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Don Giovanni… Stanislavskij non l'avrebbe mai fatto!  
15 giugno 2007

Interessante lavoro della Compagnia del Teatro Universitario, che allestisce, con la regia ricca di pregevoli spunti di Alessandra Sciancalepore, un rivisitato Don Giovanni di Molière. Un primo elemento di valore è da riscontrarsi nell'utilizzo di elementi 'parascenici' allo scopo d'introdurre lo spettatore nel laboratorio di regia. Così, il programma di sala reca un'immaginaria pagina “dal Diario di Don Giovanni” (Salamanca, 21 settembre), che, con un curioso espediente, chiarisce le fi nalità della messinscena. “Solo una domanda [ tra quelle degli attori venutigli in visita, ndr] mi ha colpito – scrive il sedicente libertino – e vi dirò che mi ha fatto anche palpitare un po', la domanda più bella che mi potessero fare, la domanda che per anni ho aspettato: 'Perché Don Giovanni è Don Giovanni…'” A quest'interrogativo lo spettacolo tenta di rispondere. Lo spazio scenico diviene così teatro di una duplice partita a scacchi: quella tra Don Giovanni e Sganarello e quella, più ardita, tra Don Giovanni e Dio, giocata con pedine umane: Donna Elvira e suo fratello Don Carlos, gli amanti contadini Pieruccio e Carlotta. La fi nzione scenica si arresta a metà circa dell'atto terzo molièriano, ma recupera anche frammenti dell'atto quinto. Le scene del commediografo francese si alternano a fl ashback, che si confi gurano come incursioni nell'infanzia del libertino. Sulla scoperta di un trauma familiare, che avrebbe originato l'ossessione di conquista (nei suoi deliri il seduttore per antonomasia si paragona ad Alessandro il Macedone), si conclude questo Don Giovanni. Molti i pregi della messinscena. In primo luogo, l'idea registica di fondo ci pare interessante e profondamente attenta al valore simbolico dei dettagli. L'intellettualismo del progetto si evince anche dalle scelte di recitazione, poco naturalistica e incline a tradurre in movenze spasmodiche la torsione psicologica dei personaggi. Il quadro d'insieme, che a tratti paga forse qualche lentezza nel ritmo (soprattutto nel fi nale), appare piuttosto cupo, cupezza che emerge nell'attitudine di personaggi, come l'Elvira della raffi nata e sensibile interprete- regista Sciancalepore, che si segnala anche per la notevole qualità di movimento. Anima dello spettacolo ci pare lo Sganarello di Valerio Ivan Caputo. Desta istintiva simpatia (concorre a ciò anche un timbro, che ci sembra gradevolmente inusuale), colpisce per il suo incarnar bene una creatura a metà tra giullare e grillo parlante, connotata da irrequietudine che si traduce quasi in perenne 'giravoltare'. Giravoltare che Caputo rende con naturalezza e grazia. Convince anche Carlo Del Vescovo preciso ed effi cace in un cammeo reso con garbo; in generale un plauso a tutti gli interpreti: Pantaleo Annese (Don Giovanni), Francesco Consiglio (il fratello di Elvira), Maria Del Vescovo (Carlotta). Un'opera introspettiva e amara: la scoperta delle radici del disagio non sembra preludere ad alcunché di salvifi co. La psiche umana implode sotto il peso delle proprie ossessioni e , per reazione, i corpi si contorcono, presagendo la rovina, senza potere scongiurarla.
Autore: Gianni Antonio Palumbo
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