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La nuova frontiera del call center: il lavoro che uccide le capacità
12 agosto 2010

MOLFETTA - E' sbalorditivo notare come tanti giovani laureati, impiegati nei call center, siano soddisfatti del proprio lavoro. Sì, perché quello del telefonista è ormai l'unico approdo lavorativo sicuro anche per un giovane laureato.
Sono milioni le giovani menti alle prese con la meccanica e snervante ripetizione di codici sempre identici, atti a vendere un prodotto o a fornire informazioni, e centinaia sono i nostri concittadini impiegati nel settore, magari laureati a pieni voti, eppur costretti a fare i conti con bisogni stringenti. Portare a casa uno straccio di stipendio, rincorrere -o almeno avere l'illusione di farlo- quell' emancipazione economica che anni di studio avrebbero dovuto garantire, o addirittura esigere costitutivamente. Eppure così non è stato.
E presto i bisogni esteriori, quelli imposti dal sistema e pronti a risucchiare la vita in una condizione degradante di emarginazione sociale, tendono a sostituirsi anche alle necessità umane, di gratificazione interiore, di espressione autentica delle capacità.
L'attività lavorativa è già definita in ogni dettaglio e ristretta, insieme all'apertura al possibile, a vie inumane ma ben definite, che pongono le cose e le capacità in funzione dei risultati imposti.
Il team leader motiva i telefonisti promettendo risultati vantaggiosi, e rendendo persino piacevole per schiavi post-moderni un'attività monotona, routinaria, estenuante, che annulla ogni stimolo entro l'indistinzione di codici linguistici martellanti e snervanti. Eppure spesso il telefonista è soddisfatto del proprio lavoro, perché ha di mira il risultato che potrebbe avere lavorando con maggiore diligenza. Il risultato che esprime una vita alienata, da cui si lascia vivere fino a farsi inglobare in un unico grande codice che deve continuamente attivare premendo pulsanti e pronunciando formule indifferenti.
Ma l'appagamento è costruito su basi estranee, che ignorano le individualità avendo di mira solo l'efficienza, il valore strumentale dei singoli ingranaggi. Un'immensità di capacità, di ricchezza vitale, ingoiata in una pratica di asservimento infame, che annulla la persona pur di preservarsi.
In altri tempi sarebbe bastato molto meno per gridare allo scandalo, in quei tempi si parlava di "alienazione" come di un feroce assassino, quello che riduce le persone a cose. Ora tutto sembra rientrare nella normalità, anzi queste aziende di telefonia vengono considerate delle oasi felici. Sono gli unici posti, infatti, in cui i giovani trovano lavoro.
Eppure ben presto quelle stesse condizioni che hanno favorito un minimo di gratificazione professionale si rivelano disumane, astratte, avare di speranze. Così la familiarità del team leader si esaurisce quando, alla minima evasione da schematismi comportamentali rigidi e privi di vita, il telefonista viene minacciato di essere licenziato. Del resto, ci sono centinaia di giovani a prendere il suo posto, e le sue mansioni non sono affatto insostituibili. Quello che Gehlen chiamava "principio delle misure standard o dei pezzi sostituibili" costituisce un fondamento obbligatorio della struttura di queste aziende.
Ogni pratica lavorativa che riduce le vie di progresso a poche opzioni ricucite nei confini dell'ovvio, eliminando la novità racchiusa nell'irripetibilità dell' "io" e nella sua possibilità di scegliersi, non può che avere vita breve. Ogni lavoro, senza la scintilla unica di uomini vivi, restringe le prospettive sul reale impedendo ogni sviluppo, implodendo nella spinta cieca all'autopreservazione.
A queste voci la politica deve dare spazio, incoraggiando nel lavoro una modalità interpretativa che faccia dei fondamenti umani delle condizioni il fulcro dell'attività di scoperta. Per riportare il lavoro a misura di persona, per un approccio che ponga ogni angolo del reale come un pezzo di identità da ricercare.
