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Il mondo dopo Parigi, come vincere la sfida del terrorismo
15 gennaio 2016

Sono proprio i falsi allarmismi enfatizzati dai media che, insieme all’irresponsabilità dei nostri politici nel pronunciare slogan come “l’invasione dei migranti” e alle reazioni eccessive dei cittadini europei che nel timore di un possibile attentato terroristico pensano di chiudere le frontiere, hanno determinato la crisi del nostro tempo. Dati alla mano, la popolazione siriana giunta in Europa è circa lo 0,1% della popolazione europea, dunque l’Europa è in grado di gestire al meglio quest’emergenza migratoria. Federico Petroni, giornalista di “Limes”(la rivista di geopolitica più importante d’Italia) ha evidenziato ciò nell’incontro organizzato dall’Associazione “Molfetta Accogliente” tenutosi nell’aula consiliare di Palazzo Giovene. Dopo aver accuratamente delineato la situazione geopolitica delle terre arabe, Petroni ha sottolineato che l’U.E. deve trovare una strategia per affrontare le inadeguatezze dei suoi apparati nazionali, statali e giuridici, intraprendendo azioni in Siria sia sul fronte dei migranti sia sul fronte della lotta al terrorismo. “Limes” ha individuato a tale proposito 5 punti fondamentali da dover osservare: Trovare un compromesso con alcune delle parti in lotta in Siria, accettando il punto di vista dei russi e degli iraniani: i primi combattono per guadagnarsi una posizione di influenza in questa terra, mentre i secondi sono gli unici che combattono realmente sul campo. Non invadere i territori dello Stato islamico con una forza che può essere percepita come straniera, ma accettare, fino all’elaborazione di una nuova carta costituzionale o a nuove elezioni presidenziali, che le attuali forze politiche restino al potere, per quanto sanguinarie siano. Delineare gli alleati e i nemici dello Stato islamico: la Turchia lo considera uno stato cliente per portare avanti i propri interessi; l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi hanno un atteggiamento ambiguo; l’Italia, la Francia, gli U.S.A. e l’Inghilterra sono gli “sponsor” che hanno fornito di armi qualunque ribelle che ha combattuto durante la prima fase d’insurrezione contro Bashar al-Assad; infine la Russia e l’Iran sono i nemici. Aiutare i Paesi che accolgono i profughi siriani. Nonostante i capi di Stato europei si siano riuniti per dividersi equamente i migranti, alcuni Paesi continuano a rifiutarli. Non devono essere erette barriere, perché alimenterebbero sia il razzismo nei confronti di tutti i musulmani, che verrebbero considerati pericolosi senza distinzioni, sia perché andrebbe a favore dello Stato islamico che si considera perfetto e non accetterebbe la migrazione della sua gente, perché sarebbe come ammettere che nel proprio territorio ci fosse malcontento. È necessario che la legislazione dell’U.E. riveda le categorie di migrante, profugo e rifugiato; ed è anche utile l’apertura di uffici di riconoscimento già in Marocco, Tunisia e Libano. Puntare sulla guerra finanziaria colpendo le rotte del petrolio e strozzando i canali di approvvigionamento delle armi. La guerra aerea non ha mai portato a risultati soddisfacenti. Si rischia di concedere più potere a chi manovra i dati personali nei social come i servizi segreti. La parola è, poi, passata al prof. Maurizio Simoncelli (vicepresedente e cofondatore dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo) che ha subito rilevato come da sempre noi Occidentali abbiamo l’insana tendenza ad intervenire nelle questioni dei territori lontani, come se avessimo la capacità di risolverne realmente i problemi. Simoncelli ha focalizzato il suo intervento su alcuni punti-chiave di questi conflitti: in primis sulle vittime. Non dovrebbero esistere vittime di serie A e vittime di serie B”, in quanto non dobbiamo essere sensibili solo per le vittime dell’Occidente, ma anche per quelle degli altri Paesi. Bisogna considerare che in Afghanistan e in Africa i bombardamenti contro i terroristi “mietono” il 90% vittime civili, così come nei medesimi territori la maggior parte delle vittime del terrorismo islamico sono gli stessi islamici. Per quanto concerne il commercio delle armi sono 10 i Paesi principali esportatori di esse nel mondo (90% del monopolio): in testa gli U.S.A. che da soli detengono il 10% seguiti da Germania, Russia, Italia, Ucraina (primo Paese esportatore di armi in Africa),Francia, Cina, Irlanda, Spagna e Regno Unito. Proprio l’Italia è considerata il secondo esportatore mondiale di armi leggere in Medioriente e in Africa. Il nostro è decisamente un Paese che determina contraddizioni a riguardo: da un lato si schiera a favore di Papa Francesco per la pace nel mondo e dall’altro esporta armi nei Paesi non NATO, Emirati Arabi e Arabia Saudita. Eppure dal 1990 la legge 185 vieta l’esportazione delle armi nei Paesi in cui ci sono dittature, guerre né rispetto dei diritti umani. Nonostante ciò, continuiamo ad esportare di tutto. Le disponibilità economiche degli Stati islamici si basano principalmente sul petrolio, sui reperti archeologici, rapimenti e traffico di droga. Infine le forze militari sono costituite da alcune decine di migliaia di combattenti del califfato (jihadisti), poche centinaia di giovani occidentali che sposano l’ideologia terroristica e i “foreign fighters”. Al termine del dibattito è intervenuto l’assessore alla Cultura, Betta Mongelli, che ha esternato il suo dispiacere per ciò che sta accadendo in Siria, terra ormai devastata, deturpata, commercio di reperti archeologici e distruzione degli stessi come è avvenuto per i templi di Palmira. L’assessore ha dichiarato che Molfetta è pronta ad accogliere gli immigrati, “poiché è nel nostro patrimonio genetico e nella nostra formazione politica”. I molfettesi in passato hanno sperimentato per oltre un secolo la condizione di esuli, per cui comprendono molto bene che cosa significa essere respinti. Perciò l’assessore ripone fiducia nella collaborazione dei ragazzi dell’Associazione “Molfetta Accogliente” insieme ai cittadini per ospitare questi esuli. 

Autore: Dora Adesso
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