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Allarme pesca, a Molfetta la marineria rischia la chiusura INCHIESTA – Corsa alla rottamazione dei motopesca. Crisi strutturale del settore
15 dicembre 2000

di Michele de Sanctis jr Trenta motopesca rottamati in due anni. Questo il preoccupante segnale che giunge dal settore della pesca a Molfetta, e il prossimo sarà un anno cruciale. Oltre trenta domande di ritiro definitivo provvisoriamente bloccate. Le ragioni dell’abbandono? Mancanza di continuità in famiglia per mantenere l’impresa, premio d’uscita governativo, natanti vetusti, paura della crisi. Sulla pesca si affacciano vecchi e nuovi problemi che costringono gli armatori a far ricorso a risorse finanziarie che non provengono dall’attività (in passivo) ma dalle loro risorse patrimoniali. La crisi sta investendo in misura diversa tutte le marinerie adriatiche e la marineria molfettese, più forte dal punto di vista occupazionale rispetto a quelle del medio-alto Adriatico, è in attesa di segnali positivi e tutte attendono risposte dal governo centrale e regionale. Un primo sostegno alle imprese potrebbe arrivare grazie ad un regolamento comunitario dal dicembre ’99, che al momento è in attesa del dispositivo di attuazione del ministero delle politiche agricole che traduca le misure finanziarie della Unione Europea in programmi di investimento pluriennali. La marineria molfettese ha saputo ben sfruttare i regolamenti precedenti che le hanno portato circa 50 miliardi di contributi per investimenti e migliorie sui natanti. Questi fondi danno un sostegno alle imprese, ma il problema della redditività resta ed è dovuto all’assenza di una forte infrastruttura commerciale e di servizi (attrezzature, dotazioni portuali, magazzini, depositi, cantieristica adeguata, strutture per la lavorazione, produzione, trasformazione, conservazione e confezionamento del prodotto) che valorizzino il pescato. Crisi strutturale È lecito dunque parlare di una crisi strutturale del settore, «sono saltate le vecchie dinamiche commerciali ed è dunque emersa l’impreparazione della categoria ad adattarsi alle nuove – spiega Cosimo Farinola, direttore dell’Associazione armatori da pesca e Coordinatore delle marinerie pugliesi – si sono quindi indeboliti i mercati all’ingrosso sia a livello funzionale che gestionale, e si è verificata una progressiva perdita di ruolo e centralità di questi ultimi nei processi di smercio». Il problema della commercializzazione investe tutti i mercati ed anche il mercato ittico di Molfetta, il più grande di tutta la regione, che non avendo un’interfaccia con altri mercati di produzione locale non riesce ad essere competitivo. Manca inoltre una rete di distribuzione che fornisca adeguatamente i paesi dell’entroterra, per questo è «necessaria una alleanza tra le marinerie che metta in atto, anche con l’ausilio dell’informatica, più attente strategie commerciali per evitare, come qualche volta avviene, che i nostri prodotti rimangano invenduti quando molte città ne sono sprovviste». Si sta dunque lavorando per superare il problema ma ancora oggi nei nostri mercati all’ingrosso il pesce si vende per poche lire al chilogrammo, pesce che viene invece pagato nelle piazze metropolitane a migliaia di lire: «questo è impensabile considerando gli alti costi di produzione». Aggressività delle importazioni L’appetibilità del mercato interno, la forte aggressività dei moderni processi di commercializzazione globalizzata e la rigidità delle norme che disciplinano l’attività (ad es. il fermo tecnico settimanale) hanno lasciato grosse fette del mercato alle importazioni con un conseguente svilimento dei prezzi della produzione nazionale. «In Italia si importa il 60% circa del prodotto ittico per un valore di circa 15 miliardi al giorno» dichiara Farinola, troppo per un paese con 8.000 chilometri di coste che vanta un’antichissima tradizione, «quando dove arriva il nostro prodotto - aggiunge - il pesce atlantico non ha più mercato». Come dunque valorizzarlo evitando la frammentazione dell’offerta sul mercato? «Per il prodotto adriatico e mediterraneo si