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Azzollini e la cultura dell'estetizzazione: additati i giovanotti che scrivono sui giornalini locali di Molfetta
11 agosto 2012

MOLFETTA - «Credo che farebbe bene ascoltare queste che ad alcuni appaiono cose nostalgiche a qualche superficiale, specialmente a quei giovanotti che scrivono sui giornalini locali, che vivono non alla superficie ma sulla spuma dell’onda e non conoscono le profondità del mare».
L’affermazione del sindaco di Molfetta, senatore Pdl Antonio Azzollini, pronunciata in occasione di un recente convegno sull’emigrazione degli italiani in Crimea, è sicuramente fra quelle più indegne pronunciate finora. Ma non stupisce affatto. Piuttosto, essa rientra a pieno titolo all’interno della concezione della cultura del primo cittadino, che ha contribuito ad annichilire lo spirito comunitario della città.
La cultura azzolliniana si è fondata, negli ultimi anni, sull’investimento in grandi eventi dalla grossa risonanza, nella maggior parte dei casi concerti molto costosi, staccati da un progetto di crescita culturale della città. In altri termini, Azzollini, attraverso grossi eventi, ha catalizzato l’attenzione dei molfettesi sulle mille luci di concerti e feste colorate, riassumendo nell’appariscenza di grossi nomi l’attività culturale cittadina.
La cultura di matrice azzolliniana è una cultura estraniata dal radicamento all’interno della città, che favorisce un’assunzione e una messa in discussione dei valori di riferimento, nel confronto e nella partecipazione attiva da parte dei cittadini allo spirito della comunità. La politica dei grandi concerti e dei grossi eventi corrisponde all’esigenza di una cultura estraniata e mercificata, isolata dalla comunità, chiusa in pochi attimi d’ingestione fugace e d’immediata evacuazione, senza alcuna assimilazione.
La cultura dei grossi concerti e del divertentismo di lusso è la cultura dell’estetizzazione, che rompe l’appartenenza dei cittadini alla comunità: anestetizzando lo spirito critico rispetto ai valori e ai termini della convivenza in città, è la cultura stessa a isterilirsi, fissata in una formazione superficiale, parziale, disumanizzata. La cultura dei grossi eventi è l’anticultura per eccellenza, quella che inserisce la gente nel clamore e nel circuito seducente di luci, nomi ed etichette dal sapore internazionale, isolandola dal carico di responsabilità che la convivenza in una comunità comporta, e che può trovare spazio solo nella cultura autentica. Quella che non rifiuta la storia della comunità stessa e, radicandovisi nello studio e nell’impegno quotidiano, la rielabora e la riattualizza ogni giorno, favorendo il progresso dell’intera città e contribuendo al suo riconoscimento all’interno di un sistema di valori e di un ambito di confronto condiviso. L’arte, la critica, la cultura autentica non possono che essere sinonimo di progresso per una comunità, quando è lo stesso orizzonte di convivenza a rivivere e ad attualizzarsi nella loro stessa crescita.
Non stupisce allora, che Azzollini continui ad additare i “giovanotti” che scrivono sui “giornalini locali”. Sono gli unici, evidentemente, che restano fuori dalla dimensione totalizzante che ha contribuito a edificare, fatta di distrazione e revisionismo, e che mercifica la cultura rendendola disponibile al costo di un biglietto. Del resto, la critica alla reificazione della cultura e della formazione ha trovato largo spazio nella sociologia di matrice marxiana e sappiamo bene quanto Azzollini abbia frequentato il marxismo negli anni passati. Dunque, avrà saputo ben sfruttare le sue competenze in materia. Ed è abile nel rimproverare la “superficialità” ai giovani redattori, come a voler rivendicare la “profondità” della propria proposta culturale.
La voce di quei giovanotti di cui parla è la voce di chi è ancora parte di una comunità e continua a sentirsene responsabile, perché la comunità è l’ambito di confronto e di esistenza di tutti e non può essere ridotta a blocchi di interesse privato, se non attraverso la neutralizzazione della cultura stessa.
La sfida del dopo-azzollini, ormai imminente, è proprio qui. La tentazione di limitarsi a un aggiustamento “tecnico” dei disastri di questa amministrazione, sul fronte economico e legale, deve essere rifuggita con tenacia. Ho già analizzato i rischi della tecnocrazia in saggio di nuova pubblicazione, «Tecnica ed esistenza nella postmodernità», appena uscito all’interno del volume «Polisofia» (editore Nuova Cultura, Roma).
Questa città ha bisogno di un progetto politico che sappia ripartire dalla cultura, per far rivivere lo spirito di questa città, perché la superficialità resti solo nelle parole di qualche politicante ormai in declino.
 
