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Una notte col pirata
15 marzo 2022

Si stagliava netto contro il cielo terso solcato da una sola nube orizzontale: un blocco ermetico, impenetrabile, con solo due o tre piccole aperture, forse feritoie, e non se ne vedeva la porta di accesso (ma tanto, non serviva). Eretto su una collina bassa e scura, su due piani, quello superiore rientrante, era lì, come nel suo sogno, come tante volte lo aveva immaginato. Tutt’intorno campi forse da poco arati con solchi abbinati che andavano un direzioni diverse, ma non c’erano strade. Una visione fulminea, la macchina procedeva veloce, ma a lui era bastata, aveva guardato il contachilometri così avrebbe saputo quanto fosse distante dalla fattoria dove erano diretti, non era molto, pensò, era un distanza che si poteva percorrere con qualche ora di cammino fra andata e ritorno. Si poggiò allo schienale della macchina e chiuse gli occhi. “Non addormentarti – disse suo padre – manca poco”, e gli lanciò un rapido sguardo. Esile, timido, dai lineamenti delicati, alto per la sua età, bravo a scuola, grande appassionato di libri e pensò, come tante volte, che lo avrebbe voluto sportivo, intraprendente… non sopportava di vederlo sempre con un libro in mano, quando leggeva si estraniava da tutto e quando lo si chiamava era necessario chiamarlo più volte, così aveva minacciato, quando era esasperato, di strappargli il libro che stava leggendo e addirittura il “suo” libro, quello letto e riletto innumerevoli volte. Quando non rispondeva a lui o a sua madre, perché troppo immerso nella lettura, qualche volta, lo aveva persino minacciato col braccio levato, terrorizzandolo, così grande e incombente su di lui, anche se in realtà non lo aveva mai sfiorato neanche con uno scappellotto. Sua madre, bella, dolce, sempre sorridente, lo comprendeva e lo giustificava, ma da qualche tempo non sembrava più lei, il bambino aveva capito che c’era qualcosa di nuovo, qualcosa che la coinvolgeva, ma non riusciva a capire cosa fosse e suo padre sembrava non preoccuparsene: che stesse male la sua mamma adorata? Ogni tanto la vedeva correre in bagno, ne usciva pallida ma “E’ solo un po’ di nausea”, lo tranquillizzava sorridendo, Una mattina il bambino aveva sentito che parlava con suo padre a voce bassa: “Allora glielo diciamo? – aveva detto lei – ho superato il terzo mese e fra poco si vedrà”. Era terrorizzato, poi aveva sentito suo padre ridere, erano usciti abbracciati dalla stanza e venivano verso di lui. “Dobbiamo darti una bella notizia, – aveva detto la mamma – avrai una sorellina o un fratellino. Non fare quella faccia, non sei contento? Vieni, ti faccio vedere l’ecografia, ora è così”, e sul tablet gli aveva fatto vedere quella Cosa, un alieno di profilo che si succhiava il pollice, con una testa enorme, delle braccine e gambe piccolissime, rispetto alla testa, e gli era venuto da vomitare, era scappato via ma aveva sentito quanto i suoi si dicevano: “Gli passerà, – aveva detto suo padre – lo porto con me la prossima settimana sulla Murgia, e alla fattoria il contatto con la natura, gli animali e i figli del fattore con i quali ha sempre giocato e sono persone concrete gli farà bene, e lo terrà lontano dai libri”. “Lascia che se ne porti qualcuno – aveva detto la mamma conciliante –, altrimenti la prenderà come una punizione e non lo merita, è bravo, studia, ha avuto una bellissima pagella…”. “Va bene – aveva concesso suo padre –, ma senza esagerare!”