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Il ruolo della donna nella commedia dell'arte
15 febbraio 2011

Si è parlato della commedia dell’arte all’Università popolare molfettese con la dott.ssa Michela Annese, che, laureatasi col massimo dei voti e perfezionata la propria preparazione con alcuni master e corsi post laurea, ha acquisito competenza in campo teatrale come responsabile del settore teatrale giovani A.N.S.P.I. La relatrice, nella sua prima esperienza di gestione di una conferenza, si dimostra ben capace di gestire i contenuti della sua relazione e anche le domande che le vengono rivolte, usufruendo di un effi cace supporto informatico che richiama l’attenzione e fi ssa i concetti, pur conferendo alla relazione un carattere un po’ troppo formale. Anche se ovviamente non del tutto disinvolta, la dottoressa mostra un’ottima preparazione e notevole chiarezza espositiva. Dopo aver illustrato il quadro delle ipotesi a proposito delle origini della commedia dell’arte (dalla farsa italiana a quella atellana, dalle commedie di Plauto e Terenzio alle compagnie dei mimi bizantini) Michela Annese ci parla più da vicino dei caratteri di questa interessante forma d’arte: un modo di far teatro in cui ben poco conta la scenografi a (esso perde infatti la suntuosità del teatro barocco e spesso si riduce a un unico fondale dipinto prospetticamente) e si gioca invece molto sulla improvvisazione. E’ infatti proprio questa capacità che mostra la preparazione e il professionismo degli attori, che si affi dano al loro istinto e mettono in scena, ove possibile, l’ampio repertorio di scherzi che ognuno di loro si è creato. L’azione si costruisce, insomma, intorno a un canovaccio, uno schema approssimativo della trama, che viene comunque ulteriormente modifi cato sul momento dalla genialità istintiva degli attori, ognuno dei quali interpreta una maschera schematizzata e stereotipata, dunque ben lontana dalla complessità del reale. Tutto ciò viene totalmente rivoluzionato con l’avvento della commedia goldoniana. La spigliata frivolezza della prima commedia dell’arte viene ora integrata in un nuovo desiderio di realismo, che fa cadere le maschere stereotipate dal volto dei personaggi per lasciar spazio all’introspezione psicologica. Le nuove realistiche trame sono lo specchio in cui si rifl ette la società mercantile veneziana, i suoi valori, la sua fi ducia nelle stesse capacità dell’uomo: trapela un messaggio, ma senza falsi moralismi. Ma ciò che è più importante è il progressivo abbandono dell’improvvisazione: i commedianti seguono ora un copione ben preciso. Interessante è però anche il quadro generale che ci viene off erto delle principali maschere classiche della commedia dell’arte, alcune delle quali, come Pulcinella e Arlecchino, rientrano a pieno titolo nel nostro immaginario collettivo. Tra quelle un po’ meno conosciute, ricordiamo in particolare Capitan Spaventa, il soldato spaccone e millantatore, ma sempre generoso,che trova certamente un suo antecedente nella commedia plautina. Questo ci introduce a un’importante questione: quella linguistica. Molti personaggi sono infatti caratterizzati da un dialetto o addirittura da una lingua straniera, lo spagnolo nel caso di Capitan Spaventa, che diventa chiaramente un fattore umoristico. Un altro personaggio di interesse è quello di Colombina, la donna civettuola e pettegola, ma anche furba e capace di “non farsi mettere i piedi in testa”, in altre parole, sia pure entro certe misure, emancipata. Questo argomento ritorna infatti nello spontaneo dibattito fi nale, nel quale sorgono curiosità a proposito del ruolo della donna nella commedia dell’arte. La Annese ci rivela che la donna ottiene la possibilità di lavorare come attrice nelle compagnie già nel 1558, anche se spesso viene considerata negativamente, soprattutto nel clima controriformistico (si arriva a casi in cui le attrici vengono addirittura prese a sassate, sia da estremisti cattolici che protestanti). Un’altra questione su cui si dibatte in conclusione riguarda invece la possibilità di associare alla commedia dell’arte all’avanspettacolo novecentesco. La relatrice, pur dissentendo parzialmente su tali considerazioni, ci comunica che molti critici negano questa possibilità in quanto falserebbe la prospettiva storica. Un curioso collegamento coi nostri giorni è invece legato a un termine cinematografi co statunitense: splapstick. Esso indica una comicità del corpo quale potrebbe essere la tipica scivolata sulla buccia di banana, che ritroviamo attualmente in cartoni animati come Tom & Gerry o gli Animaniacs. Le sue origini sono però legate alla commedia dell’arte, in particolare al bastone che veniva usato per simulare percosse producendo grande rumore senza che gli attori sentissero alcun dolore. L’incontro si chiude con un interessante dibattito a proposito della possibilità di partecipazione della donna nelle attività teatrali: Michela Annese ci spiega come già nel 1558 la donna abbia preso piede come attrice nella commedia dell’arte.

Autore: Giulia Maggio
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