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Il Teatro “ Minimo “ di Casa Capelluti La fine di un vecchio mondo
15 gennaio 2005

Molfetta, febbraio 1922. Giacinto Panunzio, noto scrittore molfettese, tra i più importanti testimoni della nostra storia fra '800 e '900, contempla sul porto i colori del tramonto, ed il ritorno delle paranze. Ad un tratto gli si para davanti il professor Domenico Boccassini suo vecchio amico, e gli chiede a bruciapelo: «Giacinto, e dello “Stabile” non vuoi parlarne più?». Prima di proseguire il racconto di questa conversazione, è però necessario fare un passo indietro. I meno giovani ricorderanno il bel palazzo Capelluti, che sorgeva a levante della villa comunale, e che fu abbattuto alla fine degli anni Sessanta. Intorno a quella vicenda Roberto Pane scrisse sulla rivista “Napoli Nobilissima” pagine gustose ed istruttive, per il passato, ed anche per il presente. Esso rappresentava la testimonianza evidente e tangibile dell'ascesa sociale di una famiglia che nella prima metà dell'Ottocento aveva fatto fortuna con vari commerci, ed aveva anche ricoperto cariche di rilievo nell'amministrazione cittadina. Nel 1913, su commissione dei proprietari Angela Capelluti ed Alberto Soria suo consorte, lo scultore molfettese Giulio Cozzoli aveva ideato disegno e decori di un privato teatro, che fu detto “Minimo”, e nel quale si tenevano concerti e si allestivano rappresentazioni teatrali. Gli attori erano scelti tra la locale borghesia colta, compresi i padroni di casa. Tuttavia, lo scoppio della prima guerra mondiale aveva interrotto bruscamente le stagioni del teatrino, ossia dello “Stabile”, come scherzosamente veniva chiamato dai suoi animatori. In realtà, il conflitto aveva prodotto dei cambiamenti ben più profondi: nelle abitudini di vita, e nella maniera di rapportarsi e di reagire nei confronti di eventi che sembravano scuotere antiche certezze, e generare insicurezza e precarietà. Un malessere che diverrà evidente nel primo dopoguerra, sconvolto da drammatici scontri politici e sociali. Ma torniamo alla nostra storia. Panunzio, durante la guerra, aveva più volte incontrato il Boccassini, terrorizzato dalla possibilità di essere colpito da bombe austriache, provenienti dal cielo o dal mare. Molti amici erano stati richiamati, alcuni erano caduti: sembravano ormai lontanissimi gli ultimi anni di pace, e soprattutto il gruppo rimpiangeva le brevi stagioni dello “Stabile”, chiuso a soli due anni dall'inaugurazione. Dopo quattro anni ha termine l'inutile spaventoso macello. Giacinto apprende la notizia della firma dell'armistizio mentre all'ora del vespro è assorto nella lettura insieme al padre: nella libreria “Coenobium” di Tommaso Spadavecchia si discute animatamente del grande evento: l'incubo sembra finito, forse è possibile che ritornino gli anni spensierati d'anteguerra. Ma “Breve fu la gioia, perché, a guerra finita,/ Più brutta, più difficile s'è resa ognor la vita. / E venne la “Spagnola”: tremenda epidemia,/ L'incognita bolscevica in Russia ed in Ungheria./ Qui caro-vita e moti, pescicani, elezioni, / E mille grattacapi, eterne discussioni/ Pel groviglio di Fiume, e per quel della Dalmazia…/ Eppoi cose più intime, onde il cor ci si strazia. / Il caro Don Alberto, quasi tutti gli attori / Ahimè! Fummo provati da feroci dolori. / Così passaron gli anni e Madonna Allegria / Piantò tutta la nostra dolente compagnia /. “Un'epoca sembra veramente tramontata: la fine del conflitto, invece di riappacificare le coscienze, e restituirle ad una tranquilla convivenza civile, sembra invece aver innescato lo scoppio del conflitto sociale, più o meno contenuto nei decenni prebellici, ed aggravato ora dalla fame, dalla disoccupazione, dalle