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Vittoria amara Non era mai accaduto che il partito di maggioranza non riuscisse ad esprimere alcun rappresentante provinciale e questo la dice lunga sul malcontento dei cittadini molfettesi verso le forze di governo
15 giugno 2009

Molfetta non sarà rappresentata da alcun consigliere alla Provincia di Bari, una sconfitta per tutte le forze politiche, ma ancora di più per il partito personale del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che ha vinto le elezioni, ma si tratta di una vittoria amara e ancora più amara lo è per il suo vassallo locale, il sindaco-senatore Antonio Azzollini. Non era mai accaduto che il partito di maggioranza non riuscisse ad esprimere alcun rappresentante provinciale e questo la dice lunga sul malcontento dei cittadini molfettesi verso le forze di governo. Ma da questo risultato elettorale emerge anche la profonda spaccatura esistente all’interno del Pdl. Il Popolo della Libertà a Molfetta si aspettava almeno 4.500 preferenze e i suoi due candidati Saverio Tammacco e Pasquale Mancini non hanno certo fatto una bella figura, portando a casa un misero risultato (al di là dei trionfalismi di qualcuno, abituato a spararle grosse come il suo padrone) che in pratica chiude loro le porte del Palazzo della Provincia. Il fatto di aver messo in campo due figure di scarso peso, non ha giovato al partito del senatore azzurro.
Ma il centrodestra è perdente anche per la frammentazione delle sue forze, con ben 11 liste e tanti candidati che correvano per proprio conto, a cui si aggiunge la forte astensione, calcolata intorno ai 10mila voti, tutta gente che è delusa dalla politica nazionale e locale del Pdl. Di qui l’ira di Azzollini che si è scaricata anche sul collaboratore di “Quindici” Vincenzo Azzollini, che si trovava da qualche ora nel comitato elettorale del Pdl per raccogliere dati e informazioni, ma che è stato messo alla porta, forse per non assistere ai noti improperi del sindaco, ormai universalmente conosciuti dopo la diffusione via internet del suo attacco ai consiglieri di opposizione in consiglio comunale. È questa mancata sicurezza che conferma il momento difficile del centrodestra e dello stesso Azzollini che, come Berlusconi, teme che sia avviata la parabola discendente, inevitabile per chiunque. Del resto il sindaco rifugge da sempre da “Quindici” non concedendo mai interviste, forse per timore che possa venir fuori questa debolezza intrinseca o per la difficoltà di dare risposte a domande imbarazzanti che gli abbiamo rivolto, come è avvenuto con Berlusconi che fugge dalle domande del quotidiano “la Repubblica”. Nel Pdl è cominciata la resa dei conti, si parla di dimissioni dello stesso Mancini, vice segretario del Pdl, accusato di non aver saputo guidare il partito e di posizioni critiche di Tammacco che, quando militava in An, aveva raggiunto migliori risultati elettorali che dall’unione con Forza Italia non ha avuto alcun valore aggiunto, solo un flop. Nell’analisi del voto, che trovate nelle pagine successive, ci siamo soffermati più nel dettaglio dei candidati e delle preferenze, qui ci interessa esaminare l’aspetto politico della realtà molfettese che si presenta molto frastagliata: troppi galli nel pollaio della politica locale, tutti vogliono essere protagonista, anche se la cifra di ciascuno è molto modesta. Paradossalmente chi se l’è cavata meglio è stato il Partito Democratico che non ha subito l’emorragia di voti preventivata, malgrado la forte presenza dell’Idv di Di Pietro abbia inciso pesantemente, mentre la divisione nella sinistra radicale non ha premiato.
Del resto, per quanto riguarda “Sinistra e libertà” è stato confermato lo scarso peso elettorale di quello che può essere considerato il partito di Tommaso Minervini e Sergio Azzollini. Una forza politica che cambia nome ogni volta, ma che si identifica nel gruppo dei socialisti locali, responsabili, a nostro parere, dell’ascesa politica di Antonio Azzollini, quando, per desiderio di potere, accettarono l’alleanza con il centrodestra: un errore storico del quale Tommaso Minervini, forse, si è pentito amaramente. Dispiace constatare che per un pugno di voti non sono entrati in consiglio provinciale Nicola Piergiovanni e Antonello Zaza, a conferma che lavorare bene non paga. Che lezione si ricava da questi risultati? Cosa devono capire i giovani? Cosa è stato insegnato alle giovani generazioni, non il valore del merito, ma quello del servilismo più basso, che si vende per un piatto di lenticchie. Chi parla più ai giovani di senso del dovere, di necessità di lavorare non per sè, ma per la comunità? I nostri genitori ci avevano insegnato i valori e questo Paese, ormai allo sbando, è stato costruito non dai ricchi per grazia politica e fiscale o per corruzione di magistrati, ma da chi ha ricevuto quegli insegnamenti di moralità e onestà e di senso del dovere, ormai dimenticati. I messaggi devastanti che lo stesso Berlusconi attraverso le sue televisioni fa passare, sono quelli dell’effimero, dalle veline minorenni alle bugie e alle calunnie per sopravvivere e per far apparire una realtà diversa da quella che viviamo ogni giorno. Non ci si vergogna più di nulla e si resta al potere solo per utilitarismo personale, alimentando la cultura del “pagnottismo” e favorendo la marmellata politica (e anche giornalistica), dove l’unione delle mediocrità fa la forza numerica, ma non quella della qualità. E a risentirne è l’Italia, è la nostra città, scaduta ai livelli più bassi della sua storia, con il problema della sicurezza volutamente ignorato per raccogliere consensi in certi ambienti fino al punto che l’impunità diventa sistema e gli onesti devono nascondersi per evitare di essere travolti da una marmaglia arrogante che passa sopra tutto: regole e diritti.
La questione morale incombe, sarebbe ora che tutti facessero un esame di coscienza, anche una parte di quella gerarchia cattolica che continua a coprire coloro che offendono il cristianesimo ogni giorno applicando al contrario perfino i comandamenti: dall’adulterio al furto, predicando bene e razzolando malissimo.

Autore: Felice de Sanctis
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