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Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali (II parte)
21 marzo 2007

NAPOLI - 21.3.2007 Salvemini torna sull'argomento nel 1938 con un ciclo di quattro lezioni tenute all'Università di Chicago, e successivamente pubblicate in Italia in un unico saggio dal titolo Storia e scienza (1948). In questo saggio Salvemini riprende i temi affrontati nel 1902, trattandoli con maggiore maturità e rigore, in virtù anche delle possibilità che egli ebbe di approfondire le tematiche metodologiche, confrontandosi con le tesi di Nagel e Cohen. Nell'ambito della ricerca storica le leggi, anche se Salvemini non ritiene che la sociologia possa giungere alla scoperta di leggi generali, aiutano a cogliere i nessi di causalità che legano tra loro diversi gruppi di fatti. E' la teorizzazione del metodo nomologico-deduttivo, formulato in termini logici più raffinati da Carl Gustav Hempel. Per Salvemini l'unità del metodo scientifico è fuori discussione. Non solo perché le scienze storico-sociali fanno ricorso al metodo nomologico-deduttivo, ma anche perché, dovendo offrire una spiegazione razionale degli eventi storici e non un giudizio morale, esse procedono per prove ed errori: poiché nessuno è infallibile nel trattare problemi sociali, l'unico modo di affrontarli consiste nel cercar varie soluzioni l'una dopo l'altra. Provando e sbagliando – rimestando da cima a fondo come dicono gli inglesi – si trova una via di uscita (ivi, p. 179). Anche le scienze naturali, secondo Salvemini, procedono per prove ed errori, e anche nella formulazione delle loro ipotesi la fantasia e i concetti giocano un ruolo fondamentale. Salvemini, dunque, torna a criticare l'immagine positivistica di una scienza detentrice di sole certezze, immune da dubbi, esempio perfetto di conoscenza puramente oggettiva. Lo studioso pugliese, invece, ritiene che anche nelle scienze naturali il ruolo della soggettività sia centrale, tanto nel definire l'oggetto di ricerca, quanto nell'elaborare le ipotesi esplicative. La verità è che lo scienziato ha precisamente bisogno di fantasia nell'opera sua. Quando i fatti e le loro correlazioni non presentano un quadro coerente egli ricorre ad un ipotesi per colmare le lacune e superare le contraddizioni. Tutte le grandi scoperte scientifiche hanno avuto origine da qualche ardita ipotesi comprendente un vasto dominio di fatti precedentemente sconnessi. Quell'ipotesi era il frutto di una potente fantasia. Copernico e Newton furono uomini di gigantesca fantasia. Da questo punto di vista si può dire che un grande scienziato è un grande poeta (ivi, pp. 152-153). Ma, mentre nell'arte la realtà è subordinata alla fantasia, nella scienza la fantasia è subordinata alla realtà. Infatti, lo scienziato rispetto al poeta si trova in una situazione completamente diversa: Quand'egli ha scelto il suo argomento, i fatti si trovano di fronte a lui. Egli non può ignorarne neppure uno. Un solo fatto che non possa essere inquadrato distrugge la sua ipotesi (ivi, p. 154). Come ha osservato Dario Antiseri, l'idea di falsificazione di una teoria non poteva venire esposta in maniera più concisa ed efficace. Dunque, Salvemini sostiene chiaramente che sia la ricerca scientifica sia la ricerca storiografica procedono per congetture e confutazioni, per prove ed errori, idea analoga a quella formulato da Karl Popper ne La logiga della scoperta scientifica, in Congetture e confutazioni e Scienza e filosofia. In quest'ultimo volume l'epistemologo austriaco afferma chiaramente che: Quello che possiamo chiamare il metodo della scienza consiste nell'imparare sistematicamente dai nostri errori; in primo luogo, osando commetterli – cioè, proponendo arditamente nuove teorie, e, in secondo luogo, andando sistematicamente alla ricerca degli errori che abbiamo commesso: andando alla ricerca, cioè, mediante la discussione critica e l'esame critico delle nostre teorie (ivi, p. 136). D'altronde, l'affinità tra le posizioni di Salvemini e quelle di Popper non è solo riscontrabile nel campo delle riflessioni metodologiche ma anche in quello delle riflessioni politiche. Infatti, lo storico pugliese pone, come farà Popper nel 1945 ne La società aperta e i suoi nemici, uno stretto legame tra metodo scientifico (fallibilistico) e democrazia da un lato e tra dogmatismo e dittatura dall'altro: l'intolleranza dittatoriale rampolla dalla fede nell'infallibilità, come la libertà rampolla dall'umiltà democratica (ivi, p. 180). Così come nel campo delle teorie didattiche entrambi gli autori prediligono l'insegnamento per prove ed errori, l'unico capace di fare acquisire agli allievi un metodo critico di ricerca ed apprendimento al di là del nozionismo becero e pedante, basato sulla semplice ripetizione o imitazione. Salvatore Lucchese
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