorre invece avere più coraggio e capire che, se bisogna sacrificarsi, bisogna farlo con coraggio e determinazione, dove ognuno deve svolgere il proprio ruolo. Ciò significa eliminare una volta per tutte i privilegi e le posizioni acquisite e puntare sull’efficienza e i risultati.
Ad esempio, è giusto che si allunghi l’età per giungere alla pensione, poiché la prospettiva di vita fortunatamente è aumentata, ma attenzione a non esagerare. Inoltre bisogna evitare che chi lavora oggi, e comunque i giovani, intrappolati da una forte disoccupazione e da un precariato che ormai è divenuto regola costante, debbano pagare per quella generazione che ha accumulato il pauroso debito che ci sovrasta. Perché in questa fase non si ha il coraggio di ridurre e rivedere il sistema pensionistico per determinate posizioni in cui si continua a godere di benefici ingiustificati? Perché ancora oggi non si richiede al lavoratore pubblico di lavorare come tutti gli altri 8 ore al giorno?
 
E perché non si parla di notai, farmacisti, e tutti coloro che usufruiscono di false rendite che concentrano, più che distribuire, la ricchezza? Dove esiste l’equità sociale se si aumentano ancora le tasse sui carburanti che colpiscono i “soliti” lavoratori che quotidianamente usano l’auto per recarsi sul posto di lavoro quando non si è in grado, dopo cinquant’anni, di rendere efficienti i mezzi pubblici così come avviene nel resto dei Paesi sviluppati?
La lista delle incongruenze potrebbe allargarsi a dismisura ma l’intento è solo quello di evidenziare come, di determinate misure, più repressive che di aggiustamento, francamente non ne avevamo bisogno. Ancora una volta continua a mancare il coraggio di dare una prospettiva al Paese, soprattutto in quei momenti di difficoltà in cui ciò dovrebbe realizzarsi. Di conseguenza continueranno a pagare sempre i più deboli, con la differenza che qualche anno fa ciò era possibile con meno sacrifici, oggi si tocca, come ribadito, l’integrità di quella giustizia sociale che dovrebbe essere una delle più importanti e fondamentali priorità del’interesse pubblico.         
Autore: Domenico Morrone
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