 

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Autore: Giacomo Pisani
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Su un'autostrada buia e deserta, vento freddo tra i capelli caldo odore di colitas si libra nell'aria In lontananza scorgo una luce scintillante La mia testa s'era fatta pesante e la mia vista sempre più fioca Mi dovevo fermare per la notte. Là lei stava ritta sulla soglia Sentii il campanello E pensai tra me e me 'Questo potrebbe essere il paradiso ma potrebbe anche essere l'inferno' Poi lei accese una candela e mi mostrò la strada C'erano voci nel corridoio, credo dicessero... Benvenuto all'Hotel Italia Un tale posticino abbondanza di stanze all'Hotel Italia puoi trovare in qualsiasi stagione. La sua mente è piena di Tiffany, ha una Mercedes Benz Ha avuto molti ragazzi carini, che lei chiama amici Come danzano nel cortile, dolce sudore estivo Alcuni ballano per ricordare, altri ballano per dimenticare. Così chiamai il Capo, 'Per favore, mi porti il mio vino' Lui disse, 'Non abbiamo quel tipo di vino dal 1969' E ancora quelle voci chiamavano in lontananza Ti svegliavi nel mezzo della notte Solo per sentirle dire... Benvenuto all'Hotel Italia Un tale posticino Si godono la vita all'Hotel Italia Che bella sorpresa, procurano i tuoi alibi. Specchi sul soffitto, champagne rosa con ghiaccio E lei disse "Qui noi siamo tutti prigionieri, di nostro capriccio' E nelle camere del padrone, si sono radunati per la festa L'hanno pugnalato con i loro coltelli d'acciaio, ma non riuscirono ad uccidere la bestia. L'ultima cosa che ricordo, stavo cercando la porta Dovevo trovare un passaggio per tornare dov'ero prima 'Rilassati' disse l'uomo notturno, 'qui siamo programmati per accogliere. Puoi lasciare la stanza e pagare quando vuoi, ma non potrai mai andartene realmente'.

"Poi un giorno le sue ali si piegarono. Arrivarono ch'era sera: due grossi gabbiani bianchi gli si posero davanti. Siamo venuti per portarti più in alto. Per condurti a casa". "Io casa non ne ho. Ne ho una patria, nè uno stormo. Sono un reietto". Come aveva illuminato tutta quanta la sua vita, il lume dell'intelletto lo soccorse in quel momento, e lui capì. Lui poteva volare, si, più in alto. Ed era l'ora, si, di andare a casa. "Sono pronto" disse alfine. E il gabbiano Jon fece prua verso l'alto, scortato da quei due splendidi uccelli, e scomparvero insieme nella notte. Provenienti dalla Terra, oltre le nubi, lui e gli altri due gabbiano volavano in formazione compatta, e, d'un tratto egli si accorse che il suo corpo si era fatto splendente come il loro. lui era sempre il gabbiano Jon: solo che la forma esteriore era cambiata, adesso. Ora con metà fatica andava il doppio più veloce: due volte tanto, rispetto ai migliori risultati sulla terra. Le sue penne splendevano adesso d'un candore soave, le sue ali erano lievi, lisce come l'argento polito, perfette. Sicchè questo è il Paradiso, egli pensò. Si avvicinò al Gabbiano Anziano: "Ciang...."lo chiamò con titubanza - Ciang, questo mondo non è il Paradiso, dico bene"? L'Anziano ebbe un sorriso: "No, Jon, un posto come quello, no, non c'è. Il paradiso non è mica un luogo. Non si trova nello spazio, e neanche nel tempo. Il paradiso è essere perfetti. Raggiungerai il Paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta.......Lascia perdere la fede! Non t'è mica servita, la fede, per volare. T'è bastato l'intelletto: capire la faccenda." - Jonathan è quel vivido piccolo fuoco che arde in tutti noi, che vive solo per quei momenti in cui raggiungiamo la perfezione".
"Jon continuava le sue lezioni di volo, lontano dallo Stormo. Si convinse che: "Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano". Era felice. "Ci solleveremo dalle tenebre dell'ignoranza, ci accorgeremo d'essere creature di grande intelligenza e abilità". Saremo LIBERI! Impareremo a VOLARE! "Mi hanno visto! "Hanno assistito ai miei voli!" "Desidero farli partecipe delle mie scoperte" Ma, una volta toccato terra, L'Anziano dello Stormo, dopo una lunga riunione proclamò: "Il gabbiano Jon viene messo alla gogna, per la sua temerarietà e per essere venuto meno alla tradizionale dignità della Famiglia dei Gabbiani. Tutto ci è ignoto, tranne che siamo al mondo per mangiare, e campare il più a lungo possibile"......significava l'espulsione dal Gruppo, esiliato, condannato a vita solitaria, laggiù, sulle Scogliere Remote. "Datemi il tempo di spiegarvi quello che ho scoperto" - gridava Jon -. "Non abbiamo nulla in comune, noi e te", e gli voltarono tutti la schiena, lasciandolo solo. Volò oltre le scogliere e ben oltre, scoprì nuovi voli e planate. Il suo maggiore dolore non era la solitudine, era che gli altri gabbiani si rifiutassero di credere e aspirare alla gloria del volo. Egli imparò a volare, a sfruttare i venti d'alta quota, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Imparò a non dare retta a quello che vedevano gli occhi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda con il tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola. Scoprì ch'erano la noia e la paura e la rabbia a rendere così breve la vita di un gabbiano. Ma con l'animo sgombro da esse, lui, per lui, visse contento, e visse molto a lungo".
