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Corrado Minervini: Il lavoro e lo sviluppo siano strumento di riscatto, non di ricatto
Corrado MInervini
28 maggio 2022

MOLFETTA - “Il Sud Italia è ricco di risorse e bellezza, ha un potenziale inestimabile. Vivere al Sud è una fortuna, per molti motivi. Eppure il Mezzogiorno sa essere anche maledettamente inospitale. Tanto che il posto di lavoro, anziché essere strumento di riscatto, può diventare una potente arma di ricatto. Spesso un giovane per rimanere al Sud deve abbassare le aspettative, adeguarsi, arrangiarsi. Oppure fa le valigie e migra altrove. È così che in un quarto di secolo (tra il 1995 e il 2020) 1,6 milioni di giovani hanno lasciato il Sud Italia per trasferirsi al Nord o all’estero. Sia chiaro: in un mondo globalizzato la mobilità non può essere più un tabù, a patto però che si parta per scelta, non per costrizione.”

 

Introduce con queste parole la riflessione sul lavoro e sullo sviluppo il candidato di Rinascereal consiglio comunale di Molfetta, Corrado Minervini.

 

“La Puglia, insieme a Campania, Sicilia, e Calabria, fa parte delle cinque regioni europee con l’indice di occupazione più basso. A completare la squadra fanalino di coda è la Guyana francese, in America Latina, dov’è possibile degustare ottimo rum, ma si è decisamente distanti dagli standard di qualità della vita europei.

 

Lo chiarisce Eurostat 2021, che attribuisce alla Puglia un indice di occupazione nella fascia tra i 15 e i 64 anni, del 46,7%. Il tasso medio europeo è del 68,4%. Più della metà della popolazione attiva pugliese, insomma, non lavora. Se consideriamo il tasso di variazione degli occupati tra il 1995 e il 2019 (ben prima della pandemia) rileviamo una crescita del Sud quattro volte inferiore rispetto alla media nazionale (4,1% contro il 16,4%). Lo dice a chiare lettere Confcommercio nel suo studio “Economia e occupazione al Sud dal 1995 ad oggi”.

 

Il Mezzogiorno è imprigionato ancora in una dimensione di incompiutezza, la sua economia è fragile e le sue classi dirigenti rivestono spesso il ruolo di portinaio ignaro (nella migliore delle ipotesi) per investitori al ribasso. Spesso, peraltro, con grosse svendite del territorio. Ed è qui che emerge il vero carattere del “politico meridionale”: per mimetizzare incapacità e inettitudine non ci si misura sulla capacità di generare sviluppo, di azionare processi occupazionali di valore, ma ci si misura solo sulla capacità di drenare risorse pubbliche. E peraltro spesso nemmeno ci si riesce.

 

Che si finanzino progetti utili o meno è un fatto secondario, l’importante è poter spendere. Dichiarare di costruire, erigere, cantierizzare. Anche quando i manufatti finanziati non abbiano alcun impatto sui livelli occupazionali. Nessuno, infine, alza la mano e si preoccupa della gestione - che può essere più o meno virtuosa - dei manufatti realizzati. Insomma, la sistematica trasposizione tra mezzi e fini. Un veleno che non fa inorridire solo l’osservatore attento alle dinamiche di sostenibilità ambientale e sociale, ma che delude anche gli investitori a maggior valore. Il Sud, nonostante le sue risorse e le sue eccellenze, è schiavo della mediocrità delle sue classi dirigenti.

 

È così che nascono le tante cattedrali del deserto: da una mentalità decadente che aveva un senso nel secondo dopoguerra fino agli anni ’90 del secolo scorso. Oggi, sicuramente, serve di più. Chi è figlio di quella cultura nella modernità, paradossalmente, assume un ruolo nocivo allo sviluppo armonico dei territori.

 

Non ci sorprendiamo più di nulla, Molfetta ne è la dimostrazione. Da un lato si alimenta il mito di grandi opere risolutive di ogni male - ad esempio il mega porto incompiuto, il mega terminal bocciato -, dall’altro si foraggiano microeconomie instabili in un mercato drogato. L’approccio maldestro e sbrigativo ai fondi del PNRR tradisce la cifra dell’amministrazione. Ma gli stessi meccanismi si innescano, ad esempio, nella gestione della cultura (prima i contenitori, poi i contenuti). Esiste un antidoto?

