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Il saltimbanco
15 gennaio 2022

Arrivarono alle prime luci dell’alba: una piccola carovana di saltimbanchi, due o tre uomini a cavallo e due che guidavano un carrozzone con donne e bambini. Si accamparono vicino alla Chiesa sulla collina, Don Savino, il parroco che era stato un pugile, li accolse con grande disponibilità, pur raccomandando loro di non entrare mai nel boschetto poco distante dalla Chiesa. Non potevano saperlo, ma si sentivano nella notte provenire di là, già da molto tempo, sussurri, fruscii, sibili, come un lieve alitare di vento, ma neanche Don Savino, aveva mai visto da chi provenissero, era comunque ormai certo che fossero creature che venivano da altri mondi e non aveva indagato oltre. Qualche volta gli era sembrato di aver stabilito un contatto, ma non poteva esserne certo. Nel boschetto era entrato molto tempo prima l’uomo che vendeva poesie e non ne era più uscito, e Luigino con sua madre che quando erano tornati non avevano detto a nessuno cosa avessero visto. La ragazza era già andata alla fonte del piccolo paese con poche case ai piedi della collina, che dava acqua purissima e fresca. Respirava l’aria fresca del prima mattino assorta nei suoi pensieri, quando sentì che qualcuno si avvicinava: era un giovane uomo alto, sottile, con grandi occhi scuri, dolci e malinconici e un abito azzurro: un’aderente calzamaglia, una blusa bianca un giustacuore di velluto dalle cui maniche, aperte dalla spalla al gomito, uscivano gli sbuffi delle maniche della camicia. Somigliava al Principe di Biancaneve del suo unico libro di fiabe. Il giovane le si avvicinò sorridendo, tese una mano e dai suoi lunghi capelli biondi trasse una genziana che le pose fra le mani. A lei che lo guardava sbalordita: “Non temere, – disse – faccio parte della carovana che è appena arrivata. Sono un saltimbanco e faccio anche giochi di prestigio. Come ti chiami? “Agata”, rispose lei, e i colori dell’aurora soffusero di rosa il suo volto. “Stasera daremo uno spettacolo vicino alla Chiesa sulla collina. Ci sarai?” “Ci verrò con i miei fratellini”, rispose lei abbassando lo sguardo. Prima della spettacolo, all’imbrunire, Don Savino celebrò la Messa nella semplice, umile Chiesa imbiancata a calce con i banchi di legno, ma invece delle note del vecchio organo si udì una musica strana, era come se si diffondesse da uno strumento magico che colmava il cuore di malinconia e di speranza. Qualcuno non potè trattenere le lacrime. “E’ un sassofono”, spiegò poi Don Savino e Agata era certa che fosse il giovane a suonarlo. Al calar del sole, tutti gli abitanti del paese ai piedi della collina erano già seduti sul sagrato, occupando le sedie messe a disposizione da Don Savino, i ragazzi sedevano per terra. C’era una grande attesa e finalmente il vociare fu interrotto dal suono del sassofono che annunciava lo spettacolo. Pochi numeri di abilità e destrezza, un clown che fece ridere tutti, molto applaudito, una ragazza che eseguì incredibili contorsioni, e poi, preceduto da un lungo momento di silenzio, arrivò lui, il giovane che tenne tutti col fiato sospeso con i suoi giochi di prestigio: fiori spuntavano dalla capigliatura delle donne, piccoli giocattoli dalle mani dei bambini estasiati, dalle tasche degli uomini vestiti a festa fazzoletti colorati che sembrava non finissero mai. Un colpo di tamburo impose il silenzio. Il giovane si avvicinò ad Agata e dalla cesta che aveva ai suoi piedi trasse una bianca colomba che si librò in volo fra gli applausi dei presenti. Poi, una specie di torpore chiuse per qualche minuto gli occhi del pubblico, solo Agata vide il saltimbanco inoltrarsi nel bosco. “Aspettami”, le aveva sussurrato lui allontanandosi, e lei sapeva che non lo avrebbe più rivisto e lo avrebbe aspettato per il resto della vita. © Riproduzione riservata

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