E' vietato sognare? L'unica vera legge è quella che conduce alla libertà - "Era di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato. A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata. Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per conto suo: era il gabbiano Jonathan. Si esercitava a volare. La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov'è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggiore parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. ......."Ma perchè, Jon, perchè?" gli domandò sua madre. "Perchè non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Non mangi, sei ridotto pelle e ossa!" "Non m'importa, mamma. A me preme soltanto di sapere." "Sta' a sentire, Jon" gli disse il padre. "Manca poco all'inverno. E le barche saranno pochine, e i pesci nuoteranno più profondi. Se proprio vuoi studiare, studia la pappatoia e il modo per procurartela. Non scordarti che si vola per mangiare". Jon cercò di comportarsi come gli altri gabbiani. Ma a un certo punto non ne potè più. Piantò lo Stormo e riprese a studiare volo e velocità. Una voce strana e cupa risuonava dentro di lui. La natura ti impone certi limiti. Se tu fossi destinato a imparare tante cose sul volo, avresti un portolano nel cervello. Carte nautiche avresti, per meningi. E se tu fossi fatto per volare come il vento, avresti l'ala corta del falcone, e mangeresti topi anzichè pesci. Si si, aveva ragione tuo padre. Lascia perdere queste stupitaggini. Torna a casa, torna presso il tuo Stormo, e accontentati di quello che sei, un povero gabbiano limitato". (La storia non finì così......invece!!!!!!)

in questo articolo/fotografia non ci trovo nulla di interessante....e ancora il soft&glamour, citato da alcuni non c'entra un beneamato...molto qualunquismo....diciamo piuttosto che la trasformazione antropologica messa in atto da circa un ventennio, aveva come obiettivo la sottostima del lavoro di concetto e la esaltazione della volutta' e dell'edonismo....oggi questo progetto si e' compiuto pr cui il lavoratore non ha piu' una coscienza di classe e le universita' sono solo esamifici....il laureato a pieni voti di oggi e' un mediocre con scarsa propensione allo studio e all'approfondimento, incapace di formazione in itinere, scarsa capacita' di problem solving, ma, soprattutto, pedestre spessore culturale... con il risultato nefasto di non saper " scalar montagne" accontentandosi del call center e, quindi, di essere solo la rotella di un ingranaggio...tuttavia tra questa CACATIO, ci sono perle , rubini, diamanti...che provano un piacere particolare a fare bene le cose che fanno, che amano rischiare e lottare per le cose in cui credono, che sanno cadere e rialzarsi, sono ostinati e testardi,conoscono il sano uso della indignazione e della ribellione, adorano sperimentare e non credono nel destino ineluttabile...in altri termini sono mossi da PASSIONE!!!...basta guardarsi attorno....P.S. sicuramente i "REALISTI della MENTULA" che pullulano in questo forum, riterranno il mio scritto vacuo e idealista... a questi MENTULA REMISSA rispondo dicendo che " qualsiasi futuro si puo' costruire cominciando ed ascoltando solo i propri sogni" !!!!!



