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L'invasione Il racconto
15 giugno 2004

Iniziamo con questo numero a pubblicare racconti di autori più o meno esordienti (si veda la nota al termine). L'autrice è Marisa Carabellese, una pittrice molto nota che, come la maggior parte degli artisti, ha anche spiccate tendenze per un'altra forma di arte. Dai suoi quadri, spesso inquietanti sempre affascinanti, emerge una naturale predisposizione al fantastico che trova la sua logica concretizzazione in racconti che saranno pubblicati su queste pagine. Sono stato io a infrangere la sua naturale ritrosia e a spingerla alla pubblicazione. Come vedrete son sicuro di aver fatto bene. (d. a.) Erano arrivate a centinaia. Si erano accampate vicino allo scoglio che delimitava la caletta ad emiciclo e degradava ai due lati, saliva dolcemente al centro con rocce brune e spoglie e poi si copriva di macchia mediterranea. Alcuni pini e a destra, guardando dal mare, a picco sullo scoglio, una piccola armoniosa casa torre con due archi molto acuti su una delle facciate e una porta e una finestra rettangolari su un'altra. Gli altri due lati non erano visibili dal mare. Vicino alla casa torre un albero che visto dalla spiaggia sembrava sovrastarla in altezza e sembrava disegnato a penna contro il cielo quasi sempre azzurro. Fra il mare e gli scogli una spiaggia di sabbia fine e chiara con un tratto riservato all'Aeronautica Militare con gli ombrelloni bianchi e blu tutti uguali e un altro tratto ad un circolo molto esclusivo. Nessuna costruzione invadente, solo, per l'uno e l'altro piccole costruzioni e terrazze mimetizzate dal verde. Sulla spiaggia libera ombrelloni variopinti ma, stranamente, molta tranquillità. Niente giochi di palla, gracchiare di radioline, musica ad alto volume, né dal circolo né dalla zona militare. Al più, da quest'ultima, una musica a volume ridotto che risultava molto gradevole, e solo verso il tramonto. I tramonti erano spettacolari. Il sole tramontava oltre gli scogli a destra, guardando il mare, dove si erano accampate, e la luna sorgeva pallida dalla parte opposta, contemporaneamente. A volte, fra i due astri era possibile vedere l'arcobaleno. Avevano mandato alcune esploratrici nascoste nei banchi di alghe che si depositavano poi alla riva creando malumore fra i bagnanti. Le avevano seguite timidamente alcune fra le più giovani che non riuscivano a rendersi conto che non c'era ancora la possibilità di stabilire un contatto. Tutte le altre si erano fermate sul fondo, invisibili dalla spiaggia. Solo una giovane donna che si era spinta con pinne e occhiali all'estremità dello scoglio era tornata dicendo che ne aveva viste a centinaia. Il contatto con gli esseri umani poteva avvenire con l'estremità dei due lunghi filamenti che partivano dall'ombrello della medusa ed era quello che veniva usato, poi si erano accorte che appena sfiorati dai tentacoli o dai filamenti gli esseri umani si allontanavano a nuoto velocemente, doloranti e irritati perché per loro il contatto era come una bruciatura e avrebbe dovuto essere molto più lungo e intenso per essere percepito. Le esploratrici più giovani non lo avevano ancora capito e continuavano a tentare ma questo voleva dire causare solo ulteriori disastri. Anche in questa torrida estate si erano mimetizzate nei banchi di alghe e poi qualcuna si era fatta vedere. Le più temerarie avevano tentato il contatto ed era stata una strage. Gli uomini le catturavano con i retini dei bambini o usando secchielli e pinne e prima le scagliavano sulla rena e poi le trafiggevano con qualsiasi bastoncino trovassero sulla sabbia. La Comandante aveva dato l'ordine perentorio di ritirarsi. Un ultimo tentativo lo avrebbe fatto ella stessa, ma con un nuovo sistema che non era stato ancora verificato, poi sarebbero andate via tutte