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Fenomenologia di Molfetta: la città reale e le illusioni dei centri commerciali senza storia
15 novembre 2010

MOLFETTA - Vorremmo cercare, questa volta, di non considerare in maniera isolata i fenomeni di degrado che colpiscono la città, in preda al vandalismo e all’abusivismo, allo scempio ambientale e all’inquinamento chimico delle acque costiere. Cercheremo di cogliere il filo conduttore che lega la totalità di questi fenomeni nell’indifferenza di tutti, per mezzo di uno sguardo d’insieme completo che attraverso questa totalità veda un fenomeno originariamente unitario.
Molfetta ha due identità contrapposte. C’è una Molfetta reale, in cui viviamo le nostre ansie, i nostri disagi ma anche le nostre soddisfazioni.
E’ la Molfetta in cui siamo nati, e che articola la vita di ogni giorno offrendo le possibilità di sempre, da cui ci lasciamo guidare accomodandoci nella routine spesso indifferente che aderisce ai nostri tempi. La città che è parte di noi, perché la nostra stessa identità si è formata su quegli angoli di strada, negli stessi posti, in quel mondo da cui siamo partiti e che abbiamo fatto nostro.
E poi c’è la città dei grandi centri commerciali, in cui si va lasciandosi indietro tutti quei bisogni, quella vita, l’identità con cui facciamo i conti ogni giorno, in ogni scelta. L’individuo consumatore non ha storia, si scrolla di dosso il carico di responsabilità che la sua storia comporta in modo da non essere di fronte all’imbarazzo delle scelte quotidiane.
Lì, nel centro commerciale, la possibilità è solo una: comprare. E’ quello che fanno tutti, e dunque basta lasciarsi trascinare da ciò che si fa, e tutti quei problemi vengono meno.
Le politiche degli ultimi anni, a ben guardare, hanno fatto leva abitualmente su questa “doppia natura” investendo tutto sulla Molfetta senza storia, senza senso. Lì, infatti, la soddisfazione è molto più facile. Tutto è finto, anche le casette così carine sopra i negozi dell’Outlet (che delusione sapere che lì dentro non ci vive proprio nessuno!).
E i disagi della Molfetta reale, che sono i disagi di noi stessi, tendono a scomparire. Tanto si può sempre andare alla Mongolfiera.
Questa contraddizione giunge a piena maturazione quando guardiamo a quella che oggi rappresenta l’unica (o quasi) possibilità di lavoro per centinaia di giovani molfettesi: il call center.
Il giovane, recandosi a lavorare da quelle parti (non può fare altro, se vuol lavorare), nella Molfetta illusoria e senza storia, rinuncia alla propria storia e a se stesso, per pronunciare formule indifferenti, sempre identiche, che portano tutti in una dimensione estranea, vuota come le frasi che si ripetono, come le luci sbiadite dei centri commerciali, in mezzo alle sterpaglie che non finiscono mai e ai cani nell’eterna rincorsa di una vita migliore.
Il porto, probabilmente, arricchirà questo sfondo di altre luci belle e appariscenti, in modo da offrire ai pescatori qualcosa da guardare per distrarsi dalle bolle dolenti dell’iprite e dei gas chimici.
Del resto, il nostro sindaco Antonio Azzollini ha frequentato il marxismo sicuramente molto più dei nostri attuali politicanti di sinistra, e ha saputo raccoglierne tutti gli insegnamenti. Una realtà estraniata trascina la gente con sé, imponendo nuovi bisogni e nuove aspirazioni.
I problemi di tutti i giorni restano un’incombenza dovuta, un peso appioppato dal fato o dalla natura. E così tutto sembra andar meglio.

© Riproduzione riservata

Autore: Giacomo Pisani
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1° - Parte. - Fenomenologia contemporanea: Le città reali e le illusioni dei centri commerciali senza storia. Si, perché non è una problematica culturale solo locale, ma globale. E' molto difficile discutere e trovare soluzioni locali a problemi globali e entità totali (è stato già scritto). Guardiamo in faccia la realtà. I Centri Commerciali sono le coperture di facciate alla povertà sempre più crescenti. La città muore desertificandosi, sostituita da cattedrali dove il pregare viene sostituito dall'acquisto illusorio. L'insignificanza dell'individuo nella nostra epoca non è circoscritta solo al suo ruolo dell'imprenditore, o di impiegato, o di lavoratore manuale, ma anche al suo ruolo di consumatore. Negli ultimi decenni il ruolo del consumatore ha subito un drastico mutamento. Il cliente che si recava nel negozio di un commerciante indipendente era sicuro di ricevere un'attenzione personale: il suo acquisto era importante per il proprietario del negozio; veniva ricevuto come qualcuno che contava, i suoi desideri venivano studiati; l'atto stesso del comprare gli dava un sentimento di importanza e dignità. Il rapporto tra il cliente di oggi e il grande magazzino è molto diverso. Egli è colpito dalla grandezza dell'edificio, dal numero dei dipendenti, dalla profusione delle merci esposte, e tutto questo, se da una parte lo fa sentire piccolo e privo d'importanza, gli da l'illusione di vivere in un mondo pieno di felicità. Come individuo non ha alcuna importanza per il grande magazzino. E' importante in quanto è un cliente: il magazzino non vuole perderlo, perché ciò sarebbe un segno che qualcosa non va, e potrebbe voler dire perdere altri clienti per la stessa ragione. Come cliente astratto è importante; come cliente concreto è assolutamente privo di importanza. Questa situazione è stata ancor più accentuata dai metodi della pubblicità moderna. I discorsi che il commerciante di un tempo faceva per vendere le sue merci erano sostanzialmente razionali. (continua)
2° Parte. - Egli conosceva la sua mercanzia, conosceva i bisogni dei clienti e sulla base di questa conoscenza cercava di vendere, usando più che poteva la persuasione che, tuttavia, doveva essere abbastanza razionale e sensata. La pubblicità moderna e dei centri commerciali non fa appello alla ragione ma all'emozione, come qualsiasi altro tipo di suggestione ipnotica, cerca di colpire i suoi soggetti emotivamente e poi renderli sottomessi intellettualmente. Il tutto poi, con l'influenza di un'immagine subdola ed autorevole di personaggi televisivi e popolari nella loro recitazione gossip, o per mezzo di una bella ragazza mezza nuda che niente divide con il prodotto, attraendo il cliente e al tempo stesso indebolendo le sue facoltà critiche. In realtà questi metodi di ottundimento della capacità di riflessione critica sono più pericolosi per la nostra democrazia di molti aperti attacchi contro di essa, e più immorali, dal punto di vista dell'integrità umana, della letteratura oscena, di cui puniamo la pubblicazione(?). Il movimento dei consumatori ha cercato di restaurare la capacità critica, la dignità e il senso d'importanza del cliente, operando così in direzione simile a quella del sindacato. Finora operò non è riuscito a spingersi al di là di un modesto inizio. Questo perché? Perché nella società dei consumi lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader, le gerarchie e l'ordine. Gli sciami si radunano e si disperdono a seconda dell'occasione, spinti da cause effimere e attratti da obiettivi sempre mutevoli pubblicizzati dai centri commerciali. In una società in fermento per i grandi mutamenti socio politici e con una crisi economica ancora in atto che ci dice inequivocabilmente di dover cambiare il nostro sistema di vita, se non una severa “stretta” al tenore sempre di vita, i centri commerciali ci dicono, come un vecchio detto popolare subdolo e ipocrita: “Pensa oggi, perché domani ci pensa dio”! Sarà vero?


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