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La peste a Noja nel 1815-1816 Coinvolta anche Molfetta
15 maggio 2020

L’occasione dell’epidemia influenzale del coronavirus COVID-19, (in Puglia con meno virulenza) ci riporta a ricordare la peste scoppiata a Noja odierna Noicattaro nel 1815-1816. A una prima riflessione pare strano che l’epidemia di Noja diffusa nel 1815-1816, la Spagnola nel 1918 e il coronavirus COVID-19 nel 2020 si siano manifestati nel secondo decennio degli ultimi tre secoli. Dissertando sulle epidemie in genere, è emerso che a Molfetta la documentazione comunale conserva tutti gli avvisi (dal 1531 al 1830) con cui le autorità preposte alla salute pubblica richiamavano con insistenza alla vigilanza del pericolo del morbo infetto, quale era considerata la peste, e si affermava che tale pericolo veniva dal mare con le barche provenienti dall’altra sponda adriatica. Alla fine del XV sec. a Molfetta ci fu un’epidemia di peste. I documenti locali narrano di un sacerdote, tale don Angelo Cirino, che contrasse la peste ma si salvò; così come menzioniamo la morte di due sorelle, Pasca e Lucrezia de Schirico di Benedetto, per aver contratto lo stesso morbo, la peste. Tratteremo ora il coinvolgimento diretto e indiretto di Molfetta con l’epidemia della peste a Noja attraverso la documentazione dell’Archivio Comunale e dell’Archivio Diocesano. Già dal 1812 e 1813 le città costiere, comprese le torri di vedetta sulla costa adriatica del Regno di Napoli, furono messe in allarme per una epidemia in corso nella Dalmazia. Fu istituito un Cordone sanitario per prevenire l’arrivo da quelle coste di imbarcazioni con merci pericolose soggette come le pelli o cuoi a essere infette. Il 29 maggio 1815, cessò provvisoriamente il servizio del Cordone sanitario e il 12 giugno, per aver vigilato il litorale per cinque giorni, i seguenti molfettesi ebbero un compenso: il caporale Arcangelo Iovino, 1 ducato e 15 grana; i legionari Gaetano Albanese, Luigi Sciancalepore, Corrado Alto e Gaetano Favuzzi, 97 grana e 6 cavalli. I posti di guardia erano a cala S. Giacomo, ai Pali, al molo vicino il Duomo, alla Porticella e alla 1ª Cala. Il 7 giugno 1815, i Deputati alla Salute di Molfetta: Francesco de Donato e Corrado de Judicibus avvisarono i Sindaci di Molfetta e il Giudice di pace che la sera precedente una barca venuta dalle Bocche di Cattaro era stata respinta a causa della peste scoppiata a Maresca e Narenta. Ritornata di nuovo nel porto fu nuovamente respinta, ma dalla barca fu risposto che non potevano riprende la navigazione per il poco vento. I Deputati chiesero l’intervento della forza armata per mandarli via. Il Sindaco fece intervenire la forza armata della Dogana composta da 4 soldati che a bordo di una barchetta vigilarono la barca forestiera sotto il controllo dei Deputati alla Salute. Il 10 giugno 1815, il Comitato Supremo della Salute di Napoli, venuto a conoscenza che sulle coste della Dalmazia era scoppiata un’epidemia di peste, dispose il rifiuto all’approdo alle imbarcazioni provenienti da Lissa. Come pure si ristabiliva il Cordone sul litorale dello Ionio e dell’Adriatico dalla punta di Regio, fino al Tronto. Si soggettavano a 7 giorni di contumacia tutte le barche che partivano da porti e coste del Regno per tutta l’indicata linea del Cordone. Si proibiva la pesca di notte. Nessuna barca peschereccia addetta a uso del traffico giornaliero doveva oltrepassare le 20 miglia. Nel novembre del 1815, un mercante noiano, tale Liborio Didonna, acquistò delle pelli forse infette da una barca proveniente dalla Dalmazia, sfuggita al