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Alla ricerca del sindaco perduto a Molfetta
01 febbraio 2026

 Mutuiamo dal grande scrittore francese Marcel Proust il titolo della sua opera più famosa per qualche riflessione sul futuro politico di Molfetta e sulla ricerca di un sindaco perduto, che forse appartiene al passato e alle nostalgie di coloro che quell’epoca hanno vissuto. Sono anni in cui Molfetta è cresciuta fino a diventare una delle città più autorevoli della Provincia di Bari per la qualità della sua classe dirigente, delle sue opere pubbliche e della cultura che aveva raggiunto livelli significativi.

Oggi, un rapido bilancio degli ultimi 20 anni da Azzollini a Minervini ci restituisce una città decadente, priva di opere pubbliche di rilievo e soprattutto rispondenti ai bisogni dei cittadini, una classe dirigente di basso livello e sempre riciclata attraverso trasformismi, opportunismi e personalismi che poco hanno a che fare con l’interesse pubblico, più attenti all’individuale che al collettivo. Una città senza autorità morale, senza senso civico, una città che ha perso il senso di comunità. Una città sempre ricca, ma di un benessere parassitario, rendite improduttive che hanno generato benefici per pochi a spese della collettività, danneggiando l’economia e la società.

Non è un caso il frequente interessamento della magistratura a fenomeni di presunta corruzione e irregolarità negli appalti. In due parole: una città malata.

Di qui il preoccupante fenomeno dell’astensionismo che alle ultime elezioni regionali ha toccato vertici mai raggiunti: il 63% degli aventi diritto non si è recato alle urne, una percentuale di ben 11 punti superiore a quella precedente. E’ un segnale di sfiducia verso gli amministratori autoreferenziali degli ultimi anni, sempre gli stessi, sempre peggiori. Una parabola discendente, della quale anche gli eletti della maggioranza che ha governato gli ultimi anni, Saverio Tammacco e Carmela Minuto, hanno fatto le spese con il calo di consensi nella propria città.

Nel festival delle ambiguità protagonista, ancora una volta, è stato il trasformista simbolo Saverio Tammacco, sempre pronto a saltare sul carro del vincitore in una posizione che mal si concilia con Felice Spaccavento, il più votato a Molfetta, in un’area alternativa alla maggioranza che ha disamministrato la città nelle ultime due consigliature di Tommaso Minervini.

Ma anche gli altri trasformisti Amato e Piergiovanni, detentori di pacchetti di voti hanno sponsorizzato candidati di centrosinistra, lasciando alla sola Minuto una parte degli elettori di centrodestra, mentre gli altri hanno optato per partiti di governo, non rappresentati da figure locali. Resiste un voto di protesta caratterizzato dai consensi ai 5 Stelle che non rappresenta un connotato di qualità: è in linea con quello nazionale, dove risaltano le contraddizioni del leader Conte, magistralmente definito dal giornalista Francesco Merlo di “Repubblica” il “signor quasi”. Il fallimento del modello grillino dell’uno vale uno, è sintomatico, soprattutto in presenza di chi, in Italia, senz’arte né parte, spera di campare di politica, come tanti in questi ultimi anni.

Il risultato dell’elezione di ben 3 consiglieri regionali (Spaccavento, Tammacco e Minuto) è significativo, soprattutto perché non si verificava da decenni, dai tempi dei Di Gioia, Fiore, Bellifemine. Ma può essere considerato un’inversione di tendenza? Difficile dirlo, almeno fino alle prossime amministrative di primavera, quando l’ambiguità rischia di regnare sovrana per i numeri che non ci sono e non tornano. Ci chiediamo se questa ambiguità non sia il riflesso del carattere delle ultime generazioni di molfettesi? Siamo caduti così in basso? Dov’è finito l’orgoglio (talvolta anche eccessivo) dei nostri concittadini, che si sono rassegnati anche a farsi superare dalle vicine Bisceglie e Giovinazzo?

