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Anche mons. Giovanni Jacono è Servo di Dio
15 febbraio 2008

Sarà un caso, ma anche la diocesi di Caltanisetta è in festa orante per un suo vescovo. Che a sua volta è stato Pastore in Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi. La notizia è questa: quasi contemporaneamente al riconoscimento del titolo di “Servo di Dio” in favore di don Tonino Bello, la Sacra Congregazione delle Cause dei Santi ha consentito l'avvio del processo di beatifi cazione di mons. Giovanni Jacono, vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi per poco più di tre anni fra il 1918 e il 1921. Mons. Jacono, nativo di Ragusa (14 marzo 1873), pur coltivando fi n da fanciullo la vocazione e l'ideale sacerdotale, non riesce inizialmente ad accedere agli studi in Seminario a causa dell'estrema povertà della famiglia d'origine. Avviato al lavoro di manovale, modifi ca però il corso delle cose con l'aiuto economico del suo maestro di scuola elementare e dalla beata Maria Schinnà (1844-1910), fondatrice delle Suore del Sacro Cuore di Ragusa. Ordinato sacerdote il 21 settembre 1902, il cardinale Nava lo invia a Roma, all'Apollinare, per completare gli studi e acquisire il titolo dottorale. Rientrato in diocesi svolge attività di padre spirituale, conferenziere e rettore del seminario diocesano. Viene consacrato vescovo l'8 settembre 1918, festa della Natività di Maria, nella cattedrale di Catania quasi deserta per il violento imperversare dell'epidemia di “spagnola” che colpisce anche i suoi familiari. Arrivato a Molfetta, vi rimane per tre anni, animando il popolo di Dio in tempi diffi cili e tristi per le conseguenze della prima guerra mondiale. Diventa apostolo di carità fra i poveri, fedele al suo motto episcopale: «Super omnia charitas» («La carità sopra ogni cosa»). Il 18 marzo 1921 viene trasferito alla diocesi di Caltanisetta, dove suscita ancora ammirazione per la sua umiltà e povertà. Accoglie chiunque. «Tutto gli dava gioia – scrive il suo successore mons. Francesco Pennisi –; tutti accoglieva con gioia: vescovi, sacerdoti, alunni, peccatori, gentiluomini e birbanti, perché tutti stimava come amici ». Povero fi no all'indigenza, trova sempre qualcosa da donare agli altri. Lascia la diocesi nel giugno 1956 per motivi di salute e si ritira nella sua abitazione di Ragusa, dove muore il 25 maggio 1957. Annota ancora mons. Pennisi in occasione dei funerali: «Scende nella tomba con una povera pianeta senza argento e senza oro perché coperta dall'oro della sua anima, con una mitra di tela perché la sua corona è il sacerdozio purissimo, senza un pastorale perché segno di regalità e dominio è la sua vita santa». Quante similitudini con don Tonino Bello!
Autore: Renato Brucoli
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