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Il ’68 rivoluzione mancata, ma scuola di democrazia
15 settembre 2018

La stagione del ‘68 la ricordo come tempo promesso, quasi dovuto dopo una lunga stagione di accumulazione di forze antagoniste e di contestazione antiautoritaria a livello globale. C’è qualcuno che sappia e indica quando è scoppiata la scintilla che ha incendiato le praterie? Per quanto mi sforzi e leggo e approfondisca i ricordi non riesco a venirne a capo. Per me il ‘68 (specie in Italia converrebbe chiamarlo “biennio del ‘68-’69” includendovi dunque anche l’autunno caldo) è frutto di un lungo cammino iniziato sui banchi del Liceo Classico. Con il prof. Stefano Gadaleta, studente del Liceo Scientifico, pubblicammo nel ‘60 un giornale (Il Bertoldo) che offriva un punto di vista dei giovani non solo sulla scuola ma anche sulla società. Nel ‘65 i giovani della federazione socialista (FGS) riuscirono ad eleggere un proprio rappresentante nel consiglio comunale, il prof. Aldo Cormio, fu proprio allora che preparammo con i giovani comunisti (FGCI) due manifestazioni al cinema Corso: una con relazione di Tommaso Fiore contro il franchismo e il fascismo, l’altra contro l’intervento americano in Vietnam con relazione di Fabrizio Canfora. Nel ‘66 il prof. Cormio, in seguito all’esodo degli iscritti della FGS, si dimise dal consiglio comunale non condividendo più la presenza del PSI nel governo di centrosinistra. Voglio solo ricordare che allora operavano attivamente a sinistra due personaggi di notevole caratura politica con i quali bisognava comunque confrontarsi e cioè l’on. Beniamino Finocchiaro (PSI) e Sandro Fiore (PCI): il primo sarà poi (tra le altre cose) il primo presidente della Regione Puglia, mentre il secondo, consigliere regionale sempre nella prima legislatura. Dunque i temi di iniziativa politica vengono a precisarsi: antifascismo, antiimperialismo, contro il riformismo debole, mentre avanzava una riflessione critica e fortemente negativa sull’URSS e sul blocco dei Paesi dell’Est europeo. Abbandonata la casa madre, diffidenti verso il PCI, ci trovammo in mare aperto, non c’erano gruppi politici significativi autonomi in città. Tutto si doveva svolgere attraverso i canali dei partiti. Noi aprimmo una sede, Nuova Resistenza, in via S. Angelo, come ad indicare che una fase politica, quella nata dalla Resistenza, fosse da superare. Ci nutrivamo di nuova cultura, di fresche elaborazioni, “Quaderni Rossi”, “Quaderni Piacentini”, ma anche testi degli Editori Riuniti e “Rinascita”, già in odore di eresia. Io allora ero membro dell’U.G.I. (Associazione studentesca di sinistra) ed ero stato nominato consigliere nazionale dell’U.N.U.R.I (Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana), viaggiavo molto, incontravo persone di altre regioni con continui cambi di idee e riflessioni. Il prof. Cormio intanto entrava nell’istituto di storia moderna e contemporanea. A Bari nel ‘67, a fine gennaio, ci fu un intervento della polizia contro gli studenti universitari e pochi mesi dopo successe la stessa cosa alla Cattolica di Milano. Ecco la domanda ora: quando inizia il ‘68? e poi: quanto dura? Certo il fermento che in giro presso la classe operaia, specie al Nord, e gli studenti sono altro dal ‘68 sia per intensità che per estensione. Portiamo avanti il lavoro di approccio alla classe operaia, ai braccianti, cerchiamo di organizzare le commesse. Non abbiamo fondi, ci rivolgiamo a diversi artisti molfettesi. Qualcuno risponde. Tonino Nuovo in particolare ci offre una bellissima marina di infuocata estate, un olio del ‘66. Molfetta si sta deindustrializzando: in numerosi pastifici pressoché scomparsi, le fabbriche di laterizi in crisi (gli operai di queste aziende vengono chiamati dalle altre Leghe “cretini” perché lavorano la creta). Poi ci sono i calzaturieri, il settore tessile non in gran salute e i braccianti