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I 40 anni di sacerdozio di mons. Pietro Amato direttore del Museo Storico Vaticano
15 luglio 2009

Un illustre figlio di Molfetta, mons. Pietro Amato, direttore del Museo Storico Vaticano e professore d’iconografia e d’iconologia, compie 40 anni di sacerdozio, un traguardo importante e significativo per una persona straordinaria e di grande umanità (pubblichiamo sotto una sintesi della sua biografia). Lo abbiamo incontrato per conoscere più da vicino il personaggio e farci raccontare in 10 domande la sua esperienza umana e sacerdotale. Come nasce una vocazione al sacerdozio? «Posso parlare della mia esperienza personale. È sorta nell’Oratorio di San Filippo Neri con don Cosimo Azzollini. Lui non mi ha mai parlato di diventare sacerdote. Ho avuto una gran voglia di fare come lui: voler bene a Gesù sacramentato e dedicarmi ai ragazzi e ai giovani. Più tardi, da adolescente, ho scoperto l’amore verso il Cristo e naturalmente ho scelto questa storia meravigliosa, che mi dà energia, grande gioia, libertà interiore». Un bilancio dopo 40 anni? «La risposta non può che essere positiva. Quando ho celebrato la messa dei 40 anni di Sacerdozio, il 29 giugno scorso, nella bellissima e straordinaria Cappella Corsini in San Giovanni in Laterano, ho avvertito con più forza ciò che mi stava succedendo da giorni, come pensiero dominante: avevo chiesto al Signore nel giorno della mia ordinazione sacerdotale che anche nell’ultimo giorno di vita avessi la medesima gioia. Posso dire che è un bilancio positivo perché avverto quella gioia e, in più, ho l’impressione di trovarmi davanti al primo giorno di vita consacrata». Qual è il ricordo più e bello e quello più significativo? «Avere vissuto momenti difficili, come il golpe di Stato di Videla in Argentina, e momenti esaltanti, come le due mostre romane a Castel Sant’Angelo sui Musei diocesani e a Palazzo Venezia su Imago Mariae, che fu inaugurata da papa Giovanni Paolo II, con quella serenità che mi veniva dall’avvertire il ‘fare’ come servizio agli altri e di stacco dalla mia persona. Quest’ultima parte non mi ha tolto la professionalità dell’impegno, anzi mi ha dato impulso a un lavoro in prima linea». È difficile coniugare la missione sacerdotale con quella culturale? «La cultura è base essenziale per un buon sacerdozio. Senza la cultura si è privi dellosviluppo della luce interiore, che si traduce in operazioni oneste, corrette, creative. La cultura fa conoscere l’altro ‘storico’ e presente. Ciò che nel Vangelo il Signore ci ha comandato è stato di predicare, annunciare, parlare, illuminare. Senza lo studio e la preghiera questo non è possibile. Allora è facile cadere nel sociale spicciolo, nelle piccole o grandi iniziative benefiche che si traducono talora in risvolti meramente economici». Come nasce la sua passione per l’arte e i musei? «Quando ero in Seminario mi sono sempre chiesto di che cosa avesse bisogno la nostra società, in quanto a evangelizzazione. Ci sono stati vari passaggi: da quello di dedicare la vita ai giovani, a quella di essere missionario; quindi, sono approdato alla storia dell’arte. Mi ero accorto che c’erano molti sacerdoti impegnati con gli artisti contemporanei, ma non trovavo quelli dediti a confrontarsi e a stare accanto agli storici dell’arte. Lei lo sa meglio di me. Negli anni Sessanta la storia dell’arte era ideologizzata. Non parliamo della cultura. Sembrava che si fosse intelligenti, solo se si era capaci d’interpretare gli eventi della storia e dell’arte con chiavi ottocentesche di stile anticlericale. Al contrario, il mio spirito trovava che proprio le opere d’arte sorte e destinate alla didattica, al culto e alla preghiera raccontavano altro. Un mondo interiore, una cultura immateriale che gli archivi per loro natura non possono raccogliere, ma che i manufatti contengono per la luce dello spirito di cui sono impregnati. Il fascino della bellezza è nella materia toccata da mani luminose». Come ha vissuto la sua esperienza all’estero? «È stata ed è un’esperienza straordinaria. Equilibra lo spirito e la mente. Mi permette di comprendere l’unità delle aspirazioni del genere umano: giustizia, comprensione, recupero dei valori della vita. Dalle popolazioni più povere, come ad esempio quella dei guaranì in Paraguay, ho imparato che l’amore è nel cuore dei poveri. Nei ricchi, l’elemosina è la pretesa d’insegnare e di imporre. Di più, sono sterili e freddi. Un gelido egoismo li acceca, distruggendoli fisicamente e spiritualmente». Cosa le è rimasto? «La voglia di prodigarmi ancora per gli ultimi, con onestà intellettuale e senza timore». Qual è il legame che ha con Molfetta? «Profondo. Sono un prodotto molfettese. Conservo tutto di Molfetta. Dall’alimentazione ai grandi valori morali che mi sono stati insegnati dalla Mamma, che mi raccomandava ciò che le aveva insegnato il padre Pietro, nato nel 1859. Spiritualmente per me Molfetta è tutto e devo tutto, anche nella cultura». Quale ricordo ha di Don Tonino Bello? «Straordinario. Era un padre. Se un Vescovo non è un padre è da chiedersi che cosa è. Don Tonino era sulla scia del vescovo Salvucci nell’amare i sacerdoti. Dichiarava che erano i suoi occhi, le sue labbra, le sue mani, il suo cuore. Quando ero a Molfetta e visitavo il vescovo Bello, andavo la mattina alle 9 e mi lasciava all’una. Era un confidarsi reciproco, un parlarsi franco. Era la gioia dell’incontro. Volle che dettassi il suo ultimo ritiro ai sacerdoti. Parlai naturalmente del valore della bellezza nella vita personale e comunitaria. Sul suo letto di dolore mi chiese di riferirgli - era il pomeriggio precedente al ritiro - che cosa avrei detto. La mattina seguente nell’incontro con i sacerdoti mi trovai con una sua introduzione registrata: era un atto di delicatezza, rispondente al suo animo. Mi presentava. Quando nel pomeriggio tornai da lui, mi disse con occhi luminosi che aveva per ben due volte ascoltato quello che avevo detto ai sacerdoti. Non sapevo di essere stato registrato». Lei è uno dei maggiori esperti dell’opera di Giaquinto. Qual è il valore più grande di questo artista? «Continuare a emozionare gli uomini attraverso la magia dei colori. Ha saputo rappresentare la realtà con gli occhi del sogno, trasformando tragedie ed eventi in momenti lirici. Ha alleggerito la vita con i colori, che sono la sofferenza della luce. Si sa che la luce risponde alla vita. L’una e l’altra vanno in sofferenza e creano la vasta gamma cromatica dell’esistenza».

Autore: Felice de Sanctis
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