sta lavorando per ottenere il marchio Dop (denominazione di origine protetta) per salvaguardarne la riconoscibilità e sarà importante sfruttare la tecnologia informatica per creare una specie di “borsa valori” del pesce, così da monitorare la domanda del mercato e regolarne l’offerta istallando anche sui natanti apparecchiature in grado di avere un quadro completo della situazione sui mercati, rendendo il prodotto ittico locale più competitivo su tutte le piazze». Il caro-gasolio Oltre questi problemi sono da tener presente altri fattori che gravano sul settore. Alla crisi strutturale, infatti, si aggiunge quella congiunturale. L’aumento del costo del gasolio grava pesantemente non solo sull’armatore ma anche sui membri dell’equipaggio poiché si tratta di un costo di compartecipazione tra le parti. «Nel ’98 un chilo di gasolio costava 300 lire, oggi costa 900 lire», dichiara il direttore dell’Associazione armatori da pesca, quindi in due anni si è registrato un vertiginoso aumento del 200% che ha spinto le piccole e medie imprese ad abbandonare il settore perché l’attività peschereccia non garantiva più redditività. Dura lex Anche la rigidità delle disposizioni normative, come già accennato in precedenza, contribuiscono ad indebolire la precaria situazione della pesca. «La legge trascura alcuni fattori variabili, quali ad esempio le avverse condizioni meteo-marine, che incidono sulla produttività del sistema a causa di una errata politica di tutela delle risorse marine» lamenta il coordinatore delle marinerie pugliesi. Il fermo tecnico settimanale non prevede possibilità di recupero, quindi in caso o di condizioni marine sfavorevoli o d’indisponibilità di anche un solo membro dell’equipaggio (è indispensabile un numero minimo di marinai proporzionale alla stazza del natante) la nave resta in porto con grave danno all’impresa. «Per anni e fino ad oggi il settore non ha mai beneficiato di ammortizzatori sociali. Il costo del lavoro è sperequato rispetto alla limitata operatività del settore» spiega Farinola «i giorni lavorativi sono massimo 150 contro i 312 di oneri diretti ed indiretti». Per far fronte a questo problema è necessario entrare nell’ottica della flessibilità per questo le marinerie hanno presentato la proposta di un «plafond di giorni operativi nell’arco dell’anno (170-180 circa) in cui l’imprenditore e i pescatori possono razionalizzare e pianificare la loro attività, di concerto con le esigenze sociali, di mercato e struttura delle navi». Va sottolineato come la Regione Puglia non ha mai adottato un’attenta politica di salvaguardia e valorizzazione del settore, quindi la spinta al decentramento dei poteri all’ordine del giorno del Parlamento, preoccupa le marinerie che temono che continuando con questa politica il settore possa essere ulteriormente danneggiato. L’occupazione Non va trascurato inoltre l’aspetto occupazionale che influisce sulla crisi. Lo spostamento del personale impegnato nella pesca, che si sta verificando dal ’98, verso il settore mercantile sta facendo perdere forza lavoro specializzata e sta creando grosse difficoltà nel trovare personale qualificato sia a bordo sia nella cantieristica e nella meccanica applicata. E non è facile far fronte al problema, vista la mancanza di adeguati corsi di formazione e, di conseguenza, questa viene lasciata alla pratica in mare, il che comporta maggiori rischi per gli addetti. A causa del sacrificante e usurante lavoro in mare è necessario un continuo ricambio che considerando i suddetti fattori e il decremento demografico oggi viene a mancare. «Nessuno vuole far più questo mestiere, nonostante sia migliorata la qualità della vita a bordo. Anche gli extracomunitari qui a Molfetta si rifiutano di lavorare nel settore, nonostante dal ’96 i contratti prevedono un minimo monetario garantito calcolato nell’arco di quattro mesi», denuncia il direttore dell’associazione armatori. Quindi quando nell’arco di tempo previsto dal contratto, la retribuzione del lavoratore va al disotto del minimo sindacale, l’armatore gli garantisce comunque uno stipendio. Anche un mozzo, ad esempio, avrebbe 