insieme. * * * Viki sedeva sulla spiaggia tranquillo, come sempre. Aveva accanto un secchiello, una palla, delle formine per la sabbia, ma era come se non ci fossero. Guardava il mare, silenzioso, serio , concentrato. Suo padre leggeva il giornale, sua madre prendeva il sole. Non c'era neanche bisogno di controllarlo, non si muoveva mai dal suo posto se non sollecitato. Il sole calava oltre la scogliera e non bruciava più, era il momento più bello sulla spiaggia, ormai quasi deserta. Gli ombrelloni dell' Aeronautica erano già tutti chiusi, gli altri ombrelloni erano stati portati via dai proprietari. “Come si sta bene!”, sospirò la mamma distesa bocconi sulla sabbia. Il babbo, tutto concentrato in un articolo di politica rispose con una specie di mugolìo. La medusa si avvicinava piano piano alla riva. L'acqua era poco profonda per svariati metri. Cominciò a cambiare colore: dal rosa pallido al viola, dal grigio al cobalto, dal giallo tenue all'arancio. Era una rapida successione di colori che divenivano sempre più luminosi e cambiavano con ritmo sempre più accelerato. Viki si alzò goffamente sulle gambette robuste e mosse alcuni passi incerti sulla sabbia che non scottava più. Non parlava e non sorrideva mai. Aveva solo due anni ed era down.. Era già entrato in acqua, andava sicuro ora incontro alla medusa che cambiava continuamente colore. Era una grande, bellissima medusa. La mamma alzò la testa per guardare l'orologio. “Il bambino, dov'è il bambino?”, gridò. Il padre alzò gli occhi dal giornale e lo vide che avanzava nell'acqua che ora gli giungeva alla vita. Si alzò di scatto, lo raggiunse e vide che guardava la medusa ormai vicinissima a lui. “Brutta bestiaccia!”; disse a voce bassa e concitata. Non voleva spaventare il bambino. C'era un secchiello abbandonato provvidenzialmente sulla riva, si chinò, allungò una mano e con il secchiello catturò la medusa. Viki improvvisamente scoppiò in lacrime (non piangeva mai) : “No, no bua, mia, mia”, urlava. IL padre non capiva. Il piccolo cominciò a tempestarlo di pugni sulle gambe: “Giù, giù, no bua”. “Va bene”, disse il padre attonito – finalmente aveva capito – e la lanciò in mare. La Comandante era salva. Cambiò rapidamente colore, ancora due o tre messaggi. Viki era immobile, concentrato. Il contatto era avvenuto. Suo padre lo guardava come se lo vedesse per la prima volta: i lisci capelli neri tagliati a caschetto, gli occhi dal taglio orientale, intensi e dolci che continuavano a guardare il mare e lo prese in braccio. Non lo aveva mai accettato, evitava sia pure inconsciamente di prenderlo in braccio, di toccarlo, e il bambino lo percepiva e non si lasciava toccare. La madre corse loro vicina ma si fermò a pochi passi, incredula. L'uomo stringeva piano il bambino, gli tastava le gambette, le braccia, gli carezzava i capelli, come se lo vedesse per la prima volta, se lo avesse appena scoperto. Il bambino gli mise il braccio intorno al collo e gli posò la testa sulla spalla. “Papà, casa”, ripeteva piano. “Sì, andiamo a casa”, disse l'uomo con gli occhi pieni di lacrime. Viki alzò la testina e guardò ancora il mare, a lungo, e finalmente sorrise. * * * “Andiamo – ordinò la Comandante, – torneremo fra vent' anni” Marisa Carabellese AVETE RACCONTI NEL CASSETTO? INVIARCELI. SE MERITEVOLI, LI PUBBLICHEREMO. I racconti devono essere brevi (max 3 cartelle standard pari a circa 6.000 battute) di qualsiasi genere purché scritti in italiano. Se pubblicati non saranno retribuiti, ma riceveranno una copia del numero di “Quindici” nel quale appare il racconto. I racconti vanno inviati per posta a “QUINDICI” - via S. F.sco Saverio, 75 - 70056 MOLFETTA o per e-mail a scrivimi@quindici-molfetta.it oppure direttore@quindici-molfetta.it completi di indirizzo e numero di telefono dell'autore.
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