- 1930. Il Ministro delle Corporazioni on.Lantini, sosteneva la necessità di "far si che sia inteso dalla nostra brava gente come il compiere un mestiere non diminuisce affatto il cittadino, anzi lo innalza di fronte al vagabondaggio intellettualoide di parecchi che non concludono nulla per sè, nè producono nulla di utilità per la Patria." Ma per convincere la "nostra buona gente" del nuovo significato che doveva attribuire all'espressione "elevarsi nella vita" non bastava la propaganda. Era necessario rivedere profondamente il funzionamento delle scuole secondarie: "Si è osservato giustamente che in Italia sussiste una grande sproporzione fra il numero dei ginnasi e dei licei, che preparano i giovani alle professioni intellettuali, e quello delle scuole di avviamento che dovrebbero formare gli artigiani nonchè i tecnici specializzati dell'agricoltura, dell'edilizia, dell'industria ecc., ecc.. E ciò, mentre il nostro paese è saturo di medici, avvocati e ragionieri, laddove sentiamo invece la grande mancanza di artigiani, di tecnici e operai specializzati. Anche a questa disarmonia bisognerebbe dunque ovviare chiudendo dei ginnasi e licei e aprendo delle scuole professionali." Premuto dalle organizzazioni degli intellettuali, preoccupato delle conseguenze che la disoccupazione dei diplomati e dei laureati poteva avere in termini di "perdita di consenso"......... Fermiamici qui e riflettiamo. Quando la politica "legifera per non perdere il consenso popolare" e quindi il potere, lo sfascio è sempre dietro l'angolo. Variazioni del tema: "Il controllo sociale delle masse". La forma più efficace era quella di vedere il controllo sociale nel mantenere analfabeta e ignorante la maggioranza della popolazione. Ora invece è mantenere nella precarietà del lavoro, la stessa maggioranza. Secondo il vecchio detto del secolo XVII: "se un cavallo dovesse saperne quanto un uomo non mi piacerebbe essere il suo cavaliere."-
Non so quanto volontariamente o involontariamente, Alba Talba, ha "travisato" o "deviato" il problema sociale così ben chiaro e lucido descritto dall'estensore dell'articolo. Completamente fuori luogo il "radical chic", considerando il lavoro rifiutato dagli italiani. Un passo indietro, per vedere i cambiamenti e i mutamenti sociali e territoriali, avvenuti in questi cinquant'anni. Il non voler ammettere e considerare le prese di coscienza e le nuove identità presentatosi nei cambiamenti anche culturali, vul dire voler nascondere la realtà. I motivi possono essere politici o di posizioni conservatrici. Conseguenze negative ci sono state oltre che di "mal governo", nell'incapacità di gestire le nuove realtà economiche, facendo credere che il tempo delle "vacche grasse" fosse interminabile, quando invece bisognava intervenire drasticamente sui beni di consumi. Ancora adesso si prosegue sulla via degli eccessi, solo per il profitto di furbi e protetti speculatori. Ora si vuole trascinare e riportare il mondo del lavoro, indietro di secoli. Posso anche fare il guardiano dei porci, ma non per questo essere trattato da porco: questo non è "radical chic". Posso anche lavorare dodici ore al giorno, ma quattro ore devono essere considerate "straordinario". Posso anche lavorare durante le festività, ma queste devono essere considerate come da contratto Nazionale e tutto nel rispetto del Trattato dei Lavoratori. Non considerare tutto questo, si ritorna alle condizioni sociali medioevali, nonostante il consumismo. Non è "radical chic", è richiesta di rispetto alla dignità dell'uomo.

“….Un'immensità di capacità, di ricchezza vitale, ingoiata in una pratica di asservimento infame, che annulla la persona pur di preservarsi….” Se fossi un lavoratore di call center proverei a “scuotere” l'estensore dell'articolo. L'avrei fatto anche se fossi stato un operaio delle fonderie, un carpentiere, un addetto alle pulizie, un conducente di tram, un “guardiano di porci” un contadino, un addetto ad una delle numerose catene di montaggio, oppure un addetto delle industrie tessili (con 21 turni di lavoro). Insomma, se fossi stato un addetto ad uno dei tanti lavori rifiutati dall'italiano radical chic e, prontamente occupati da migranti europei ed extra-comunitari, mi sarei veramente arrabbiato. Se abbiamo ancora bisogno di capire le ragioni per le quali in italia una cultura industriale non ha mai attecchito (con i guasti ed i limiti che sono sotto gli occhi di tutti) è sufficiente leggere l'articolo ed i primi contributi dei forumisti. Vogliamo salire sulle macchine (ma gli altri le devono produrre), vogliamo mangiare carne di maiale (ma gli altri devono fare i guardiani dei porci), vogliamo costruire case (ma altri ed in altri paesi devono essere decentrati i cementifici e le fonderie), vogliamo il caldo d'inverno ed il fresco d'estate ma altri, almeno a 50 KM fuori dai ns confini, devono costruire le centrali atomiche…. Sicuramente nello sviluppo economico non tutto è stato governato, alcune soluzioni e adattamenti potevano e dovevano essere oggetto di migliore “governo” ma continuare ad avere una visione romantica dell'economia e della produzione dei beni e dei servizi crea, a mio avviso, i presupposti per una società sbilanciata solo sui consumi, che continua a non farsi carico della produzione e dei problemi connessi. Buon ferragosto a tutti i produttori e a tutti i consumatori.

