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La politica dei miserabili
15 gennaio 2012

I giochi sono fatti, nonostante i segretari dei vari partiti si affannino a ripetere di voler ricomporre il cantiere e cercare una soluzione alle diatribe interne. Pesano come un macigno le accuse lanciate dal segretario di Rifondazione Comunista alle altre forze politiche del “cantiere”. «Invece di dar rilevanza all’iniziativa politica si è pensato alla coalizione e alle candidature, instaurando contatti con forze al di fuori del cantiere, soggetti politici terzopolisti»: il riferimento è l’Udc, considerato da Rifondazione «forza politica avvezza al trasformismo e ad una forma d’opposizione inconcludente e controproducente, a cui noi abbiamo posto un netto veto». Senza dubbio, Pino Amato (Udc) è una delle figure più controverse del panorama politico locale, forse la “punta di diamante” di un leghismo populista in salsa meridionale o neoborbonica. Ma, oltre alle ragioni elettorali che hanno spinto PD e SEL a non accogliere i diktat dei “terzi polisti scissionisti” (Rifondazione e lista civica locale), che già da tempo avevano deciso il candidato sindaco, anche’esso estremista, da imporre alle altre forze di centrosinistra (considerato anche il netto rifiuto delle primarie), non è possibile dimenticare che, prima della condanna in primo grado (la cui conferma in secondo grado è tutt’altro che certa), il consigliere Pino Amato era stato uno dei più attivi e concreti consiglieri di opposizione. Atteggiamento che lo differenziava da chi, invece, preferiva arzigogolare sulle questioni, filosofeggiare, ideologizzare ogni cosa senza mai concludere niente. A detta degli “scissionisti” l’attacco ai singoli membri di questo fronte è stata una manovra politica per «buttarci fuori e lasciar spazio a pezzi dell’attuale maggioranza, in rotta di collisione con Azzollini, desiderosi di aprirsi degli spiragli dall’altra parte» (Antonello Zaza). Il forte sospetto è che dietro la posizione oltranzista dei “terzi polisti” ci sia ben altro. E che, in conclusione, ci sia un “gioco di convenienza”, funzionale alla conferma del centrodestra nelle prossime elezioni amministrative, situazione che garantirebbe agli “scissionisti” di preservare il loro “orticello elettorale” e, chissà, non solo quello. Centr odestra , acq ue POCO tra nquill e Le improvvise dimissioni del presidente dell’Asm, rappresentano già il primo segnale di smottamento del fronte del centrodestra. Il SSP dovrà decidere il prossimo candidato sindaco, essendo oramai certo che nella prossima legislatura non potrà ricoprire più i due incarichi. Mariano Caputo (Mpa), Pietro Uva, Nicola Camporeale e Saverio Tammacco sembrano oggi essere i papabili tra cui il SSP sceglierà il suo successore virtuale. L’attuale vicesindaco, secondo indiscrezioni, avrebbe posto un vero diktat sulla propria candidatura: se non dovesse essere scelto, romperebbe con Antonio Azzollini, passando al centro. Discorso leggermente diverso per Caputo: ci sono “interessi” che lo legano al SSP, ma anche lui potrebbe traslare e tentare di riciclarsi al centro, forse ponendo la sua candidatura come candidato centrista con il gruppo Mpa. Una cosa è certa, qualsiasi cosa dovesse scegliere, il SSP scontenterà qualcuno ed è molto probabile che il centro si ingrossi, a meno che non riesca ad accontentare gli scontenti in varia maniera con i suoi mezzi economico-finanziari. È altrettanto plausibile che alcuni esponenti “scontenti” (assessori e consiglieri) dell’attuale maggioranza si raggruppino e tentino di trasmigrare in una mega- coalizione anti-azzolliniana: una soluzione da “Il deserto dei tartari”, perché gli elettori potrebbero anche avere un rigetto per questa coalizione che accoglierebbe al suo interno pezzi forti della maggioranza, finendo con l’essere considerata una sua fotocopia. Un’idea