controllo del Cordone sanitario e approdata a sud di Bari. Dopo alcuni giorni il Didonna accusò un malore e morì; fece seguito la morte della moglie Pasqua Cappelli. Dopo alcuni decessi strani di altri noiani, i medici diagnosticarono che la causa della loro morte era la peste. Il 12 gennaio 1816, il Maresciallo della Brigata Cacciatori, Roberto Mirabelli, incaricato dal re Ferdinando IV, inviò una lettera al Maresciallo di Campo comandante della Provincia di Bari: «Signor Maresciallo di Campo Comandante, La Patria è in pericolo. Non è minacciata soltanto dal soffio avvelenato che fa man bassa sul sventurato Comune di Noja. Altro identico flagello ci sovrasta. La spiagge opposte all’Adriatico possono facilmente comunicarci il Mostro divoratore, che infierisce sulle infelici contrade della Dalmazia, e Croazia. Spalato in particolare è il paese disgraziato, dove il pestilenziale measma esercita il tremendi suoi dritti. Esiste già un Cordone marittimo nella provincia al di lei comando affidata. Vuole Sua Maestà che sia col più scrupoloso rigore eseguito. Alla di lei più stretta responsabilità intieramente è affidato così interessante disimpegno. Il Cordone marittimo dev’essere stretto nella più illimitata maniera oltre dè Legionari, e Gendarmi ne devono far parte senza distinzione di grado degl’individui tutti della Provincia dell’età di diciotto anni fino ai quaranta. In particolar modo sono chiamati al Cordone gl’individui tutti della disciolta Guardia di sicurezza interna che autorizzo a riprendere le Armi. Il pericolo che ci sovrasta è imminente. Tutti devono accorrere alla difesa della pubblica minaccia da salute». Il 14 gennaio successivo, l’Intendente della Provincia Capece Zurlo inviò ai Sindaci della Provincia altre disposizioni: «D’imporre il rifiuto alle imbarcazioni derivanti dal territorio di Fiume, ed isole annesse, e dalla penisola dell’Istria sino a Trieste esclusivamente. Di elevarsi la contumacia per le imbarcazioni derivanti da Trieste inclusive, fino a’ confini dello Stato Pontificio, da giorni 14 e 21 a giorni 28 con merce insuscettibili e a 40 con merce suscettibili. Che le imbarcazioni dall’Isola di Corfù, e da tutte le altre del mar Jonio siano assoggettate a stretto rifiuto, discacciando dai porti del Regno i legni che vi si trovano scontando la contumacia». Il 1° febbraio 1816, il sottotenente della Dogana di Molfetta, Francesco Gallotta, verbalizzò che la guardia sanitaria Gennaro Dammacco di guardia avanti la sede della Deputazione Sanitaria aveva visto che a causa del mare burrascoso era sulla riva un cuoio di vacca e che il marinaio da pesca Nicola Spagnoletta di Vincenzo lo aveva raccolto, la guardia sanitaria immediatamente lo aveva arrestato “usando ogni cautela e precauzione di sanità”. Il Gallotta chiamò Lorenzo Caputo e Luigi Caputo, entrambi beccai, a riconoscere che tipo di cuoio fosse e questi affermarono che il cuoio era di provenienza della Dalmazia. Nel frattempo sopraggiunse Leonardo Caputo conciatore e affermò che il cuoio era suo e aggiunse che il giorno 27 gennaio scorso aveva messo sulla riva legati otto pezzi di cuoio per bagnarli, ma il mare tempestoso aveva sciolti i cuoi ed egli era riuscito a recuperarne solo sette. Non curando della deposizione e prevenendo in merito alle attuali pericolose circostanze il cuoio fu bruciato e lo Spagnoletta scontò 21 giorni di contumacia. Il 18 febbraio 1816, il Sotto Intendente del Distretto di Barletta, Francesco Ciaja scrisse una lettera al Sindaco di Molfetta per una richiesta di 1,5 libbra di acido solforico occorrente all’Ospedale degli appestati di Noia. L’acido