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Vendola a Molfetta: fiducia nel futuro e la convivialità delle differenze nel pensiero di don Tonino Il presidente della Regione ha ricordato l'indimenticabile vescovo nel corso di una serata organizzata dal Rotary
25 febbraio 2008

MOLFETTA - E' un ritratto appassionato e poetico di un Pastore vero, quello che fa il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola (nella foto accanto al past governatore del Rotary Berardi), ospite della conferenza del Rotary Club di Molfetta, ricordando don Tonino, il suo pensiero ma anche la sua opera. Perché anche se il tema della serata era “La fiducia nel futuro e la convivialità delle differenze nel pensiero di don Tonino”, il vescovo di Molfetta era uno per cui pensiero voleva dire azione, pratica nel mondo delle proprie idee. Vendola inizia andando alla ricerca di quei segni della convivialità e della speranza che intendono essere il filo conduttore della conferenza: “come poteva, quell'uomo, persino nel momento del congedo, guardando il mistero della morte, salutando il suo popolo, come poteva dichiararsi, sia pure nell'afflizione della malattia, sicuro di camminare verso l'alba e di non partecipare a un rito triste come il tramonto? Come poteva percepire persino da quella cattedra di dolore che fu la sua malattia, segni nuovi che parlavano il linguaggio della speranza?”. E' un discorso che tocca subito le corde della sociologia e della filosofia, un'analisi di tempi moderni nei quali “la bellezza sospesa fra cielo e terra è annientata, nella bruttezza, nella volgarità commerciale e seriale del totalitarismo televisivo. Quella bellezza che era uno dei fili rossi del pensiero di don Tonino: la bellezza è stata una categoria centrale della sua riflessione. I suoi scritti sono impareggiabili, sono una scoperta continua, c'era qualcosa di paradossale in quella scrittura sublime, capace di farti sempre una domanda sul tuo essere, qui ed ora. Come ti comporti, come ti spendi, come ti guadagni la strada, il sentiero della salvezza, se con le indulgenze plenarie delle ipocrisie liturgiche, o se spezzando il pane con quelli che sono l'icona di Cristo, che sono gli altri, i più diversi, da te”. (Nella foto, il fratello di Don Tonino, Marcello, fra il pubblico con Guglielmo Minervini e Antonello Zaza) Don Tonino lungo il suo pastorato ha messo in pratica ogni giorno e ogni notte questa maniera di vivere la propria missione, lontano dalle forme ufficiali, nella maniera umile, a volte quasi malvista dal potere ecclesiastico, ma dicendo e facendo, cambiando qualcosa: “confitto e non sconfitto, Cristo in croce, diceva don Tonino. Vuol dire che quella croce, di solo due legni, è un trono, annuncia un regno, è un capovolgimento di tutti i segni del potere. Il regno di Dio parla di una corona fatta di filo spinato, e il cui il trionfo passa per la morte. E' questo il Cristo che torna continuamente nella riflessione di don Tonino Bello. Quando osserva la croce, egli immagina una espressione stupefacente: 'amare, voce del verbo morire'. Non è una etica sacrificale, sanguinolenta: significa morire rispetto a ciò che si è. Non si può amare se non si è disposti a cambiare”. La speranza e la fiducia nel futuro sono qui dentro. E' una serata che scorre veloce, sul filo dei ricordi, altalenando tra la nostalgia per uno straordinario intellettuale del clero e la rabbia per i tempi attuali, di “vuoto totale, di bassa marea e di mucillagine, in cui vivere in attesa dell'alta marea, di un'onda di emozioni e di provocazione”. Quella che a suo tempo, don Tonino rappresentò: “quel che ha detto, lo ha fatto. E che scandalo, ha rappresentato, anche per la Chiesa. Oltre a consolare gli afflitti, ha afflitto i consolati. E nell'etica del volto ha vissuto il rapporto con i poveri in maniera non unidirezionale, ma come scambio”. C'è ancora spazio per le emozioni e per le immagini poetiche. Vendola ricorda don Tonino girare per Molfetta con la sua macchinetta, senza aristocratici cortei, ricorda i giorni della marcia per la Pace, in Jugoslavia, e suo fratello Marcello Bello (foto), nel suo breve intervento, lo immagina passeggiare ancora, di notte, fare un giro per le vie della città, a guardarla ancora con lo stesso amore. L'ideale chiusura della serie di riflessioni, di immagini, di interpretazioni della vita e dell'opera del vescovo, vissute per quasi due ore tra rapimento e commozione di una gremitissima Aula Finocchiaro, in Fabbrica San Domenico, sta tutta, probabilmente, nella semplicità della frase che ha chiuso anche il discorso del governatore regionale: “Don Tonino manca. Manca tanto”, prima della canzone “Un ala di riserva”, musicata da Felice Spaccamento sulle parole dell'indimenticabile vescovo.
Autore: Vincenzo Azzollini
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