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“Fra le ombre di Auschwitz”, presentato a Molfetta il libro di Federico Pirro: un pellegrinaggio nei luoghi della Shoah
04 febbraio 2012

MOLFETTA - «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». Intraprendere un processo di consapevolezza, comprendere la ferocia dell’Olocausto e sperare che un simile orrore non si ripeta mai più. Sono questi i propositi che lo scrittore e giornalista Federico Pirro (nella foto, il primo da destra). autore del libro Fra le ombre di Auschwitz, si propone di raggiungere attraverso la comunicazione e la fiducia nella sensibilità e accortezza delle giovani generazioni. Il viaggio intrapreso da Pirro nel suo volume è un pellegrinaggio nei luoghi della Shoah, evento senza precedenti in cui una società complessa, dominata da un’ideologia crudele e senza senso, ha utilizzato le sue competenze tecnologiche e le sue infrastrutture per realizzare una «diffusa intenzione omicida che, per molto tempo, gli italiani hanno coperto di amnesia», un’azione programmata di distruzione e annientamento di un’intera civiltà. ” (presentato nella sala consiliare di Palazzo Giovene)
Dopo un breve e intenso ritratto della scrittrice Elisa Springer disegnato dal dott. Pietro Centrone, presidente della Fondazione Valente, sulla tela dei ricordi così lontani, ma tanto vicini la parola è passata al dott. Giovanni Lacoppola, dirigente dell’Ufficio Scolastico della Provincia di Bari. Definendo il martirio della Shoah come un «sacrificio propiziatorio» protrattosi per un tempo troppo lungo, come un «viaggio della memoria da cui non si esce indenni», il dott. Lacoppola ha fatto appello alla responsabilità di ciascuno e alla coscienza civile che dovrebbero guidare l’agire umano per non incorrere più negli stessi errori, anzi orrori, del passato. Ciò è possibile soltanto coltivando la memoria storica e collettiva, facendole convergere e diventare patrimonio comune.
Per il raggiungimento di un obiettivo così ambizioso, per impartire ai giovani una formazione e un’educazione alla cittadinanza, per infondere il rispetto delle culture e delle differenze non c’è luogo migliore della scuola. Soffermandosi poi sul valore etico, culturale, pedagogico e didattico del libro “Fra le ombre di Auschwitz”, il dott. Lacoppola lo ha definito come «un’esperienza coinvolgente, di grande presa comunicativa che narra dell’oltraggio subito dal popolo ebraico nel profondo della loro dignità umana», ma anche come un invito alla pace, alla condivisione e alla fratellanza.
Anche l’intervento della prof.ssa Francesca Romana Recchia Luciani (docente di Storia della Filosofia contemporanea all’Università di Bari) ha focalizzato l’attenzione sulla capacità del libro scritto dal dott. Pirro di portare alla luce la memoria del passato, attraverso parole, fotografie e dipinti della Shoah, considerata come un vero e proprio «esperimento sulla pelle di esseri umani inconsapevoli» del proprio crudele destino. Questo volume è anche un modo per far sentire, a quanti siano ignari, «lo stridore dell’orrore che è stato commesso».
A seguire, dopo l’invito del sindaco Antonio Azzollini ad abbandonare qualsiasi tipo di retorica e a impegnarsi a eludere la possibilità che un evento simile possa ripetersi, c’è stato il commosso intervento del sopravvissuto Silvano Levi. Con voce tremante ha spiegato che nonostante la chiesa non abbia mai preso una netta e chiara posizione nella condanna dell’ideologia nazista, la sua salvezza è stata possibile grazie ai Salesiani che lo ospitarono in un collegio a Reggio Emilia dal 1943 sino ai primi anni del 1945.
A fare da cornice a quello che è stato un grande e profondo tributo alla Giornata della Memoria, sono state le toccanti e malinconiche note dei Radicanto,gruppo formato da Maria Giaquinto (canto), Fabrizio Piepoli (canto, basso) e Giuseppe De Trizio (chitarra classica) che hanno regalato una «performance musicale d'impatto, votata al ritmo, alla melodia e alla memoria di quella storia non ufficiale che non smetterà mai di insegnarci il futuro, con i suoi momenti d'autore che riecheggiano fra le note e che prendono forma nella poetica ruvida dei suoi cantori». 
Tenere a mente il perché di quello che è accaduto, il perché di tanto orrore e di tanta cattiveria deve sempre accompagnare il percorso di chi si interroga e scava fra «le ombre e le pietre mute» della Shoah.
 
