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La crisi della democrazia a Molfetta. Riflessioni sulle dimissioni del sindaco Paola Natalicchio
03 maggio 2016

MOLFETTA - 'Che dice Paola?'. È la domanda dell’ultima telefonata di ieri sera. Più o meno le 22.
Non lo so che diceva ieri. O cosa dirà oggi. Ha detto con chiarezza domenica.

Che cosa ho capito io. 
L’aggancio tra la politica della quadra e quella che ci prova a trovare le soluzione che servono oggi non regge più. E non solo a Molfetta. Ovunque accade che si provi ad amministrare facendo i conti con il mondo che sta ancora cambiando.
Il cambiamento è un processo che non si governa più solo con i numeri.
La maggioranza della metà + uno non tiene più dentro i partiti e la città. Questo dato è oggi irreversibile. C’è il dato dei partiti e dei movimenti che si chiamano e si schierano in un modo ai nastri di partenza e poi in corso d’opera si aggiustano, cambiano nome e si contano, più dentro che fuori, di continuo.
E c’è il dato delle persone e dei fatti che si aggregano sui progetti e soluzioni che li includono perché cittadini e non elettori. A salutarla domenica accanto a me c’erano due donne che mi hanno detto: ‘noi non l’abbiamo nemmeno votata e ci ha fatto innamorare delle cose che si potevano fare e si stavano facendo’.
Perché Paola ha fatto sognare e sa fare innamorare. La sua differenza sta anche qui. Forse anche le ragioni del suo emergere dalla mischia politica nazionale in questo momento. 
Il centrosinistra (centro sinistra, centro-sinistra) di oggi è diverso da quello di 3 anni fa a Molfetta e ovunque. Contaminazioni o transumanze. Nuovi patti e nuovi cartelli. ‘Elettorali’ mi spiegava Antonietta che più meno alle 18,00 mi ha fatto la stessa domanda di chi mi ha chiamata alle 22,00, spiegandomi l’importanza della fase costituente di questi mesi.
Smottamenti interni a un sistema che modificando se stesso non ha rivisto le logiche che non reggono ormai più e fatica a generare partecipazione vera e post elettorale. Lo hanno lasciato in molti quel centro sinistra che ognuno si è scritto come voleva. Lo lasceremo in tanti al suo naufragio mettendo il nostro tempo, le nostre energie e capacità in altro che serve al cambiamento in questo qui ed ora della Storia. Perché la schiera di quelli che non devono costituirsi ogni volta per dire da che parte stanno rispetto alle ragioni e alle scelte che fanno la differenza da un centro ondeggiante e una destra che resta fascista, è numerosa. Non siamo disertori ma partigiani.
Paola ha capito e detto una cosa che può valerci come intuizione. Lei con la sua esperienza di Governo è nel punto esatto nel quale la scelta se adeguarsi alla consolidata prassi dell’uno che regge le maggioranze che non ci sono più, si fa o non si fa.
Non è sbagliato farla. Anche i migliori tra i nostri l’hanno fatta governando bene ma poi cadendo. L’agguato è il passo successivo alla maggioranza + uno. In consiglio comunale di notte o all'alba da un notaio. Le amministrazioni che fanno bene si fanno cadere così.
Ma che accade, che cosa può accadere, se decidiamo di non farla quella scelta? Se rompiamo il giocattolo e siamo tutti costretti a fare un gioco diverso?
Può essere che finalmente si possa scegliere tutti di agganciare la sostanza e non la forma? Tutti a partire dai partiti però?
Il fatto è che a Molfetta come ovunque la democrazia è nel suo punto più critico. Non sono i pontieri che possono ricucire. È stata chiara Paola in questo. Perché i pontieri ce l’hanno dentro la logica della quadra e del compromesso necessario, la logica dei numeri e delle mani che si alzano. E più sono bravi e capaci più sono in grado di tenere in vita corpi malati. Dovrebbero essere i pontieri per primi a dire basta, cambiamo gioco.
Non + uno. Ma meno uno. 
Fa paura. Ma questo è. In questo punto esatto è la democrazia oggi. A Molfetta e non solo.

Autore: Elvira Zaccagnino
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