© Riproduzione riservata
 
Autore: Giacomo Pisani
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Parole sante, sacre e sagge quelle pronunciate dal nostro e vostro Sindaco. Questi giovincelli che scrivono sui giornali locali, in modo particolare su “Q”, devono imparare a conoscere vivere in profondità e non sulla spuma dell'onda: troppo facile scivolare senza nessun impedimento, lasciarsi andare dallo sciabordare dello stesso moto come se tutto fosse naturale, come un elementare esercizio di surf. Banale, alquanto infantile. Distratti, sbadati e bistratti da questo gioco che impedisce loro una visione reale della realtà futura, si lasciano ingannare dalla facilità e dal comodo, restando impreparati all'evento prossimo, quell'evento che farà loro – come si dice in gergo popolare – mangiar le unghie. A breve termine e scadenza – inutile dettare data e anno – quando gli approdi e le vie del mare si apriranno sul Nuovo Porto, e ci sarà necessità e capacità di vivere in profondità, ecco che questi giovincelli, impreparati all'evento e non avendo più la possibilità di scivolare sulla spuma dell'onda, resteranno all'asciutto e potranno solo scivolare sulle “cascatine” che le prime piogge invernali scivoleranno lungo le nostre strade in città. Certo, scivoleranno sempre verso il mare, ma verso il porto vecchio, dove uno scarto di percorso farà si che si areneranno alla Banchina S. Domenico, al Molo Pennello e al basso fondo di Cala San Giacomo (niente a che vedere con il Pisani Giacomo l'autore dell'articolo in questione, sempre sulla spuma dell'onda), altri forse sotto il Faro dove, alla luce dello stesso, potranno solo guardare e ammirare da lontano il Porto Nuovo. Quel Porto Nuovo oggi così bistrattato e amaramente discusso, così dichiaratamente definito a torto una cultura estetizzata e anestetizzata, risplenderà nella sua magnificenza spettacolare dove altri giovani, quelli che ora umilmente non scrivono ma leggono, imparano a vivere in profondità, non lasciandosi attirare e ingannare dalla spuma dell'onda come un miraggio nel deserto, vivranno anche la loro vita in profondità, godendo di tutti quei vantaggi che ai loro predecessori sono stati non negati ma sacrificati, per il bene delle generazioni future, quelle generazioni pronte e atte a vivere non nell'illusione dello scivolare sulle spume delle onde, ma nella conoscenza della profondità del mare, della vita. Prendersi poi felicemente una “pausa” quella pausa naturale che è dormire e riposare. Di questi tempi, forse, si dorme poco, si dovrebbe dormire molto di più. Com'è oggi questa società umana che funziona durante tutte le 24 ore, odiosa, chiacchierona, litigiosa e crudele? Il sonno riposante sospende le ambizioni, i rancori, le amarezze, l'acidità. Non dimentichiamoci mai che i malfattori dormono quanto gli onesti, anche se non nelle stesse ore. Eliminare il sonno obbliga le autorità a raddoppiare le forze di polizia. Ci sono più delitti, incidenti stradali, adulteri, incendi, cadute, bucce di banana, libri osceni, brutte canzoni, film poco interessanti e……..più porti da costruire: meglio dormire e riposarsi. Addaveni.