C'è stato un tempo, nei primi secoli della nostra modernità, in cui ragionavamo in termini politici: ordine e disordine, pace e guerra, potere e Stato, re e nazione, Repubblica, popolo e rivoluzione. Poi la rivoluzione industriale e il capitalismo si sono affiancati al potere politico e sono diventati la "base" dell'organizzazione sociale. Abbiamo sostituito al paradigma politico un paradigma economico e sociale: classi e ricchezza, borghesia e proletariato, sindacati e scioperi, disuguaglianze e ridistribuzione sono diventate le categorie di analisi più utilizzate. Oggi, due secoli dopo il trionfo dell'economia sulla politica, queste categorie sociali appaiono confuse e lasciano in ombra gran parte del nostro vissuto. Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma; non possiamo infatti tornare al paradigma politico, perchè i problemi culturali hanno assunto una tale importanza che il pensiero sociale va riformulato di conseguenza. Tutte queste osservazioni concordono su un punto: il crollo e la scomparsa dell'universo che abbiamo chiamato sociale. Non dobbiamo essere sorpresi; sono milioni le persone che deplorano la rottura dei legami sociali e il trionfo di un individualismo disgregatore. L'inquietitudine e, talora, l'angoscia derivate dalla perdita dei punti di riferimento abituali vengono ancora più accentuate dall'onnipresenza di criteri di valutazione economici che non corrispondono all'intensità della domanda, ma piuttosto la creano le scelte operate dai decisori economici. Stiamo uscendo dall'epoca in cui tutto trovava espressione e spiegazione in termini sociali e ci vediamo obbligati a esaminare come si costruisce questo nuovo paradigma, che ha riflessi su tutti gli aspetti della vita collettiva e personale. Un grande pericolo minaccia questo mondo. Quello di non essere più in grado di darsi degli obiettivi e di non essere più capace di affrontare nuovi conflitti. (tratto e condensato da: "La globalizzazione e la fine del sociale - A. Touraine)
Umilmente amplifico quanto sapientemente scritto dal giornalista di "Quindici" Giacomo Pisani. Sempre sagace e profondo nelle sue "intellettuali, socio-filosofiche" analisi. La razza umana è la più grande risorsa naturale del pianeta. E' un mondo che abbisogna sempre di attenzione e protezione, il pieno potenziale di ciascun individuo non è mai stato pienamente utilizzato. Un tempo "lavoro" e "attività" significavano più o meno la stessa cosa: imparare o insegnare, preparare da mangiare o procurarsi il cibo, crescere o invecchiare, erano tutte cose che avevano la stessa importanza. Nelle società "progredite" però c'è ormai da tempo una dominante equazione popolare che collega il lavoro all'impiego, l'impiego al denaro, e il denaro al valore dell'individuo. E' probabile che, in futuro, i modelli di lavoro debbano mutare radicalmente. Alcuni ritengono che nelle economie avanzate il risultato finale sarà una vasta dequalificazione dei lavoratori, altri che il futuro sia nei corsi di riqualificazione, nella divisione del lavoro e nel lavoro autonomo. Nel Sud per il momento i problemi sono diversi. Qui c'è la necessità che la popolazione non solo disponga di un lavoro, ma che riceva anche un reddito adeguato. Le frasi fatte costituiscono un tentativo di "incapsulare" o presentare particolari situazioni di difficoltà per l'uomo. Due di queste frasi particolarmente sono: "senso di identità" e "crisi di coscienza". Riflettono bene le attuali incertezze, e la ricerca di individui che vogliono trovare fiducia in se stessi, quali essere umani. C'è anche uno strettissimo legame tra l'attività economica e il senso dii identità: quando il lavoro è fruttuoso per esempio rafforza il senso di stima che abbiamo di noi stessi. Le basse paghe vanno a peggiorare la situazione. Nel Sud, la crisi più aspra è provocata sia dall'alta sottocupazione, che dalla disoccupazione. Senza la sicurezza sociale, il lavoratore, i giovani devono lavorare non per vivere ma appena per soipravvivere.

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