con ruoli in rapida evoluzione. Padroni e caporali si presentano a Piazza Paradiso di buon mattino e indicano quelli che lavorano e tornano a casa senza ingaggio. In estate durante uno sciopero con forte mobilitazione i braccianti occupano la piazza ed io scopro che questi lavoratori di notte indossano la maglia di lana e bivaccano accanto ad alcuni fuochi. Quando si sentono rumori di sciabole Sandro Fiore spalanca le porte della sede del Pci e attiva la vigilanza antifascista. Verso le 22 poi Tonino, il fratello di Sandro, va a comprare la focaccia per tutti i resistenti. Nella assemblea dei “cretini”, convocata per aderire ad uno sciopero contro le gabbie salariali, dopo una scontata votazione, un bambino di 5 o 6 anni chiede speranzoso al padre se si può festeggiare con la focaccia. Il lavoro politico in queste fasi è totalizzante ma noi non rinunciamo allo stare insieme e dalla convivialità. Frequentiamo il bar S. Marco, discutiamo con tutti, facciamo quasi assemblee poi ci allontaniamo per andare a cena. A volte sull’imbrunire imbocchiamo quella deliziosa stradina che porta alla Madonna della Rosa. Poco prima, sulla sinistra si scorge villa Panunzio, di un colore rosa antico, dove incontriamo “Zi Giacint”, iconico seduto sulla panca, appoggiato ad un bastone che in un paio d’ore annuisce a malapena a qualcosa. Finge di non sentire, ma quando vuole interviene con competenza. Talora rimaniamo con Enrico, il figlio, lo scrittore, una figura gigantesca per me: infatti, essendo addetto culturale presso l’ambasciata italiana di Parigi, ha partecipato attivamente al maggio francese. Ci informiamo: dove si tenevano le assemblee, quali erano i temi di discussione, Sartre che cosa diceva... Enrico abbelliva sia le cose piacevoli che quelle spiacevoli, amava la parola, il suono stesso e io ormai lo ascoltavo per il gusto di farlo: la parola senza contenuto. Tutto finì a Parigi in un mese, con la benzina che finalmente fluiva nei serbatoi delle macchine che partivano per le vacanze. E non c’erano ancora i pugni alzati di Smith e Carlos che denunciavano al mondo intero e in diretta tv il razzismo nella democratica America che continuava a bombardare e a perdere con il martoriato popolo vietnamita. Un ultimo volantino in questo mese pazzesco: la denuncia dell’intervento dei carri armati sovietici contro la Primavera di Praga. Non ci siamo risparmiati nella discussione. Nel ‘69 lo sciopero generale indetto dai sindacati confederali ebbe straordinario successo anche a Molfetta: il comizio finale si tenne in via Felice Cavallotti, di fronte al supermercato Gamma, il palco era offerto dalla scalinata che dà accesso alla palestra del Liceo. I nostri sforzi vennero riconosciuti e il sindacato offrì l’ultimo intervento a me in qualità di studente. Dopo di che la storia dei gruppi che contestavano i partiti cambiò. Un bilancio provvisorio: fu una sconfitta, anche in Italia dove studenti e operai marciarono a lungo gli uni accanto agli altri, mentre altrove finì troppo presto. Il nostro gruppo trovò collocazione nel “Manifesto” e alimentò ancora a lungo l’egualitarismo, l’antiautoritarismo, la lotta contro il capitalismo che ormai cura i sani con medicine inutili, fa pagare l’acqua pulita, l’aria pulita, continua a sfruttare operai, altri ceti sociali, e interi continenti. Sul piano individuale i militanti ed eredi di questa linea politica abbozzata si sono affermati professionalmente. Alcuni sono entrati nelle istituzioni: oltre al sottoscritto, Luigi Solimini fu eletto sindaco a Mira e poi assessore provinciale a Venezia; Tonino Azzollini è stato sindaco nonché più volte senatore della Repubblica; Tonino Camporeale consigliere regionale; Nino Freda, consigliere comunale. Non abbiamo fatto la rivoluzione, ma forse avevamo dato vita ad una scuola di democrazia. © Riproduzione riservata

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