 

Ecco, sì, ci sono degli antidoti. Nessuna bacchetta magica, nessuna scorciatoia, nessuna misura  di per sé risolutiva. Sicuramente le politiche del lavoro e per il mezzogiorno vanno coordinate a livello nazionale ed europeo. Però le amministrazioni comunali hanno delle leve e non si tratta di leve secondarie. È possibile concentrarsi su tre questioni dirimenti:

 

  1. Gli obiettivi della PA. Determinare le condizioni per uno sviluppo sano sotto il profilo economico, sociale ed ambientale e preoccuparsi che la gestione di infrastrutture e servizi sia virtuosa, ovvero ispirata a principi di trasparenza, efficienza ed efficacia, che rispondano ai bisogni dei cittadini e del territorio. L’obiettivo, quindi, non è semplicemente costruire, ma fare in modo che le opere realizzate siano utili. A questo scopo vale la pena misurarne l’impatto negli anni.
 

  1. La qualità delle reti di relazione tra le PA e i portatori di interesse pubblici e privati. A volte le politiche e gli investimenti pubblici vengono imposti senza mediazioni. Bisogni e risorse degli attori sociali non hanno alcun livello di comunicazione. Viviamo una quarta rivoluzione industriale, si parla di tecnologie abilitanti, ma ai tavoli delle decisioni preferiamo interlocutori improvvisati, piuttosto che le competenze. In questo senso sarebbe il caso di attivare, ad esempio, collaborazioni di valore con il mondo accademico e scientifico. Oggi è più importante saper investire opportunamente in formazione e servizi a supporto delle imprese, più che in cartelloni pubblicitari. A volte, peraltro, alcuni bisogni delle aziende nelle zone industriali - come le PIP e l’ASI a Molfetta - sono analoghi a quelli di altri sistemi d’offerta. Sinergie, cross fertilization ed economie di scala sono più importanti del doppiopetto di un amministratore improvvisato.
 

  1. La modernizzazione della macchina amministrativa. Non è solo un tema di efficienza (peraltro evidente a tutti gli stakeholders), ma di capacità concreta di accedere a un livello differente di finanziamenti regionali, nazionali ed europei. Molfetta ha perso diverse opportunità, anche quando ha vinto dei bandi. Abbiamo provato a spiegarlo. Occorrono competenze specifiche che in ogni ramo dell’economia locale - compresi i comparti del turismo e della cultura - siano in grado di progettare soluzioni che creino valore per il territorio. Una cosa diversa, insomma, dal confezionare bandi per amici e parenti.
 

Serve ricerca, studio, competenza. Serve saper leggere dati, informazioni, processi. Ogni territorio mette in campo un sistema d’offerta. Lo fa verso i cittadini, i turisti, gli investitori. Le aziende più solide, a maggior valore, che generano buona occupazione, che garantiscono standard qualitativi più elevati, cosa cercano? Cosa guardano prima di scegliere dove investire? Solo il costo a metro quadro dei lotti? Non credo proprio, ma temo che il livello a Molfetta sia questo. C’è qualcuno che si aspetta di più dalle attuali classi dirigenti?

 

Certamente, oltre all’indispensabile collegamento alla rete di trasporti, gli investitori valuteranno anche cose facilmente intuibili come l’accesso ai servizi per aziende, lavoratori e businessman (compresi i servizi di accoglienza e ristorazione), l’efficienza della burocrazia e i livelli di sicurezza.

 

A questo proposito, per esempio, non raccontiamo in giro del rischio idrogeologico che incombe sulla zona produttiva, né del numero di autovetture rubate ai lavoratori delle aziende insediate. Le buche per le strade della zona industriale, invece, purtroppo le vedranno da soli al primo sopralluogo. Ma questo è il nostro Sud e noi ci siamo abituati al fatto che non cambierà mai. 

 

Oppure no?

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