Non esiste una cultura “azzolliniana”, il personaggio in questione non sarebbe capace di inventarsi una cultura. Un'altra cosa è invece la cultura dell'estetizzazione e quello che accade a Molfetta, culturalmente, accade dappertutto perchè la politica ha fallito e si è arresa all'economia d'assalto, ovvero al denaro prima di tutto, al profitto a tutti i costi, senza se e senza ma. Le religioni, restando legate ai dogmi, “involontariamente” e in buona fede (?), non sono riuscite a frenare l'estetizzazione della cultura di massa, giornali, televisione, pubblicità, masse già da per se an- estetizzate. Le società moderne erano organizzate intorno al concetto di produzione e consumo di beni e merci, le società post-moderne sono organizzate intorno al concetto di simulazione e di gioco delle immagini. In questo senso, nella società postmoderna, mediatica e consumistica, tutto diventa immagine e segno, spettacolo, perfino “commercializzazione”. Commercializzazione di tutto, anima e corpo. Necessitiamo di nuove regole e nuove leggi. Il fatto che sia difficile trovare un solo paese con buone leggi non dipende esclusivamente dall'essere le leggi opera degli uomini; perché gli uomini han pur fatto delle ottime cose, e quegli esseri che hanno inventato e perfezionato le arti potevano pur combinare un codice tollerabile. Ma le leggi sono state stabilite in quasi tutti gli Stati per l'interesse del legislatore, in vista del bisogno del momento, fra l'ignoranza e la superstizione. Son state fatte una dopo l'altra, a caso irregolarmente, come si costruivano le città. Londra è diventata una città possibile solo dopo che fu ridotta in cenere da un incendio: le sue vie, nella ricostruzione, risultarono assai più larghe e diritte; e così Londra divenne una vera città solo per essere stata bruciata. Vogliamo avere delle buone leggi? Bruciamo quelle che abbiamo, e facciamone di nuove. Un pollaio è chiaramente lo stato monarchico più perfetto. Non c'è un re, un uomo, che si possa paragonare a un gallo. Se egli cammina tutto fiero in mezzo al suo popolo, non lo fa per vanità: s'avvicina un nemico, ed egli guarda bene dall'ordinare ai suoi sudditi d'andare a farsi ammazzare per lui in virtù della sua maggiore scienza e del suo assoluto potere; ci va lui stesso, si mette le galline dietro, e combatte fino alla morte. E se è vincitore, si canta lui stesso il Te deum. Nella vita civile poi, non c'è persona tanto galante, piena di garbo e disinteresse. Egli ha tutte le virtù: se gli capita nel suo real becco un chicco di grano, un vermicello, lo passa alla prima delle suddite che gli si presenta. Se è vero, come dicono, che le api sono governate da una regina con la quale tutti i suoi sudditi a turno fanno all'amore, questo è un governo più perfetto ancora. Le formiche passano anche loro per un'eccellente democrazia: un governo superiore a tutti gli altri governi, perché tutti vi sono uguali, e ogni privato lavora per il bene di tutti. Le scimmie invece rassomigliano piuttosto a una compagnia di barcaioli ubriaconi che a un popolo ben costumato, e non sembra obbediscano a leggi fisse e fondamentali. Noi uomini rassomigliamo più alle scimmie che ad ogni altro animale, per il dono dell'imitazione, per la leggerezza delle nostre idee, per la nostra incostanza, che non ci ha mai permesso di avere leggi uniformi e durature. Non c'è un buon codice in nessun paese del mondo. E' la ragione è chiara: tutte le leggi sono state fatte man mano, secondo i tempi, i luoghi, le necessità, ecc. ecc.. Quando sono cambiati i bisogni degli uomini, le leggi che sopravvivevano sono diventate ridicole. Oggi come siamo combinati? Estetizzati, anestetizzati? Sia detto a vergogna degli uomini, ma il fatto che le leggi dei giochi sono le sole che risultano ovunque giuste, chiare, inviolabili e inviolate.

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