1.600.000 lire garantite mensilmente, a cui si aggiunge l’assegno familiare ed eventuali regali dell’armatore. Non male per un primo impiego. Premio di rottamazione Farinola ci racconta che in passato nelle famiglie degli armatori per ogni figlio nato si costruiva una barca, oggi paradossalmente avviene il contrario. Dal ’98, infatti, è stato fissato un premio governativo per chi vuole ritirarsi dal settore con tre soluzioni differenti: la demolizione, la vendita fuori dell’UE o il cambio di destinazione del natante. I criteri di assegnazione del premio cambiano in base alla stazza e all’età della barca e quindi si varia da un minimo di 9 milioni ad un massimo di 13 a tonnellata. Quindi per una barca di 50 tonnellate il premio potrà andare da 450 a 650 milioni; in caso diverso da demolizione il contributo si dimezza. Con questa alternativa gli armatori che non hanno più la forza di lottare hanno la possibilità di scegliere la via d’uscita meno rischiosa dalla crisi ed incassando il premio d’uscita lo reinvestono in altre attività. Così la pesca è privata di forze importanti ed i membri dell’equipaggio rimangono disoccupati. «Una volta abbandonato il settore – sottolinea il direttore dell’Associazione armatori – è difficile rientrarvi, poiché da quando il settore è assistito si sono venute a creare forme di speculazione sull’usato ed anche i prezzi di nuovi natanti e i costi di manutenzione sono notevolmente aumentati. Un natante di stazza media, 50-60 tonnellate, per un equipaggio di 4-5 persone, costa oggi circa un miliardo, mentre il mercato dell’usato è scomparso». Indotto a rischio I rischi sono dunque altissimi: desertificazione del settore, danni rilevanti per l’indotto (cantieri, officine meccaniche, attrezzature elettroniche, mercati) nel quale si investono i 2/3 dei guadagni. L’appello che lancia il responsabile delle marinerie pugliesi è di temporeggiare dato che ci sarà tempo per assegnare i premi d’uscita fino al 2006: «se non si indugia altre marinerie potrebbero ottenere vantaggi da chi abbandonerà», meglio vedere cosa faranno altre marinerie ed una recente conquista del settore fa ben sperare. Lo spiraglio per la ripresa Con un emendamento alla legge finanziaria sono state estese le agevolazioni della legge 30/98 anche alla pesca costiera locale (6 miglia) e ravvicinata (10 miglia). Grazie a questa legge si è riusciti a scoraggiare l’iscrizione delle navi mercantili e per la pesca mediterranea nel registro navale di altri paesi che offrivano minori oneri fiscali, Cipro e Panama sono un esempio, che creava pesanti ricadute e danni all’economia del nostro Paese. L’estensione della legge alla pesca costiera locale e ravvicinata significa «un risparmio di obblighi contributivi di circa un milione e mezzo al mese per gli armatori». Ci sono dunque spiragli di miglioramento ma occorrerà aspettare del tempo e «ritrovare sinergie e capacità propositive per costruire intorno alla logica d’impresa una moderna politica della pesca, assicurandone tutti gli strumenti per incoraggiarla nel suo processo di sviluppo» rileva ancora Farinola che aggiunge «gli armatori e i pescatori hanno l’esperienza e le capacità necessarie per superare questa crisi, per gestire e modernizzare la propria attività», ma serviranno politiche più attente alle reali condizioni socio-economiche del comparto sia dall’amministrazione centrale sia da quella regionale. «Servono investimenti per recuperare i pesanti ritardi conseguenti all’insufficienza delle dotazioni infrastrutturali. Può, infatti, fondatamente ritenersi che un ulteriore peggioramento della crisi in atto avrà effetti deleteri sull’intera struttura economico-produttiva della nostra regione», conclude Farinola. La pesca molfettese ha avuto un grande rilancio dall’86 al 96, ma le strategie sbagliate di investimento si pagano, quindi ora sarà necessario valorizzare la produzione, aumentare la flessibilità nell’esercizio dell’attività e creare nuovi sistemi di commercializzazione. Ecco la scommessa della pesca per riprendersi e continuare a crescere.
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