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Federalismo o federalismi? (III parte)
14 aprile 2009

NAPOLI - 14.4.2009 In Italia esiste una tradizione federalista? A rifarsi al senso comune e all'attuale dibattito politico sembrerebbe proprio che il tema del federalismo sia stato introdotto dalle Leghe del Nord. Tuttalpiù ci si ricorda vagamente di Carlo Cattaneo (nella foto)quale “precursore” del federalismo italiano. In realtà, in Italia dall'Unità ad oggi si è dispiegato un lungo, ricco e variegato dibattito sulla possibile riforma federalista, regionalista ed autonomista. Anche in questo campo di ricerche specialistiche e di dibattito politico-culturale si assiste dunque ad un vero e proprio vuoto di memoria, se non ad una insanabile voragine. La ragione di ciò deve essere ricercata anche nell'“ostinata sopravvivenza della mitologia risorgimentale”, incentrata sull'esaltazione del modello statuale romano, in base al quale i termini “unità” e “Stato centralizzato” sono stati identificati politicamente e giuridicamente, sino a farli divenire sinonimi. A partire da questo paradigma giuridico-politico, le istanze autonomiste, regionaliste e federaliste, insieme alle corrispettive ricerche storiografiche, sono state bollate come eretiche, in quanto considerate una minaccia all'unità politica del Paese. Solo nell'ultimo decennio circa il federalismo è divenuto oggetto di sempre più numerose indagine storiografiche e riflessioni teoriche, che hanno evidenziato lo stretto nesso che intercorre tra le fasi di crisi attraversate dal nostro paese nel corso della sua storia e la ripresa del dibattito sul federalismo e l'autonomia. Dal dibattito risorgimentale a quello sviluppatosi durante la crisi di fine secolo, dal primo dopoguerra all'avvento del fascismo, dalla sua caduta alla proclamazione della Repubblica, dalla lunga e strisciante crisi di quest'ultima sino agli attuali approdi legislativi, in Italia si è sviluppato un variegato dibattito sulla necessità di realizzare una riforma federalista degli ordinamenti non solo politico-istituzionali ma anche sociali ed economici quale soluzione alle crisi sociali, economiche politiche che l'hanno attraversata. Un dibattito in cui si sono confrontati diversi modelli e diverse opzioni a secondo dei contesti storici, delle prospettive ideologiche di riferimento e delle forze sociali, economiche e politiche che se ne sono fatte promotrici. Tra queste proposte bisogna rimarcare l'importanza del federalismo di matrice democratica, socialista e libertaria che non solo rappresenta una costante storica del dibattito politico-culturale italiano sino agli anni '50 circa, ma rappresenta anche una variegata tradizione politico-culturale di riferimento da cui possono essere tratti gli strumenti per una critica teorico-politica delle attuali istanze federaliste e delle forze che le sostengono. Durante gli anni del processo di unificazione nazionale, Carlo Cattaneo elabora in forme e modalità concrete una proposta di soluzione federalista al problema dell'unità nazionale, per poi attestarsi negli anni immediatamente successivi alla proclamazione del regno d'Italia sull'autonomia comunale come risposta all'accentramento sabaudo. Il teorico degli Stati Uniti di Europa, si fa anche strenuo assertore degli Stati Unititi d'Italia, sia sulla base del suo positivismo stoticistico - che lo induce ad evidenziare le differenze che intercorrono tra le varie regioni italiane – sia sulla base di un fermo convincimento teorico: il nesso tra federalismo e libertà, che configura la sua proposta politica come una processo ascensionale, che dal basso procede verso l'alto, garantendo l'autonomia e l'unità dei soggetti contraenti. Nesso che lo indurrà ad estendere la sua proposta e la sua visione federalista nel campo delle organizzazioni sindacali operaie. A cavallo tra Otto e Novecento, a partire dalla crisi di fine secolo, in contrapposizione nono solo con il federalismo territoriale lombardo – promotore di uno “Stato di Milano” per salvaguardare la parte produttiva del paese da quella parassitaria – ma anche con quello razziale di Alfredo Niceforo, Gaetano Salvemini riprende la proposta di Cattaneo, rielaborandola a partire da una prospettiva libertaria e socialista. Per il pugliese l'autonomia è innanzitutto un valore fondamentale da promuovere e realizzare tanto sul piano etico-culturale quanto su quello politico-sociale. Individuando nei contadini e nei braccianti del Mezzogiorno la forza su cui fare leva per avviare un radicale processo di innovazione del paese in alleanza con gli operai settentrionali, il giovane Salvemini indica nel federalismo l'assetto politico-istituzionale capace di cementare l'alleanza tra operai e contadini, porre fine al drenaggio di capitali dal Sud al Nord e ribaltare, in contrapposizione al blocco reazionario agrario-industriale, i rapporti sociali in favore delle classi subalterne sia a livello locale che a livello nazionale. Nel primo dopoguerra in concomitanza con il biennio rosso e la crisi definitiva dello Stato liberale nonostante le riforme giolittiane, si riaccende il dibattito sulla riforma dello Stato arricchendosi delle posizioni regionaliste di Luigi Sturzo, dell'autonomismo del Partito sardo d'azione, oscillante tra autonomia e separatismo. Dopo l'avvento di Mussolini al potere, negli anni che vanno dall'antifascismo alla Resistenza vengono elaborati una serie di progetti federalisti sia sovranazionali – Il Manifesto di Ventotene – sia infranazionali. Le forze politico-culturali che alimentano maggiormente il dibattito sono le formazioni di Giustizia e Libertà, il Partito d'Azione ed alcuni esponenti del Partito socialista e del Partito comunista. Tra essi spicca Silvio Trentin, che elabora un progetto di federalismo integrale, ben articolato anche sul piano politico-istituzionale, basato sull'autonomia sociale, economica, politica e culturale delle classi lavoratrici. Secondo Trentin è necessario conciliare la socializzazione dei mezzi di produzione con la salvaguardia e la promozione delle libertà individuali. Salvatore Lucchese
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