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Eugenio: il grande cruccio di non poter partecipare alla vita della mia città
15 settembre 2005

Quando mi sono messo (è quasi mezzanotte) qui davanti al portatile per buttar giù queste 2000 – 2500 battute, come mi hai chiesto di fare, mi sono accorto di aver dimenticato… come si contano le battute! Brutto segno: significa che non ci si sta allenando, che si è abbandonata la pratica, si è accantonata la passione. La penna è arrugginita. Forse andrò fuori traccia, caro Direttore: anziché parlare dell'emigrazione di massa dei giovani molfettesi e dei suoi motivi più o meno reconditi, racconterò di me stesso, del mio piccolo grande cruccio. Il lavoro toglie tempo. Peggio. Quando il tuo impiego è fuori sede, come per noi disgraziati (ex) giornalisti in erba, si perdono tante cose in più, oltre al tempo. Lasci – l'ordine è puramente casuale – la famiglia, gli amici, la redazione, la “terra”. Abbandoni Molfetta coi suoi tanti, grossi problemi, e ti accorgi che dove sei capitato i problemi li ritrovi uguali ed identici, magari amplificati. Ed allora, anche se hai sempre negato che avresti avuto nostalgia della tua città, anche se hai sempre sbandierato il desiderio di girovagare, scoprire, stanziarti altrove, ti rammarichi di non essere più nel tuo ovile. Dove puoi svelare le magagne che si consumano dietro casa “tua”, dove puoi bastonare gli amministratori pecoroni, dove puoi strillare per le porcherie del consigliere traffichino o dell'assessore incompetente, dove dici, urli, sbatti lo scandalo della prepotenza diffusa in prima pagina. Dove fai tutto questo consapevolmente e di cuore, colla speranza e colla pretesa di far riflettere qualcuno perché ci tieni alla “tua” terra, la vorresti migliore, ne proponi, immodestamente, la cura. Fuori Molfetta è diverso. Sì, ti senti meridionale se sei al Sud; italiano se sei in “Padania”; ti scopri filantropo se ti hanno sbattuto in qualche altro continente. Sempre troverai, se hai idee robuste, l'energia di lamentarti e di denunciare, di provare a migliorare la situazione. Ma non avrai che la metà della forza che possiedi quando sei a casa, a casa “tua”. Il parco sporco, i motorini “impazziti” e “anarchici”, le collusioni malavita-politica: ovunque, o quasi, gli stessi guai di Molfetta. Ma se il degrado colpisce la villetta dove hai trascorso la “tua” infanzia, ti rode ancor di più; le moto che sfrecciano sul “tuo” lungomare ti mandano in bestia oltremisura; le beghe e le risse verbali tra i politicanti del “tuo” paese ti coinvolgono sul serio. Senti, nella “tua” terra, che potresti fare qualcosa contro lo scempio, che esiste un'alternativa allo spreco: hai voglia di combattere, ne vale la pena quando è la “tua” città. Eccolo, il mio piccolo grande cruccio: non poter partecipare alla vita del mio paese, dei miei concittadini. A Torre Annunziata, dove lavoro da otto mesi, di tanto in tanto ripeto a me stesso: “Bisogna essere lontani da Molfetta per poterla apprezzare”. Pensavo che non avrei mai detto qualcosa di simile. Mi sbagliavo. Eugenio Tatulli eugenio.tatulli@quindici-molfetta.it
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