promesse sbandierate dopo Caporetto, e mai mantenute ad un proletariato provato da durissimi sacrifici. Eppure il gruppo dello “Stabile” insiste per riaprire la stagione teatrale. Un tentativo di rimuovere le angosce del presente e il trauma della guerra, come se la follia del maggio radioso e del lago di sangue che ne seguì fosse stato soltanto un incubo, e non una tragica realtà. Dopo lunghe esitazioni, anche Panunzio infine si convince: si rimediano i costumi, si assegnano le parti, si stabiliscono le prove. Finalmente tutto è pronto: il 21 aprile del 1922 il Teatro Minimo di casa Soria – Capelluti riapre trionfalmente con “Gli Innamorati” di Carlo Goldoni. Per celebrare l'evento, Giacinto scrive un “Prologo in versi”, nel quale racconta, da par suo, tutta la vicenda, da me finora brevemente riassunta. L'opuscolo, credo ora abbastanza raro, consta di sette pagine, fu stampato a Molfetta nell'aprile del 1922 dalla Tipografia di Michele Paloscia, e fu dedicato “All'ottima donn'Angelina Soria Capelluti, al caro amico Alberto Soria”. Il componimento si aggiunge degnamente alla produzione poetica del Nostro, confermandone i temi ispiratori portanti: gli affetti familiari ed amicali coltivati con fedeltà e costanza; l'ironica contemplazione delle vanità e miserie umane, “comprese” e mai derise; lo scorrere inesorabile del tempo e delle stagioni, ritmato dai mutevoli paesaggi della sua città, campestri e marini. Ma questo Prologo è importante anche per il suo aspetto per così dire documentario. Intanto costituisce una vivida testimonianza del clima molfettese del primo dopoguerra: numerosi sono infatti gli accenni ad eventi locali, ed anche alla maniera con la quale quelli nazionali venivano in loco recepiti. Ma è soprattutto la storia di questi borghesi di mezza età, della loro ostinazione, e della loro rappresentazione teatrale, ad assurgere a paradigma indicativo di un'epoca. La riproposizione dopo tanti e “quali” anni, della stessa commedia, degli stessi attori, e dello stesso testo,è un evidente tentativo di ritrovare, sul limitare dei nuovi e plumbei anni che incombono, coordinate psicologiche ed esistenziali ormai perdute. Concludo proponendo ai lettori e a me stesso un questione che forse meriterebbe un più ampio dibattito, soprattutto in tempi di guerre cosiddette “giuste”, e di pennivendoli che le giustificano. Per motivi di spazio posso purtroppo solo accennarvi. Scrivendo questo articoletto, mi è capitato di rileggere, dopo molti anni, l'opera poetica del Panunzio, edita da Cappelli nel 1930, e da Macrì nel 1938, ed in particolare quanto il Nostro aveva scritto in merito alla Grande Guerra. Ebbene, confesso di aver provato un senso di sorpresa, ed anche di delusione. Vediamo una sola poesia, “Milite Ignoto”, del 1921. A fronte del sublime sacrificio del soldato senza nome, vi è una “torbida smania di piaceri dall'alto, al medio al basso dilagante”, ed una “torva ondata di violenza e malcontento”. Siamo alla santificazione delle vittime, ed alla criminalizzazione dei morti di fame. E potrei continuare. E tutto questo da un intellettuale per lunghi anni attivo nel partito socialista, e fedele seguace di Gaetano Salvemini. Quanta lucida consapevolezza invece, e quanta tragica preveggenza nel finale del “Saluto ai poeti crepuscolari”, scritto da Nino Oxilia alla vigilia del conflitto: “Fiamme scoppiettanti, laceranti / incendiano il vecchio mondo / poeti crepuscolari / sull'orlo dell'abisso senza fondo / ove caddero ad uno ad uno infranti / i vecchi altari / m'accomiato da voi! / Rulla il tamburo”. Oxilia, autore, tra l'altro, di “Addio Giovinezza!”, cadde sul monte Tomba nel 1917. Ignazio Pansini
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