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Abbasso Tucidide, viva la grappa! La riforma leghista della scuola
15 febbraio 2003

di Ignazio Pansini Il parlamentare leghista era stato invitato al dibattito televisivo sulla riforma della scuola superiore. Basso, grassoccio e sudato, faticava a posizionarsi stabilmente nella poltrona che la (ex) televisione di Stato gli aveva fornito per l'occasione. Il verde della cravatta e del fazzoletto nel taschino, il forte accento nord-orientale, la mancanza di rispetto nei confronti degli altri invitati, definivano perfettamente la specie di appartenenza del personaggio. Visibilmente assente dalla discussione, aveva gli occhi perduti nel vuoto, forse per incapacità a distinguere se i fatti in discussione fossero accaduti prima o dopo la nascita di Cristo, o forse perché rapito da una visione etnico-celtica, condita di grappa, polenta, e baccalà. Ma la riscossa dell'erede di Pontida non doveva tardare: quattro parole, quattro innocue parole pronunciate (in italiano!) dal moderatore del dibattito, lo scossero dalla catalessi, e lo richiamarono alla triveneta Missione. Eccole: “Conservazione del Liceo Classico”. Era uscito dal letargo, si trasfigurava, lo spettro di Alberto da Giussano, armato di spadone, gli infondeva le idee, le disponeva in connessione logica, gli consentiva di tradurle in un linguaggio umanoide di lontana ascendenza indoeuropea, moderatamente comprensibile, quantunque devastato dall'ira, ed infarcito di neologismi del tutto oscuri. Confesso di non comprendere tuttora le ragioni di tanto odio: esse vanno ricercate probabilmente nei più profondi recessi della sua psiche. Tradotto in madrelingua toscana, e depurato delle volgarità, il delirio del leghista può così riassumersi: “Il Liceo Classico, e in particolare l'insegnamento del greco e del latino, devono essere eliminati dall'ordinamento scolastico italiano, perché inutili e dannosi”. Inutili, perché non consentono al giovane di accostarsi agli astri della post-modernità, Impresa, Informatica, Inglese (ovviamente nella versione nord-americana), gli unici autorizzati ad illuminare le aurore del terzo Millennio; dannosi perché comportano dispendio di risorse umane e finanziarie, che potrebbero più proficuamente impiegarsi nello studio delle diverse identità etnico-regionali”. In realtà, le argomentazioni del nostro erano più lunghe e contorte, ma risparmio ai lettori ulteriori patimenti. Ogni generazione percorre le sue desolate Tebaidi, e a noi cinquantenni toccava di vedere gente di questa risma sedere nel Parlamento della Repubblica. Questo articolo potrebbe finire qui. Il giovane molfettese che fra 50 anni sfoglierà le annate di “Quindici” per elaborare la sua tesi su “L'Italia dal 2000 al 2005: un'assurda realtà fra centro e periferia”, potrà aggiungere una piccola tessera al suo mosaico. Né d'altra parte è il caso di difendere gli studi classici da attacchi di questo genere. Da duemila anni ogni settore dell'attività umana trae origini, ragioni, ed alimento da quanto elaborato dalla civiltà classica, e da quella cristiana, che dalla prima ereditò non poco, pur contestandola radicalmente. Dubitiamo fortemente che Epicuro, Tacito ed Origene possano essere sostituiti nel millennio in corso dalla cultura della grappa e del vino merlot, vagheggiata dal nostro intellettuale. Aggiungerò soltanto qualche breve considerazione. In ogni ex-liceale, l'attualità, “qualsiasi” attualità, rimanda al suo passato, ai suoi studi giovanili: in essi trova risposte, verifica apparenti certezze, pone eterni, insolubili problemi. Assistiamo in questi giorni ad uno spettacolo non proprio edificante: uno stato imperiale infinitamente forte, accampando motivazioni pretestuose e inverificate, muove guerra ad un altro infinitamente debole, per allargare e consolidare in un'area strategica il suo potere economico e militare. Altri stati di media potenza si coalizzano per contrastarlo, altri si limitano a servire il più forte. Niente di nuovo sotto il sole: andiamo a rivedere i sacri testi del passato. 68 avanti Cristo, terza guerra mitridatica: Mitridate, re del Ponto, scrive una lunga lettera ad Arsace, re dei Parti, per incitarlo ad unirsi a lui nella guerra contro i Romani. Il brano ci è conservato da un frammento delle “Historiae” di Sallustio, e costituisce uno dei documenti più importanti della pubblicistica antimperialista della tarda età repubblicana: “Una, e sempre la stessa da gran tempo, è la ragione per cui i Romani fan guerra contro tutti, popolazioni e stati, repubbliche o regni: l'insaziabile brama di dominio e ricchezze… l'Asia finì nelle loro mani… il caso mio, poi, c'è bisogno che lo ricordi? Regni e tetrarchie mi separavano d'ogni parte dai confini del loro impero, ma siccome avevano sentito dire che ero ricco