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Girando per Molfetta, è possibile incontrare l'arte per caso  
15 gennaio 2007

Una protezione di ferro, divelta, è il primo oggetto che ti accoglie entrando in questo luogo. Lo scenario personifica l'incapacità dell'uomo, nella sua frenesia e nella sua ignoranza, di effettuare uno sviluppo filo-naturalistico e a dimensione umana. Quello che, però, è stato regalato alla città è alla fine, uno spettacolo stupendo: un'atmosfera da pellicola. Il visitatore, entrando nella struttura a cielo aperto è avvolto, letteralmente e lateralmente, dal cemento. Sospeso in una nuova dimensione, ai suoi piedi, tra la natura che a tratti suggerisce brutalità, quasi a voler contrastare quella umana, e speculare, in alto, la luminosità ed apertura del cielo, unico limite a muri di quattro metri: base di quell'arte che tra un centinaio d'anni sarà sui libri di scuola. L'accesso avviene da un'anonima strada di periferia, complanare della statale 16, arteria del traffico pugliese. La struttura è stata donata gratuitamente dall'amministrazione in un progetto che ha coinvolto le varie parti politiche, sopra ogni divisione, in un ignaro disegno, a lungo termine, d'investimento nei giovani! Sicuramente la fiducia che è stata concessa a questi ragazzi è stata davvero tanta, data la maestosità e la grandezza d'area dell'intera costruzione, paragonabile solo al dispendio di fondi! Unica pecca l'impatto ambientale ma, come già detto, forse anche questo concorre alla grandezza del posto. L'unica cosa che rallenta i passi sono le piante che, lentamente, stanno inverdendo il cammino. Sembra che volontariamente sia stata scelta una natura selvaggia, del tipo “erbacce infestanti”, per dare quel senso d'abbandono e conflittualità. Il ricordo materiale alla persona che va via è nei semi e nelle spine che la biologia ha ben saputo progettare e che arricchisce i vestiti. La vista, già nel corridoio principale, è stupenda. La luce solare illumina eccellentemente il muro alla mia sinistra. Quello a destra, invece, è in ombra. Un colore non tanto scuro se considerato da solo. Tuttavia, il contrasto con la precedente parete è tale, da far sembrare quasi buia la superficie a destra. Il visitatore è ammutolito dalla vista, stupenda, provare per credere. Quello che è riuscito a fare la nostra società, da diversi punti di vista alquanto malata, è di rara bellezza. A sostituirsi a questo senso d'abbagliamento è un sentimento di profondo rispetto per il luogo. La frase alla destra, scritta su una superficie di qualche metro quadro, in rosso, pone chiare le regole per coloro che visiteranno, vivranno o addirittura useranno il posto. Il periodo incita al rispetto, alla libertà, anche se queste sensazioni ci sono già prima della lettura delle parole. Sembra seguire quello che è stato il motto della Rivoluzione francese; roba da libri di storia, da film che incitano all'indipendenza ed ai valori veri. Non scrivo tutto questo perché ai nostri giorni, nel nostro Paese, ciò manchi. Purtroppo, però, è innegabile che forse qualcosa va corretto, da parte della nuova generazione, o nella maggior parte di essa, nel modo di vivere e di relazionarsi con 'le cose serie della vita'. Allo stesso modo da parte delle altre generazioni sono fondamentali quel tanto desiderato rispetto e quell'apertura necessari ad una crescita nella pace. Dopo il coinvolgimento scaturito dalla visione della frase d'ingresso, bisogna attendere, qualche istante, prima di riprendere piena coscienza, proprio perché sono assolutamente nuove le emozioni che hanno travolto l'individuo. Voltando la testa, si apprezza il primo lavoro. Sicuramente non è d'elevatissimo valore artistico, quantomeno dal punto di vista tecnico, ma cosa dire del lato umano? In un'opera non è fondamentale apprezzare anche ciò che l'individuo ci ha messo di suo? Delle sue idee? Della sua passione? Non descrivo ciò che c'è oltre l'ingresso, sulle pareti, perché vorrei che fosse il lettore a farlo, per sè, dopo una visita. Devo solo avvisare che, purtroppo, le superfici sono ancora un po' spoglie. Forse ci si trova in questa situazione perché anche l'artista ha ceduto un po' al desiderio di essere ammirato preferendo muri meno periferici della città perché più guardati dalla gente. L'invito, rivolto a chi sa di esserne il destinatario, è a coltivare un posto che, benché le leggi dicano diversamente, è vostro. Per i conservatori, senza voler entrare nel merito di quanto suddetto, la tesi è la seguente: è sempre meglio questo che abbandonare tutto quel lavoro nelle mani del vandalismo reale, fatto di distruzione, droga e alcool. Sono stato nebuloso nella narrazione perché molto probabilmente, rivelando immediatamente l'oggetto, avrei perso gran parte dei lettori colta da pregiudizi. Mi scuso per questo e faccio chiarezza con quanto segue. L'invito è a fare un giro al cantiere abbandonato di quello che sarebbe dovuto diventare uno stadio nei pressi del quartiere 167 di Molfetta. Lo spirito, però, deve essere di profondo rispetto per la gente che ci ha lavorato e ci lavorerà. Ogni tanto si scenda dal piedistallo e si rimetta in discussione qualcosa, ci si apra a nuove forme d'arte. La difficoltà sta nell'apprezzare la novità e nel non aver paura degli sviluppi ignoti. I murales, a mio avviso, sono il futuro dell'arte.
Autore: Sergio Spezzacatena
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