Il disprezzo della definizione “il paese dei grandi” fotografava un’immagine arrogante, ma anche volitiva della città. Oggi siamo alla rassegnazione e alla prevalenza di “gruppi” elettorali con i loro pacchetti di voti dei quali non può fare a meno chiunque voglia governare o creare una possibile alternativa al “ciambotto” che sia meno rancido di quello attuale.

Di chi la responsabilità? Fatecelo dire fuori dai denti: dei cittadini che si astengono e non vanno a votare. Probabilmente la parte migliore della città, meno influenzabile dalla propaganda e dalle prebende. Cittadini rassegnati, delusi e trasformati, loro malgrado, in ignavi, condannando la città all’attuale degrado, fatto anche di insicurezza economica e sociale, con largo spazio alla criminalità, alla speculazione, ai faccendieri e quindi al malgoverno di questi ultimi anni che, per ragioni di consenso e di potere, ha scelto di non ascoltare i veri bisogni della città. E’ prevalso l’io sul noi

In questo clima di rassegnazione e accettazione del corso di un fiume inquinato, è assente anche un’autorità morale, senza quel coraggio necessario a risvegliare le coscienze, anche a costo dell’impopolarità. Eppure l’esempio di don Tonino avrebbe dovuto lasciare qualcosa. Ma le coscienze si sono tacitate con un omaggio simbolico ma vuoto, un bel monumento che serve a nascondere le proprie colpe e soprattutto a far dimenticare i suoi insegnamenti scomodi.

La città sta pagando un prezzo alto per questa ignavia (che Dante collocava nell’Inferno) e non sembra intravvedersi una svolta. Magari un governo di salute pubblica sostenuto dal voto di opinione, dagli astenuti e non dai detentori dei pacchetti, già pronti a metterli sul mercato per raggiungere una difficile maggioranza.

Qual è il retroterra della nostra classe dirigente (un termine anch’esso ridotto a livello di cattivi gestori di un condominio)? Qual è il suo merito se non la gestione di clientele per assicurarsi un posto in giunta, con relativo stipendio? Quali sono le loro storie personali, professionali e soprattutto sociali, che non siano di tipo clientelare? E poi ci meravigliamo delle ripetute indagini della magistratura, delle ipotesi di corruzione o di associazione a delinquere, spesso finite nel nulla, per un sistema giudiziario complicato, lento, lacunoso, carente di personale, che alla fine non riesce a fare giustizia, perdendo la fiducia dei cittadini.

Quali sono i laboratori civili (dalle associazioni ai partiti, dai sindacati alle parrocchie) dove è possibile formare quelle classi dirigenti che in passato hanno ben amministrato la città e che oggi sono solo un ricordo? Dove trovare un sindaco umile, discreto, ma coraggioso che lanci il cuore oltre l’ostacolo, tuteli la sua gente e la sua città a prescindere da ogni scelta di convenienza e interesse personale o di colore politico. Una persona che rispetta e pretende rispetto, che si assume le responsabilità dei propri errori, senza dare la colpa agli altri, come avvenuto in questi anni?

Nella frotta insolitamente nutrita, a tratti ridicola, come chi indossa già la fascia tricolore, o improbabile di candidati alla carica di primo cittadino, non vediamo ancora una figura che possa incarnare le virtù di cui abbiamo parlato. Non vediamo outsider, ma solo insider, ex signor nessuno, più simili a uomini di servizio che non a futuri leader. Anche perché è difficile trovare un nome di prestigio che abbia anche voti sul territorio. Servirebbe quel voto di opinione che caratterizzò l'elezione di Guglielmo Minervini, ma che oggi non emerge.

«I partiti di oggi – denunciava Enrico Berlinguer nella sua “questione morale” – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune».

Ecco perché col lanternino di Diogene andremo ancora in cerca del sindaco perduto, augurando ai lettori di “Quindici” e ai cittadini di Molfetta un Buon Natale, con la speranza, che non va mai abbandonata, di un 2026 alternativo e fruttuoso.

© Riproduzione riservata

Editoriale rivista mensile “Quindici”  dicembre 2025

Autore: Felice de Sanctis
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