. Che sollievo! Dopotutto non gli dispiaceva di andare alla fattoria. Era corso a riempire uno zaino con alcuni libri che non aveva ancora letto e qualcuno che voleva rileggere, il suo libro, quello tante volte letto e riletto, lo avrebbe messo nella valigia, fra i suoi indumenti, era meglio che suo padre non lo vedesse. Raccontava la storia dell’amicizia fra un bambino e un Pirata, che non era il Pirata dei fumetti o come Capitan Uncino di Peter Pan, con la benda sull’occhio e una gamba di legno, un grande mantello e il cappello piumato… sì, il cappello piumato e il mantello li aveva, ma era un gentiluomo che alcuni secoli prima si era ribellato all’usurpatore del Regno che aveva imprigionato il legittimo Re e così i suoi beni erano stati confiscati ed egli era stato bandito dalle sue terre. Quindi aveva messo insieme un equipaggio di senza terra e ribelli come lui e aveva cominciato a solcare i mari lottando sempre per la giustizia e difendendo i deboli e gli oppressi. Aveva dunque il cappello piumato, alti stivali, un grande mantello, i primi fili d’argento nella barba nera e nei lunghi capelli ondulati, una voce profonda e una calda, allegra risata, ma la cosa più singolare è che il Pirata era… un fantasma! Un fantasma che solo il protagonista del libro poteva vedere, e che con lui aveva vissuto tante meravigliose avventure. Ora il libro era al sicuro nella sua piccola valigia e il bambino era pronto ad andare. Alla fattoria grandi accoglienze della famiglia, un giro per riprendere familiarità col luogo, con i ragazzi, gli animali, con la vita semplice e serena dei suoi abitanti. Aveva pianificato tutto con grande attenzione, era certo di non aver trascurato nulla: per due o tre giorni aveva messo da parte i libri, si era scalmanato con i figli del fattore in eccitanti partite di pallone riuscendo pure a segnare qualche rete, le due porte avversarie erano delimitate da due paletti infissi nel terreno e una fila di pietre per il perimetro, ma tanto bastava. Suo padre, che si sarebbe fermato per due o tre giorni per vedere se si fosse ambientato, telefonava soddisfatto alla moglie: il bambino aveva acquistato appetito e un bel colorito, sembrava ormai più interessato al pallone che ai libri, la sua cura stava funzionando. Lo avrebbe lasciato lì per almeno un’altra settimana, lui doveva assolutamente rientrare per il suo lavoro, poi, se lei se la fosse sentita, sarebbero tornati insieme per riportarlo a casa, sempre che non avesse mostrato il desiderio di fermarsi ancora alla fattoria. Dopo le raccomandazioni di rito al fattore e soprattutto alla moglie – che mangi, giochi ma non sudi troppo, non stia sempre con un libro in mano… – finalmente il padre era partito. Aveva calcolato che due ore e mezza sarebbero state sufficienti per arrivare al Castello e altrettante per tornare, quello che sarebbe accaduto una volta arrivato non poteva saperlo e non osava immaginarlo, quindi poteva essere di nuovo alla fattoria prima dell’ora di cena, quando tutti fossero rientrati e non se ne sarebbe accorto nessuno. Il fattore e i figli erano andati in una masseria vicina dove si sarebbero fermati per tutto il giorno, la moglie sarebbe andata al mercato di un paese vicino, lui avrebbe detto al fattore che l’avrebbe aspettata alla fattoria, approfittando del fatto di essere solo per qualche ora per leggere e fare qualche compito per le vacanze e a lei che sarebbe andato col fattore e i ragazzi. Tutto era andato liscio. Si era preparato due panini con due grosse fette di pane di Altamura, formaggio e salame, una bottiglietta di acqua minerale, scarpe da ginnastica e un cappelluccio in testa per ripararsi dal sole. Camminava ormai da ore, continuava a vagare senza una direzione precisa perché il Castello sembrava avvicinarsi e allontanarsi e quelli che gli erano parsi avvallamenti si rivelavano molto più alti e faticosi di quanto gli fossero sembrati, né c’era una strada da poter seguire. Il sole cominciava la sua discesa, come avrebbe fatto tornare a casa in tempo? Ma la sua meta doveva essere ormai sempre più vicina, ancora un tratto, ancora un po’ ma il sole era tramontato, non poteva arrendersi, poi, quando non ce la fece più si lasciò cadere per terra piangendo, aveva freddo e paura, calavano le ombre e il Castello, contro il cielo scuro, era una sagoma ermetica e minacciosa, oltretutto sapeva che sulla Murgia c’erano i lupi. Non aveva portato una