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Corrado Giaquinto e i pittori Porta
15 luglio 2011

Un vero e proprio gioiello questa nuova pubblicazione di Mons. Pietro Amato, Corrado Giaquinto e i pittori Porta, nell’ambito della collana “Bibliotheca Melphictensis” e sotto l’egida del Centro Molfettese di Studi e Documentazione e del Rotary Club di Molfetta. Il volume, di 191 pp., è corredato di pregevoli riproduzioni fotografi che delle opere analizzate e si conclude con una sezione documentaria, che rende ragione delle fonti manoscritte e a stampa, e con un ricco apparato, in cui spiccano le tavole genealogiche dei Porto/Porta e una “cronotassi” degli episcopati relativi alle diocesi nelle quali operarono gli artisti oggetto d’esame. «L’obiettivo della pubblicazione – dichiara Mons. Amato, direttore dei Musei storici del Vaticano, nell’Introduzione – è molto semplice, diretto: fare decollare gli studi sui Porta, un’illustre famiglia di pittori molfettesi, composta da almeno cinque artisti documentati». Un primo grande pregio della pubblicazione è appunto quello di sondare gli infl ussi sul celeberrimo Corrado, fi nora tendenzialmente minimizzati, dei due maestri molfettesi, Saverio e il nipote Giuseppe: dal primo (secondo Giovanni Muti), Giaquinto apprese “i primi principij della Pittura”, ma anche il secondo – con cui il Nostro collaborò tra il 1723 e il 1724 – ebbe nella sua formazione un ruolo tutt’altro che trascurabile. In tal direzione, Amato non trascura di evidenziare signifi cative analogie tra le due produzioni: è il caso, per citarne una, del balenio delle luci nell’olio su tela del Beato Giovanni Nepomuceno (Campi Salentina, Collegiata Santa Maria delle Grazie, 1723, fi rmato da Giuseppe), opera che il Curatore confronta con il giaquintesco San Nicola Pellegrino del molfettese Museo Diocesano (1748 ca.). Si aggiungono così ulteriori tasselli alla valorizzazione di un artista come Giuseppe, capace di fondere “meravigliosamente drammatici eff etti chiaroscurali e illusionistici con abilità di disegno e raffi nata tecnica pittorica”, qualità che Amato considera all’akmé nelle creazioni per la Cattedrale di Castellaneta. A proposito di queste ultime, lo studioso si sofferma a dettagliare il riuso della celebre Iconologia di Cesare Ripa nelle Allegorie (soprattutto in quella dell’Orazione) ed esalta, ad esempio, lo straordinario dinamismo della liberazione del giovinetto Diodato dalle grinfi e di re Miramolino, compiuta da San Nicola. Particolarmente corposa e innovativa è la sezione che riguarda i discepoli molfettesi del Giaquinto. Nicolò e Felice Porta lavorarono nella bottega avviata dai maestri del Corrado, il primo da titolare. La fi gura di Felice, fi glio di Giuseppe, solo oggi “si aff accia prepotentemente alla ribalta”, in seguito alla scoperta della sua fi rma su una Pentecoste (quella della Pinacoteca romana di Propaganda Fide) fi nora attribuita a Giaquinto. Essa ha determinato un non indiff erente movimento tellurico nelle complesse questioni attributive legate al Corrado e ha indotto a riconsiderare i lavori ultimati dalla bottega molfettese sotto la conduzione di Nicolò Porta. Il fatto che quest’ultimo evitasse di fi rmare le opere prodotte in “cantieri da lui aperti e sottoscritti” lascia ipotizzare che alcune di esse possano ricondursi alla mano di Felice piuttosto che al titolare. Amato si interroga, ad esempio, sul luminoso e pensoso San Michele Arcangelo sormontato dall’oculus trinitario, che poi ricompare in quarta di copertina. A proposito della pittura di Nicolò e Felice, l’autore elabora una preziosa sezione dedicata al Lessico fi gurativo giaquintesco nei pittori Porta, che ha il merito di introdurci nel vivo dei cantieri dei giaquinteschi, favorendo lo smontaggio di opere d’arte come la portiana Pentecoste, che, forse anche per assolvere più rapidamente alle richieste della committenza, alle fi gurazioni del Maestro attinge a piene mani. Grazie alla consultazione di fonti archivistiche, Amato smentisce anche la vulgata che identifi ca in Nicolò Porta il discepolo che avrebbe seguito il Corrado in Spagna nel 1753-55. Lo Status animarum della molfettese parrocchia di Santo Stefano attesta come, dal ’43 alla morte, Nicolò non si sia mai allontanato da Molfetta, al contrario di Felice che nel 1754 (nel giorno di Santo Stefano) avrebbe sposato per procura la molfettese Chiara Finanese, per poi risultare nuovamente presente nella nostra città solo l’anno successivo. Lo studioso evidenzia tra l’altro come “i dipinti e gli aff reschi che la storiografi a locale assegna” a Nicolò non presentino elementi riconducibili alla produzione ispanica giaquintesca, ma risentano piuttosto del lessico fi gurativo del periodo romano del Corrado, nonché dell’infl usso di autori come Sebastiano Conca, Francesco Trevisani, Carlo Maratti e Agostini Masucci (questi ultimi due legati allo splendido modello di Guido Reni). Una pubblicazione, insomma, questa su Corrado Giaquinto e i pittori Porta importante, anche per i futuri sviluppi di cui sarà senz’altro foriera in campo storico- artistico, schiudendo nuove piste di ricerca, e godibile per le riproduzioni delle opere dei pittori oggetto della monografi a. Perché tra diff erenti letture iconiche del San Michele che s’abbatte su Lucifero e gli angeli ribelli, Serpenti di bronzo, l’espressivo Cristo fl agellato (attualmente nella molfettese Chiesa di San Pietro) e pudicamente maestose rappresentazioni della Vergine Annunciata, ci dona scampoli di nobile bellezza.

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