doveva essere inviato al Comitato Sanitario di Bari. Il 17 febbraio scorso 10 barche di pescatori molfettesi, la sera si erano attardati al rientro oltre le ore 24, gli equipaggi furono messi in quarantena, erano in tutto 60 individui e il Sindaco provvide al loro vitto. I capi paranza erano: de Gilio Antonio, Filippo Squeo, Giuseppe de Pinto, Corrado de Pinto, Pasquale Sallustio, Giuseppe Binetti Corrado Salvemini, Mauro Sallustio, Nicol’Antonio Salvemini, Domenico Salvemini. L’8 aprile 1816, avanti la torre di Minutillo (nelle vicinanze dell’attuale rotonda sul Lungomare Caracciolo) fu trovato un battello sconosciuto e per precauzione fu bruciato. Il frascaro Corrado de Ceglia ebbe 4 carlini per aver fornito le frasche. Il 17 giugno 1816 finì il contagio della peste a Noja, con 728 morti. Il paese fu aperto ai primi di novembre del 1816. Il 17 settembre1816, il Sotto Intendente del Distretto di Barletta Francesco Ciaja inviò una lettera al Sindaco di Molfetta lamentandosi che i farmacisti di Molfetta invece di mandare a Noja alcool aromatizzato di melissa avevano avuto l’imprudenza di mandare del semplice alcool di vino. Controllato dal chimico preposto, l’alcool fu rispedito indietro con l’obbligo di inviare subito un vero alcool aromatizzato. Ai farmacisti furono imposte tutte le spese di spedizione di andata e ritorno della merce. Il 5 novembre 1816, l’Intendente della Provincia comunicò ai Sindaci, che il Cordone sanitario lungo le coste dello Ionio e dell’Adriatico era abolito; rimaneva però la scrupolosa vigilanza. Rimanevano in vigore la contumacia di 7 giorni per le provenienze dalle Provincie Ionie e Adriatiche. Il traffico del regno era libero in tutte le provincie; l’isola di Cefalonia era ammessa alla libera pratica e che le barche provenienti dalle isole Ionie dovevano osservare la contumacia di 28 giorni o 40 giorni a seconda della merce che avevano. Non terminò però la vigilanza costiera e l’11 agosto 1817 i Deputati alla Salute di Molfetta, Giuseppe Modugno e Corrado de Judicibus, avvisarono che nei pressi di Torre Calderina il mare aveva buttato sulla costa un cadavere. Il preposto doganale Vincenzo Cancelli recatosi sul posto mise alcune guardie a vigilare il cadavere. Una commissione composta da: Fulgensio Ianch, Comandante e Ispettore del Cordone Marittimo, Michele Romanelli medico sanitario, Lorenzo Volpicella, Corrado de Judicibus, Giuseppe Massari Deputati alla Salute di Molfetta e Nicolò Valentini Comandante di Porto fecero la ricognizione del cadavere: «questo era a 50 passi alla parte di levante della torre Calderina e a circa 2 passi distante dall’acqua, si tratta di un uomo di giusta statura, vestito con un calzone lungo usato all’uso marinaro di color turchino con righetti bianchi e rappezzato alle ambedue ginocchia, con un gilè usato di trapunto bianco rigato di rosso a serpeggio con 2 bottoni isuguali e gli altri dello stesso tessuto, con una camicia di tela di canapa usata con i polsi alle mani larghi un pollice, con un abitino a guisa di borsella pendente al collo con un anellino di metallo e laccio. Ha il capo completamento scarnito». Il notaio Cosmo de Gaudio cancelliere della Deputazione alla Salute, stilò il verbale. Nella descrizione della costa di Molfetta redatta nel 1892 il Capitano Enrico Biagini Comandante del Porto di Molfetta, annotò che dalla punta di levante della cala Calderina a 100 metri si trovava la “pianca del morto”, questa coincide e spiega il toponimo con quanto redatto dalla precedente ricognizione. © Riproduzione riservata

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