e non disposto a lasciarmi assoggettare, per provocarmi a guerra, mi fecero attaccare da Nicomede… e i Romani mi sono venuti dietro, non per inseguire me, ma per seguire il loro metodo abituale di abbattere tutti i regni… ignori forse che essi, arrestati dall'oceano nella loro avanzata verso occidente, hanno rivolto qui le mani? Che essi fin da principio nulla possiedono, casa, mogli, terre, impero, se non come frutto di rapina? Che fuggiaschi un tempo, senza patria, senza famiglia, sono stati messi insieme per la rovina del mondo; che nessuna legge, né umana, né divina, li trattiene dal rapinare, dal rovinare alleati, amici, lontani e vicini, deboli e potenti; che giudicano nemici tutti quelli che non sono loro schiavi… la loro grandezza è frutto d'audacia, d'inganno, d'una catena di guerre. Con tali metodi distruggeranno tutto, o finiranno col soccombere”. Proseguiamo. 84 dopo Cristo, campagna militare di Agricola in Caledonia, regione situata all'estremo nord dell'attuale Inghilterra. Càlgaco, comandante dei Calcedoni, prima della battaglia al monte Graupio, tiene un discorso ai suoi soldati, esortandoli a respingere gli invasori romani. Il brano è tratto dal capitolo 30 e seguenti dell' “Agricola” di Tacito. “Ogniqualvolta considero le cause della guerra e l'emergenza in cui siamo, mi prende una grande fiducia che questo stesso giorno, e la vostra concordia, segneranno l'inizio della libertà per la Britannia intera… le precedenti battaglie, in cui si combatté contro i romani con varia fortuna, lasciarono sussistere nelle braccia nostre speranza e soccorso. Predoni del mondo, una volta che alle loro sistematiche devastazioni sono venute meno le terre, frugano il mare: se il nemico è ricco, avidi di denaro, se povero, di prestigio, non l'Oriente, non l'Occidente potrebbe essere in grado di saziarli. Soli fra tutti, con pari brama concupiscono ricchezze e povertà. Con falsi nomi, il rubare, trucidare, predare, chiamano “impero”, e, là dove fanno il deserto, lo chiamano “pace”… in questa antica servitù, del mondo intero, noi nuovi e spregiati, siamo presi di mira a scopo di eccidio… e per questo, nell'avviarvi alla battaglia, pensate ai vostri antenati, ed ai posteri”. Ebbene, io non credo che uno studente che ha ben studiato e assimilato questi e altri simili modelli del passato greco-romano, possa farsi infinocchiare dalle menzogne del presente, per quanto indecentemente strombazzate da numerosi canali televisivi, e da stuoli di pennivendoli della cosiddetta stampa indipendente. Ma andiamo avanti, e finiamo “in bellezza”. 416 avanti Cristo, guerra del Peloponneso, isola di Melo (l'attuale Milo), nelle Cicladi meridionali. Gli isolani, che vorrebbero restare neutrali fra Atene e Sparta, accolgono gli inviati ateniesi, che esigono invece che si alleino con loro. Il lungo, drammatico dialogo fra le due delegazioni, riportato da Tucidide nella sua storia di quella guerra, è considerato giustamente un capolavoro letterario, oltre che un documento agghiacciante di realismo e cinismo politico. Ad un certo punto, i melii, disperati, invocano la giustizia umana e quella divina. Ecco la risposta dei prodi ateniesi, dei quali lo stesso Tucidide, nella stessa opera, e per bocca di Pericle, avrebbe esaltato l'amore per la bellezza e per la democrazia. “Noi ateniesi non useremo belle parole… voi e noi dovremmo dire ciò che realmente pensiamo, e mirare soltanto a ciò che è possibile, perché entrambi egualmente sappiamo che nella discussione degli affari umani la questione della giustizia entra soltanto quando la forza della necessità è eguale, e che i forti esigono ciò che possono, e i deboli concedono ciò che devono. Per quanto riguarda gli dei, noi ci attendiamo di avere il loro favore quanto lo avete voi: perché non stiamo facendo o reclamando nulla che vada oltre l'opinione comune circa i desideri divini o umani intorno alle cose del mondo. Perché degli Dei crediamo, e degli uomini sappiamo, che per legge della loro natura ovunque possano comandare, lo fanno. Questa legge non fu fatta da noi, e non siamo noi i primi che abbiamo agito in conformità ad essa: non facemmo altro che ereditarla, e la trasmetteremo a nostra volta all'infinito; e sappiamo che voi, e tutto il genere umano, se foste altrettanto forti quanto noi lo siamo, fareste altrettanto”. L'anno dopo, una spedizione ateniese conquistava l'isola, uccideva tutti gli uomini validi, vendeva come schiavi vecchi, donne, e bambini. I Melii pagavano con l'annientamento lo “scandalo” della neutralità, e il desiderio di vivere in pace. In fondo il leghista, dal suo punto di vista, aveva ben ragione a considerare “dannosi” gli studi classici: essi hanno infatti una caratteristica irriducibile e pericolosa: fanno pensare.
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