© Riproduzione riservata
 
Autore: Angelica Vecchio
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E' la strage di My Lai, nel villaggio di Song My, provincia di Quang Ngai: così come la raccontan gli stessi che l'hanno compiuta, poi coloro che l'hanno sofferta, il 16 marzo 1968, un mattino pieno di sole, di viltà e di vergogna. “Tutti coloro che entrarono nel villaggio avevano in mente di uccidere. L'ordine era distruggere Mya Lai fino all'ultima gallina, non doveva restare nulla di vivo. Ma per noi non erano civili, erano vietcong o simpatizzanti vietcong. Quando arrivai vidi una donna e un uomo e un bambino che scappavano verso una capanna.. Nella loro lingua gli dissi di fermarsi ma loro non si fermarono e io avevo l'ordine di sparare e sparai. Sì, e ciò che feci: sparai. Li ammazzai. Anche la signora e il bambino. Avrà avuto due anni”. (Dalla testimonianza del soldato Varnado Simpson della Compagnia Charlie). – “Fuori dal villaggio c'era questa pila di cadaveri. E c'era questo bambino minuscolo che aveva addosso una camicina e basta. E questo bambino avanzò a piccoli passi verso la pila dei cadaveri e sollevò la mano di una morta. Allora uno dei GI dietro a me si inginocchiò in posizione di sparo, a trena metri da questo bambino, e lo ammazzò con un colpo solo. E poi c'era questo gruppo di donne con questa ragazzina che avrà avuto tredici anni e indossava il pigiama nero. Un GI agguantò la ragazzina e mentre gli altri la tenevano ferma si mise a spogliarla. Diceva: guardiamo di cosa è fatta! E gli altri dicevano: VC bum-bum! Per dire che era una puttana dei vietcong. La madre della ragazzina intervenne per difenderla...........smisero solo quando Haeberle, il fotografo, piombò lì per fare una fotografia. Presero a comportarsi come se tutto fosse normale. Poi uno disse: bè, che ne facciamo? Mi voltai per non vedere ed entrò in azione l'M60 che è un mitragliatore leggero.....(Dalla testimonianza del caporale Jay Roberts, addetto stampa della Compagnia Charlie). (Oriana Fallaci – Niente e così sia) - Soldati, fascisti, nazisti, stalinisti, slavi, cinesi e giapponesi, i vietcong, africani, uomini violenti da Nord e Sud, Est e Ovest, i giornalisti e fotografi intorno ai quali si snoda lo spettacolo assurdo della guerra, il dolore che esplode nell'atroce preghiera “Dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dall'insegnamento che ci dette tuo Figlio, tanto non è servito a niente, non serve a niente e così sia").-
.......la prova venne il giorno in cui fu pubblicata una fotografia dove si vedevano cinque Berretti Verdi, cinque biondoni, che sghignazzavano mostrando le teste mozze di cinque vietcong coi genitali in bocca. L'aveva ceduta, per soldi, uno delle Forze Speciali: più o meno il caso di quel fotografo Haeberle che su My Lai s'è fatto un conto in banca, ma cos'altro ti aspetti da un tipo che ha la freddezza il cinismo di fotografare una ragazzina mentre la violentano o un neonato mentre lo sparano. L'America è anche il paese di Ron Ridenhour, l'ex soldato che ha informato il mondo sulla strage di My Lai. L'America è anche il paese del Moratorium, delle marce contro la guerra in Vietnam, dei giornali che propagandano con dolore con sdegno un delitto che altri, si guarderebbero perfin dall'ammettere. Ma recitare il mea culpa non basta ad alleggerire la colpa, i rei confessi restano rei, e la strage di My Lai vale la strage di Sant'Anna, di Marzabotto, di Lidice, di Babi Yair, supera quella di Huè e delle fosse Ardeatine. Non c'è bisogno d'essere nazisti per diventare assassini: in nome della democrazia, del cristianesimo, della libertà, si massacra tantgo bene quanto in nome del “grande” Reich. E se il Processo di Norimberga fu un processo legale dovremo rifarlo: al banco degli accusati mettendo stavolta quei bravi ragazzi, quei bravi generali che davan l'ordine di ammazzare i civili, di non lasciare viva neanche una gallina. E tuttavia, tuttavia, tuttavia, il discorso da fare non è sugli americani: il discorso da fare è sugli uomini. Sulla guerra e sugli uomini. Sui vari tenente Calley e sulle loro medaglie di bronzo, sulla loro coscienza intatta. Sui vari Varnado Simpson, Charles West, Paul David Meadlo, Michael Terry, mora bianchi ora neri ora gialli ora pentiti ora non pentiti ma sempre descritti come persone perbene, normalissime, miti, figli rispettosi, padri affettuosi, questi mostri che non sanno d'essere mostri, e al collo portano le crocettine, le medagliette con la Madonna, in tasca portano le fotografie dei parenti, e se ci parli a quattr'occhi ti rubano il cuore, ti dimostra d'avere santi ideali, poi una bella mattina di marzo, una mattina di sole, salgono su un elicottero coi loro sani ideali, le loro medagliette, le loro crocettine, la loro presunzione di civiltà, e fanno ciò che hanno fatto “perché tali eran gli ordini”. Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell'uomo. (Oriana Fallaci - Niente e così sia)
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