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Dai perastri allo sferisterio: il Largo del Pallone Frammenti di storia
15 novembre 1999

di Marco de Santis Son tornate alla ribalta le piazze. Dopo l'inquietante scombuglio di Piazza Municipio e il trasferimento dei banconi d'ortofrutta e pesce all'ex mattatoio comunale, i riflettori della stampa e dell'opinione pubblica sono puntati sui lavori di ripristino nel centro storico e sulle piazze cittadine rimaste quasi vuote. Una di queste aree urbane semideserte è Piazza San Michele, già Largo del Pallone, nome che sopravvive nel toponimo dialettale Mmézz'o Paddòënë ancor oggi usato dai più anziani. Prima che assumesse questa denominazione, la piazza si chiamava Largo del Peragine, per l'antica presenza di un perastro nella zona. Più esattamente "peràgine" è l'adattamento documentale della voce vernacola pràscënë, che designa il ‘peruggine’ (Pyrus amygdaliformis Vill.), in area meridionale detto peràggine (da un lat. volg. *p i r a g o, -i n i s, dal class. p i r u s). L’arbusto dà frutti piccoli, duri e aspri, riservati in passato all’alimentazione animale e definiti dialettalmente péërë ciuccë (alla lettera ‘pere ciuche’). Tuttavia ha rivestito una relativa importanza nella tradizione agricola locale e regionale in quanto usato come portainnesto del pero gentile. In virtù di tale interesse colturale ed economico, i perastri sono stati oggetto di tutela negli antichi statuti comunali. Nel Libro Rosso di Molfetta e precisamente nei "Capitoli delle pene" redatti nel 1481 si faceva espresso divieto a cittadini e forestieri di danneggiare con pietre i peri selvatici, sotto la multa di un tarì per infrazione. Eccone l'articolo nella trascrizione di Francesco Carabellese: "Item statuto si è ut supra che qualunca persona tanto cittatino quanto forestiero menarà prete alli arbori de li piragini casca in pena de tr. 1 per volta". Tornando alla nostra piazza e al suo rione, va rilevato che il notaio Francesco Saverio Pomodoro, nel suo saggio storico sulla controrivoluzione molfettese del 1799, ricorda più volte le "varie strade del Peragine" e in una nota aggiunge: "Il Rione Peragine era attorno al largo di San Michele al Peragine, detto oggi [1832] largo del Pallone, perché colà si giocava al Pallone, invece che al largo della Cattedrale, secondo l'ordine di monsignore Antonucci", divenuto vescovo di Molfetta nel 1775. Lo sport in questione non va confuso con l'attività ludica e agonistica che ha dato luogo al calcio (football o soccer), come è stato sostenuto da qualcuno nel benemerito periodico "Molfetta nostra" (nov. 1979, n. 11, p. 2). Va invece identificato con il gioco del pallone al bracciale, quello stesso a cui si riferiva Giacomo Leopardi nella canzone A un vincitore nel pallone, scritta nel 1822, dove lo sferisterio è classicamente definito "arena". Un cenno di molto anteriore ne ha dato Torquato Tasso nel dialogo Il Gonzaga secondo, risalente allo scorcio del Cinquecento: "nel giuoco del pallone e de la palla io recherei al caso molti balzi ch'avvengono oltre ogni aspettazione, e nel giuoco del palamaglio parimente". Dopo il Pomodoro, lo storico Michele Romano, nel suo Saggio sulla storia di Molfetta (De Bonis, Napoli, 1842), ha offerto una descrizione più dettagliata dell'origine e della pratica del gioco presso di noi: "In Roma, in Venezia, ed in Napoli molti signori molfettani, spettatori del giuoco del pallone, s'industriaron di apprendere le regole. Munitisi di braccialetti, e palloni, reduci nella Patria istruiron de' giovani amici, e col fatto eseguirono tale ginnastico esercizio, dilettevole per essi loro, e per gli astanti. […] Il giuoco del pallone, sebbene