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La partigiana Lidia Menapace e "Non una di meno" raccontano a Molfetta la Resistenza delle donne
30 aprile 2017

MOLFETTA - E' giunto alla quarta edizione il festival "Resistenza e Resistenze", nato dalla Rete Antifascista Molfettese. Sostenuto solo il primo anno dall'amministrazione, negli ultimi tre anni invece naviga in solitaria. Richiama ogni anno a Molfetta moltissime persone ed è costituito da un mix di spettacoli teatrali, dibattiti, musica e fiera dell'artigianato grazie alla quale il festival può auto sostenersi.

Nella prima giornata di questo evento, in collaborazione con la libreria Il Ghigno. Un mare di storie, preziosa è stata la testimonianza di Lidia Menapace. Staffetta partigiana nata a Novara nel 1924. Giovanissima prese parte alla Resistenza Partigiana. Nel dopoguerra fu impegnata nei movimenti cattolici, in particolare con la FUCI, Federazione Universitaria Cattolica Italiana. All'inizio degli Anni 60 ha cominciato ad insegnare presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, poi cacciata perché marxista. Trasferitasi in Alto Adige, è stata la prima donna eletta nel consiglio provinciale di Bolzano e prima donna ad entrare nella giunta provinciale. Nel 1969 è stata chiamata dai fondatori nel primo nucleo de Il Manifesto, giornale con il quale per anni ha collaborato. Antimilitarista, femminista, la Menapace è autrice di diverse opere, tra cui ricordiamo "Io, partigiana. La mia Resistenza" e "Canta il merlo sul frumento". Dal 2011 è entrata a far parte del Comitato Nazionale ANPI.

Una signora tutta pepe che ha raccontato la sua esperienza con il sorriso e non ha risparmiato nessuno dalla sua ironia, dai potenti del passato a quelli odierni. D'altronde, come da lei affermato, è una donna scostumata ma che dice la verità senza remore perché "Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto", citando una delle opere più famose di Ute Ehrhardt. Ad esempio, la Resistenza non è un episodio solo positivo della storia. Ogni evento storico infatti ha il suo oro ed il suo fango. Quindi dissente da chi dice che il fascismo ha fatto più danni della Resistenza. Non è stato un periodo patriottico come invece di solito viene ricordato. La gente era stufa del patriottismo. La gente voleva morire, o meglio vivere, non tanto per l'Italia quanto per la libertà. Si lottava per un mondo nuovo.

Dopo un piccolo contributo teatrale sul tema dello sfruttamento delle donne da parte del Caporalato, la Menapace ha esordito affermando che senza le donne la Resistenza non sarebbe esistita. Anzi, ha specificato che la presenza delle donne è stata condizione necessaria e sufficiente perché la Resistenza avvenisse. Infatti ha spiegato che dopo la firma dell'Armistizio dell'8 settembre 1943 e la presenza degli Alleati sul territorio italiano, i tedeschi avevano deciso di sparare a vista ogni singolo soldato incontrato sulla via per impedire appunto la Resistenza. Un massacro. Il massacro però non è avvenuto perché le donne hanno ricoverato nelle loro case l'esercito. E questo è solo un piccolo esempio. Per questo trova ignobile l'esclusione delle donne dal corteo del 25 aprile 1945, riservato agli uomini.

Uno spirito critico, quello della Menapace, nato fin da bambina. Quando giovanissima a scuola già sotto il fascismo, durante una discussione sulla morte del re Umberto I, avrebbe voluto commentarla in negativo ma poi si fermò, ed a casa sua madre le aveva detto di aver fatto la scelta migliore per evitare problemi. Ha passato la sua vita a sfatare i diversi pregiudizi sulle donne, legati alla Resistenza e non. Senza peli sulla lingua, ha detto la sua sulla politica italiana, sul caso Alitalia, su Trump e addirittura su Papa Francesco che lei apprezza pur non condividendo la sua posizione nei confronti dei medici obiettori di coscienza americani. Una figura che invece ha detto di ammirare è Papa Paolo VI, per lei il Papa più rivoluzionario di tutti.

Interessante anche l'intervento di due ragazze che fanno parte del movimento "Non una di meno", nato nel 2015 in Argentina da un'idea di un gruppo di giornaliste e attiviste che hanno creato iniziative che avevano alla base i temi della violenza contro le donne e il sessismo. Una forma, anche questa, di Resistenza. Non una di meno perché nessuna donna deve essere annichilita, allontanata. Ogni donna deve riprendersi i propri spazi, i propri diritti, il proprio reddito. Il movimento è arrivato in Italia grazie a piccoli gruppi, poi diventati sempre più numerosi, a Bologna e Roma, grazie ad assemblee durante le quali si è parlato di nuovo femminismo. Otto sono i punti stabiliti da "Non una di meno" che sono diventate altrettante proposte in Parlamento e che hanno portato allo sciopero dell'8 marzo 2017.

Non sorprende che Lidia Menapace faccia parte di questo movimento. Al passo con i tempi, fortissima, ha sottolineato l'importanza di utilizzare il linguaggio inclusivo. Quindi di abituarsi a dire "uomo" solo quando si sta parlando effettivamente di un maschio, "donna" quando si parla di una femmina. Lo ha detto con il sorriso che l'ha contraddistinta per tutta la serata: «perché non proviamo ad usare "donna" quando si parla di un uomo? a voi uomini piacerebbe essere definiti donne?»

In Italia, ha continuato la Menapace, la Resistenza esiste ancora ed è stato dimostrato lo scorso 4 dicembre quando gli italiani, numerosissimi, hanno detto no a cambiare la Costituzione. Certo qualche cambiamento va apportato, ad esempio, lei abolirebbe l'Art. 7 quello sul Concordato con la Chiesa. Fino a quel momento l'Italia non sarà mai uno stato laico e quindi gli italiani non potranno mai completamente esercitare la sovranità, come invece è scritto proprio nella Costituzione. E' un problema questo che l'Italia si porta dietro dalla Prima Repubblica. Bisognerebbe quindi rifare l'analisi del sistema politico italiano ma continuare a resistere. Perché, se si smette ora, ha concluso la Menapace, temo che in Italia non ci sarà più una Resistenza.

© Riproduzione riservata

Autore: Daniela Bufo
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