W Salvemini, le elezioni politiche del 1913
Opera quanto mai attuale e foriera di stimolanti riflessioni questo W Salvemini. Le elezioni politiche del 1913 nei collegi di Molfetta e Bitonto di Marco Ignazio de Santis, con prefazione di Sergio Bucchi, pubblicato dall’editrice Aracne di Roma nell’aprile del 2013. Il professor de Santis (apprezzato collaboratore di Quindici) rappresenta senz’altro un fiore all’occhiello dell’intellettualità molfettese: poeta, saggista, narratore, giornalista pubblicista, è parte integrante della redazione della prestigiosa rivista pugliese “La Vallisa”. La sua attività di scrittore e studioso gli è valsa numerosi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale: tra i più recenti segnaleremo il premio della critica Thesaurus per Vaghe stelle dell’orsa e altri racconti e il “Fiorino d’oro” per la saggistica al XXIX Premio Firenze per l’originalissima monografia su Un amico di Garibaldi: Eliodoro Spech, cantante, patriota e soldato (2011). L’approfondimento della biografia e del pensiero del meridionalista Salvemini è da anni uno dei filoni di ricerca cui lo studioso molfettese è dedito; basterà ricordare, in tal direzione, la curatela di Gaetano Salvemini: una vita per la democrazia e la libertà, Atti del Convegno di studi per il cinquantenario della morte dell’intellettuale (Molfetta, 21 novembre 2007) con integrazioni e appendici. Già in tale volume appariva un ricco e documentato saggio su Le elezioni politiche del 1913 nel collegio di Molfetta e Bisceglie. Tale tematica, corredata da ulteriore documentazione anche iconica, è oggetto di considerevole approfondimento nella nuova monografia, in cui de Santis si occupa anche delle deplorevoli elezioni nel collegio di Bitonto-Terlizzi-Giovinazzo (negli atti del 2007 a rammemorare tali eventi in breve era Nicola Pice) e consacra l’ultimo, amaro, capitolo alle polemiche e inchieste sorte, invano, sulla tragica farsa elettorale a suffragio ‘sedicente’ universale. Come un pasto luculliano servito alle otto del mattino (similitudine figlia dello stesso Salvemini), il tanto agognato suffragio colse il Meridione sostanzialmente impreparato. Secondo un’analisi compiuta dallo stesso meridionalista, l’intellettualità piccolo-borghese pugliese non riuscì a ergersi a “gerarchia intermediaria” che muovesse i contadini nella direzione delle sue idee. Eppure, il molfettese avrebbe potuto essere eletto deputato, se quel diritto al voto – da molti di quei contadini non richiesto, ma accolto con gioia – fosse stato realmente esercitato. Invece, ecco scatenarsi, a causa di un sistema di intimidazioni compiuto dalle amministrazioni locali e da prefetti collusi con la teppaglia locale, sostenuti da quello che Salvemini aveva tacciato di essere “ministro della mala vita” (Giovanni Giolitti), una vera e propria caccia al leghista contadino e al salveminiano. Una guerriglia urbana combattuta per mezzo di revolverate intimidatorie, di sanguinolenti pestaggi, di mazzieri in cagnesco, di arresti pilotati con l’artata introduzione d’armi nelle tasche dei malcapitati… Una guerriglia vinta anche grazie al non ininfluente contributo di un’irritante burocrazia asservita al potere, che con studiata lentezza riusciva nella difficile impresa di non consegnare oltre duemila certificati elettorali a Molfetta, salvo poi istituire un ufficio elettorale clandestino (la cui esistenza fu sempre negata) nella dimora del sindaco de Nichilo. Il risultato sarà un forte astensionismo, superiore al 53% dell’elettorato, nel collegio Molfetta- Bisceglie, per cui l’adozione del termine “suffragio universale” suona d’amara ironia. Una “domenica di passione” sarà piuttosto quel 26 ottobre che Ugo Ojetti dipingerà, giustamente, a tinte fosche in un articolo per il “Corriere della Sera” del 6 novembre 1913. Una pagina ben poco luminosa della storia molfettese, cui funge da triste pendant l’escalation di violenza nel collegio bitontino, nel quale – sotto il velame del plebiscito pro Domenico Cioffrese – si celava un progressivo inarrestabile deterioramento delle libertà individuali e dei diritti del cittadino. In queste pagine, la microstoria si rinsalda felicemente alla vicenda italiana: il patto Gentiloni aveva indotto in molti collegi alla sospensione del non expedit. A Molfetta, e in altre aree del Mezzogiorno, si assisté più che altro a un criptoexpedit, traducibile in un invito palese da parte di vescovi e alti prelati (e non solo) all’appoggio dei candidati rivali di Salvemini, pratica di cui però si negò clamorosamente l’esistenza nel corso delle polemiche postelettorali. Insomma, l’ambiguità eletta a sistema: in tal direzione si può leggere la condotta dell’avversario del meridionalista, Pietro Pansini, che, nelle giornate in cui più infuocato e violento si preannunciava il clima elettorale, pensò astutamente di tenersi ben alla larga dalla cittadina pugliese, per poter così assumere un atteggiamento pilatesco rispetto alle, a suo parere presunte, violenze dei pansinisti. Riassumere in poche righe le mille sfumature di eventi di tale complessità è impresa ben ardua, ma non possiamo non consigliare a qualsiasi molfettese, biscegliese, bitontino, terlizzese o giovinazzese voglia rendersi consapevole della storia delle nostre città, che non è storia locale, ma storia d’Italia, questo bel volume. Marco Ignazio de Santis rievoca con dovizia di dettagli e documentazione impeccabile, che muove dai carteggi salveminiani (e non solo) per approdare alla stampa nazionale, la cronaca di quelle giornate d’ottobre e di ciò che seguì. Tanti sono gli attori delle vicende: gli osservatori salveminiani (Ojetti, Lombardo Radice, Zanotti Bianco) degradati dalla pubblicistica rivale al rango di fastidiose “cavallette”, giunte come le Arpie a insozzare le mense di un banchetto elettorale già allestito; i sostenitori di Pansini, figure tra loro anche molto diverse, come Giovanni Tritta ed Edoardo Germano; sindaci, commi s sari e monsignori; la teppa, sop r a t t u t t o molfettese e bitontina, con soprannomi a mezza via tra girone dantesco e bravaglia di manzoniana memoria; l’intellighenzia italiana, da Giustino Fortunato a scrittori e politici dalle posizioni non di rado fluttuanti (un esempio può considerarsi Napoleone Colajanni). In questa ‘paracarnascialesca’ rappresentazione profana persino Benito Mussolini gioca un suo ruolo e, tutto sommato, non rimedia una figura tra le più meschine… Vogliamo sottolineare la presenza costante delle donne nella campagna elettorale: di alcune, come la signora Quirina Picca, ci è stato tramandato il nome; altre sono state degradate a maddalene non impenitenti dai pansiniani… Erano loro a cucire, su consiglio di Salvemini, le tasche dei mariti, per evitare arresti carogneschi; era il loro scalpiccio di piedi a coprire in chiesa, con una protesta cristianissima ed estremamente civica, le voci di prelati che inopportunamente sfruttavano il pulpito per conservare lo status quo. A volte potevano anche accompagnare armate i mariti a votare, perché non fosse loro impedito l’esercizio di un diritto appena concesso. Non votavano esse stesse, ma apparivano tutt’altro che astratte rispetto alla vita politica. Un’opera, insomma, di grande interesse e rigore questa monografia, che ha anche il gran pregio di una narrazione che scorre piacevole, tra vaudeville e tragedia della libertà conculcata
Autore: Gianni Antonio Palumbo