giacca né un cellulare, suo padre glielo aveva promesso per la licenza elementare, assolutamente non prima, ancor due anni d’attesa, quindi. Si rannicchiò aspettandosi il peggio ma quando udì un fruscio accanto a lui si fece coraggio, aprì gli occhi che teneva serrati e lo vide: contro il cielo terso illuminato dalla luna piena, si stagliava la sua imponente figura, col manto nero che lo avvolgeva mosso dal vento, il grande cappello che gli lasciava in ombra il volto, la barba e la chioma fluente con i fili d’argento, gli alti stivali. “Sei venuto! Lo sapevo che saresti venuto!”, urlava fra i singhiozzi. Il Pirata si inginocchiò accanto a lui senza parlare, gli sfiorò la fronte, scottava, era evidente che tremava, non solo per il freddo ma per la febbre. “Sta con me, non lasciarmi - continuava ad implorare il bambino –, ti ho cercato tanto, lo sapevo che questo era uno dei tuoi castelli! Raccontami le tue ultime avventure”. Il Pirata lo avvolse nel suo mantello si sdraiò accanto a lui e cominciò a raccontare… “Fra un po’ sarà l’alba, ti staranno cercando e io devo andare”. “Ma tornerai? Tornerai?”, implorava il bambino fra le lacrime. “Prima o poi tornerò, ma sarò sempre con te, nel tuo cuore”. Lontano delle voci che chiamavano, quella angosciata di suo padre, il fattore, i contadini, i Forestali che si erano uniti alla ricerca, i cani che abbaiavano. “Ora devo proprio andare, loro non devono vedermi, ma tu sei salvo, piccolo amico”. Il Pirata arretrò lentamente poi si diresse verso il castello e l’eco della sua risata si perse fra le prime luci dell’alba. Così, tremante e febbricitante, ma sano e salvo, avvolto in uno sdrucito mantello nero, lo trovarono suo padre e gli uomini che lo avevano cercato tutta la notte. “Sei qui!”, l’alta figura di suo padre sembrava ergersi minacciosa sopra di lui che non poteva sapere l’immenso sollievo per averlo ritrovato. Le prime luci dell’alba facevano della Murgia un posto magico, l’imponente, massiccia costruzione era scura ed ermetica contro il cielo chiaro e l’uomo la guardava con gli occhi del bambino. Sorrise fra sé, che strano bambino, aveva pensato che lui fosse un antico Pirata, peggio, il fantasma di un Pirata. Ora certo lo avevano trovato e fra poco sarebbe stato a casa, al sicuro, del mantello nero un po’ sdrucito che gli aveva regalato il Parroco di un paese vicino, poteva farne a meno, gli servivano di più il cappello a tesa larga che lo riparava dalla pioggia e dal sole e gli alti stivali, indispensabili nei sentieri pieni di rovi. Non lo aveva portato al suo rifugio – nessuno sapeva dove vivesse –, avrebbero potuto accusarlo di rapimento. I Forestali lo conoscevano: non cacciava di frodo, non importunava nessuno, arrivava inaspettato e poi scompariva per mesi. Quando incontrava qualcuno salutava con un breve cenno del capo e procedeva per la sua strada. Nessuno gli aveva mai rivolto la parola perché la sua alta, scarna figura non incoraggiava indiscrezioni inopportune. Si avviò verso il castello, come lo chiamava il bambino. Era tempo di andare oltre. Il gruppo dei soccorritori aveva raggiunto il bambino, i cani abbaiavano, gli uomini urlavano gioiosamente: “E’ qui, è qui, sta bene”. Il padre si chinò su di lui e lo vide, così fragile, impaurito, – ma aveva paura di lui, di suo padre! – avvolto in un mantello nero piuttosto liso che, evidentemente, lo aveva protetto dal freddo della notte. “Dio ti benedica, chiunque tu sia!”, mormorò allo sconosciuto soccorritore. Poi prese fra le braccia il bambino, il suo bambino, e sentì che non lo voleva diverso, che lo amava per quello che era e lo strinse forte al cuore. Gli uomini si chiedevano di chi fosse il mantello e chi avesse protetto il bambino da tutti i pericoli della notte ma il Forestale che aveva riconosciuto il mantello sorrise: da lui non avrebbero saputo una parola. © Riproduzione riservata Marisa Carabellese A Niki

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