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AUT. Il sogno di Peppino, Giulio Bufo porta in scena Peppino Impastato a Molfetta
04 dicembre 2011

MOLFETTA - «Facciamo finta che tutto va bene», il tormentone dello spettacolo «AUT. Il sogno di Peppino», realizzato e interpretato dall’attore molfettese Giulio Bufo (nella foto) che, dopo il successo di «E se mi diranno … Tenco … una storia di 40 anni fa», ha portato in scena un altro personaggio italiano dalla profonda caratura politica, sociale e militante, Peppino Impastato. Presente alla prima anche Giovanni Impastato, fratello di Peppino.
Deciso l’attacco alla mafia, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, quando Bufo, con un’arancia in mano, descrive «mafiopoli» e i «maffi bianchi, rossi e neri», con un’irriverente carrellata di personaggi nazionali, siciliani e anche locali. Con alcune pennellate di ironia Bufo dipinge lo spettacolo, coinvolgendo anche il pubblico di uno stracolmo Auditorium Regina Pacis (Teatro dei Cipis). Straordinaria la rappresentazione della “vecchia” (la moglie di Cesare Manzella, zio di Peppino, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963), emblema di una mafia in sintonia con il potere politico e religioso, con le sue ipocrisie e perbenismi, pronta a tingere di rosso non solo la Sicilia, ma tutta l’Italia.
Accanto a Bufo, il musicista Federico Ancona (nel personaggio di Fischietto), direttore artistico dello spazio sociale occupato Le Macerie - Baracche ribelli di Molfetta (sala prove), maestro di pianoforte, flauto e composizione pop-rock. Lo spettacolo, autofinanziato e autorganizzato, riattualizza il «che fare?» ed il «come fare?» di Impastato, che aveva trovato nell’ironia e nella comunicazione mediatica due forti alleati prima di essere barbaramente assassinato dalla mafia.
Infatti, Bufo-Impastato respinge i partiti, perché democrazia clientelare («buoni pasto e benzina») e capitale («gestione della cosa pubblica»), e la lotta armata, che farebbe rintanare il cittadino in casa. Si spezza il tono sostenuto dello spettacolo, per lasciare spazio alla descrizione di alcuni episodi della vita di Impastato. Un flashback che, dall’infanzia (la morte dello zio e la figura del padre) fino alla militanza politica e alla creazione di Radio Aut, è segnato dalla frase «Amore non ne avremo».
Sarà la radio la soluzione al «che fare?» e «come fare?» di Impastato. Così la scenografia prende forma e i “pezzi”, che sembrano sporcare il palcoscenico (in realtà, la posizione di ogni oggetto ha un suo significato scenico e concettuale, come in una grande scacchiera), si trasformano in una radio. È la seconda parte dello spettacolo, vissuta nel semibuio, quasi Bufo invitasse lo spettatore alla meditazione interiore (le quattro candele accese conferiscono intimità e profondità alle riflessioni di Bufo).
È la radio la protagonista, perché «l’informazione crea coscienza», aiuta a non dimenticare, permette di «difendersi dal potere politico, mafioso e religioso». Fino a quando, sulle note di «Bang Bang», si consuma l’assassinio di Peppino (ucciso tra l’8 e il 9 maggio del 1978, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia). La radio si trasforma in bara (sarà proprio la comunicazione ironica a segnare la sorte di Impastato), con il ritorno della “vecchia” in scena che, posizionate 3 candele sulla radio-bara, schiaccerà l’arancia-mafia.

© Riproduzione riservata
Autore: Marcello la Forgia
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