evidenziata anche dai “terzo polisti”, che hanno rotto il cantiere prima del tempo. Gli “sciossinisti” Ma qual è la soluzione alternativa posta da questi ultimi? L’imposizione di un candidato politico estremista, impegnato più che nell’azione politica, nel denunciare e querelare chiunque gli si “porti a tiro” e non la pensi come lui? L’imposizione di un codice morale, ispirato più che da ragioni di moralizzazione della vita pubblica, dai desiderata personali di questo candidato da imporre alle altre forze politiche? Ammesso e non concesso che gli “scissionisti” abbiano visto giusto nella loro “sfera di cristallo” come condannare la posizione di PD e SEL, che hanno dovuto rifiutare più che una proposta politica, un vero e proprio invito al suicidio politico? Ed è proprio dinanzi a queste posizioni politiche, per molti versi assurde e pazzesche, che PD e SEL non hanno inteso in alcun modo chiudere i canali di dialogo con le forze centriste. Paradossalmente, è come se gli “scissionisti” con la loro posizione avessero “stimolato” il pericolo che andavano paventando e denunciando. Ed è qui che i sospetti divengono quasi certezza: la loro politica sembra essere funzionale all’interesse di un solo unico personaggio isolazionista, che potrebbe aprire una campagna militare, più che elettorale. Non solo. Tra l’altro, questa posizione politica talebana sta generando pure parecchie defezioni tra gli stessi “scissionisti”. Solo motivi di ordine morale nell’opposizione dei “terzo polisti” ad una grande coalizione di alternativa democratica? O c’è dell’altro nelle posizioni estremiste? Molti assicurano che ci sia anche altro, che l’etica e la morale centrino poco, rispetto a ragioni di convenienza politica. E, forse, qualche altra cosa “scivolata sottobanco”. Insomma, un inciucio trasversale, strane “convergenze parallele” tra il SSP e gli “scissionisti”. Qualcuno sospetta che la spaccatura nel cantiere del centrosinistra sia stata “istigata” dal SSP, come nel 2008, per evitare che si crei una coalizione di centrosinistra in grado di poter dignitosamente competere per conquistare il governo della città e, soprattutto, per spegnere sul nascere le velleità di chi vorrebbe uscire dal centrodestra (magari indotto a ripensamenti, in caso di vittoria quasi certa del SSP con il suo candidato virtuale). Le divisioni del centrosinistra favoriscono il centrodestra. I vecchi rancori personali e pseudo-politici messi in scena, soprattutto, da Rifondazione sembrano istigati dal trans-partito locale che conduce ancora oggi una battaglia personalistica non contro l’Udc, ma contro il suo leader storico (Pino Amato), che discute di beni comuni, ma preferisce strumentalizzare le divisioni a danno della città per spaccare e, alla fine, di fronte al flop, leccarsi le ferite e accusare gli altri della sconfitta, che allatta ufficialmente la visione del “nemico politico” (e non dell’avversario politico). Un atteggiamento che disorienta gli stessi cittadini, aizzati alla guerra politica. Perc hé non un compromesso? A Molfetta si asseconda la «politica dei miserabili », quella di coloro che cercano di creare alleanze e laboratori solo per avere un posto in Consiglio comunale. Perché non un “compromesso”? Esemplare il compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano degli anni ‘70 per salvare la democrazia italiana dai pericoli di involuzione autoritaria e dalla strategia della tensione che insanguinava il paese dal 1969. Quale governabilità? Se ognuno iniziasse a cedere qualcosa di suo, della sua ideologia (se ancora oggi si può parlare d’ideologia politica) e dei suoi interessi personali, forse una coalizione di larghe intese riuscirebbe a condurre Molfetta fuori del baratro, in cui si è consumata in questi anni. Non ne uscirebbe ripulita, ma almeno porterebbe una nuova veste.

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