antico in Molfetta, fu messo in non cale da molti anni. […] Si esercitava ne' mesi estivi dalle ore ventidue sino alle ventiquattro [d'Italia, cioè dalle 17 alle 19 circa] nel largo della Cattedrale alle falde della muraglia. L'inibizione del Vescovo Antonucci, perché d'incontro la Chiesa nell'ora della visita al SS. Sagramento, fu causa d'asportarlo nel largo S. Angelo [s'intenda: S. Michele Arcangelo] al Peragine. Otto erano i giuocatori. Con eleganza, e leggermente vestivansi di bianco, con fascia di seta scarlatta alla cintola, con cammicia rialzata nelle maniche con nastro rosso, farsettino e scarpa bianca; avean il destro braccio munito di braccialetto guernito di punte di legno, onde con elasticità slanciare il pallone in aria, o ribatterlo: era questo di un palmo circa [intorno ai 26 cm] di diametro di pelle doppia elastica, e gonfio di aria. Piacevole era il divertimento, e gustoso pel concorso di persone di diverso ceto". In altre regioni i giocatori del pallone erano tre per parte. Invece, da quanto scritto dal Romano, si desume agevolmente che da noi le due squadre rivali erano composte da quattro giocatori. I ruoli erano ricoperti da un battitore, una spalla e due terzini. Il battitore disponeva di un apposito corridoio di lancio (in alcuni regolamenti chiamato "trampolino"). Il braccialetto dentato, detto anche bracciale o guanto, era munito di punte smussate per impedire che il pallone scivolasse quando veniva violentemente colpito. Gli sferisteri erano costituiti da campi naturali, situati soprattutto presso alti muraglioni in zone estese o periferiche, come da noi sotto le mura della città vecchia o al Largo di San Michele. Il campo da gioco, in terra battuta, a seconda delle possibilità del terreno e delle varietà regionali, poteva arrivare alla larghezza di 16 o 17 metri e alla lunghezza di 86, 90 o 95 metri e doveva essere possibilmente affiancato da un muro alto fino a 14-20 metri. Lo sferisterio era diviso a metà da una corda o da una fila di mattoni a coltello appena sporgenti sul suolo, detta "cordino". Pali o righe di mattoni segnavano le estremità del campo. I lati minori dello sferisterio potevano essere limitati da reti e anche il lato maggiore riservato al pubblico poteva essere protetto da una rete. Secondo la regolamentazione più recente, risalente ai primi dell'Ottocento, il punteggio si calcolava computando 15 punti per volta fino ai 30, poi si passava a 40 punti. Dopo di che si assegnava una giocata alla squadra in vantaggio, azzerando i punti eventualmente totalizzati in precedenza dalla squadra in svantaggio. I punti si ottenevano in quattro modi: con la "volata", cioè oltrepassando il limite estremo del settore avversario; con la mancata raccolta del pallone nella metà campo avversaria; con il lancio del pallone fuori dai lati maggiori da parte dei rivali, o con il mancato rinvio del pallone oltre la propria metà campo. Una partita poteva articolarsi in 10, 12, 15 e perfino 19 giocate o tempi, detti "giuochi". Il gioco del pallone praticato in Toscana nel declinante XVIII secolo è efficacemente rappresentato in una bella acquaforte di Giuseppe Piattoli, datata 1790. È accompagnata dalla seguente didascalia: "Mentre segna il Pallon l'aerea traccia, / cresce il vigor nelle robuste braccia". Per concludere, vorrei avanzare una proposta. Sarebbe auspicabile che almeno una delle associazioni sportive molfettesi rilanciasse il gioco del pallone, attingendo al regolamento più aggiornato e magari riutilizzando per la sola inaugurazione Piazza San Michele, nonostante si sia ridotta di proporzioni rispetto alla fine del Settecento.
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