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Una città che divora se stessa Accusa del Laboratorio di città partecipata e di altre associazioni cittadine dopo alcuni interventi edilizi a Molfetta. Pronta una lettera di denuncia sull'area di Pansini Legnami
14 luglio 2006

MOLFETTA - Un grido di allarme per quanto sta accadendo a Molfetta ed al tempo stesso un invito a reagire, rivolto ai politici, soprattutto quelli di opposizione, ed ai cittadini tutti. Questo il senso dell'incontro pubblico organizzato ieri sera da un gruppo di associazioni cittadine - Archeoclub, ARCI/Cavallo di Troia, la Casa dei Popoli, Cittattiva, l'Altra Campagna, Lega Ambiente, Movimento del Buon Governo e le Passioni di sinistra - capitanate dal Laboratorio di città partecipata, che si sta occupando da tempo di indagare e denunciare una serie di interventi edilizi in città, attuati con procedimenti non lineari, che la stanno imbruttendo e rischiano di alterarne ulteriormente la vivibilità. Una denuncia, ha chiarito l'architetto Annamaria Gagliardi, coordinatrice del Laboratorio di città partecipata, che non punta ad “imbalsamare la città esistente”, evidentemente a parare in anticipo l'accusa di essere sempre e comunque contro, spesso rivolta agli ambientalisti o a coloro che, più in generale, si impegnano nella difesa del territorio, ma che piuttosto pensa ad una “pianificazione partecipata, che parta dalle esigenze di chi abita lì, dove questi interventi vengono fatti”. Sotto esame i casi dell'area di Pansini Legnami; degli edifici costruiti sulla strada, vale a dire quello sul suolo del catenificio Sallustio (nella foto) e l'altro, in fondo a Corso Fornari, sull'area di Pisani Legnam; delle villette buttate giù per lasciar posto a palazzi a cinque piani nella 167 e nel Lotto 2; e poi della rimessa per cavalli sorta improvvisamente ai margini della dolina del Pulo, cioè in un'area di interesse archeologico che, secondo le regole, dovrebbe essere rigidamente preservata al punto tale da non poterci piantare neppure una cicoria, figuriamoci farla calpestare dagli zoccoli degli animali. Per tutte le situazioni, tranne forse che per quest'ultima, un carattere comune, si tratta di interventi edilizi condotti sul filo delle regole, non tanto violate palesemente, quanto preventivamente sistemate, in maniera tale che, come efficacemente sintetizzato l'ing. Gregorio Minervini del Laboratorio di città partecipata, ora si tratta di capire “chi rimarrà alla fine con il cerino acceso in mano”, perché nel rimpallo fra Comune, Regione, imprenditori che hanno già tirato su i palazzi e non ultimi i cittadini che hanno comprato gli appartamenti, alla fine si rischia che tutto rimanga com'è e nessuno paghi. Il tutto sullo sfondo di un generale allentamento dell'attenzione e del rispetto delle regole, che sembra il trait d'union delle diverse situazioni. Per quanto riguarda l'area occupata fino a qualche giorno fa dai capannoni dei Legnami Pansini è stato evidenziato come la demolizione sia avvenuta, a cavallo delle elezioni amministrative, con una semplice DIA, senza tener conto che in città è ancora aperto un dibattito, che la stessa Regione nel marzo 2006 comunicò d'aver intrapreso ulteriori accertamenti e indicò al Comune la possibilità di autotutelarsi. In sintesi, ha sostenuto Gregorio Minervini, l'intervento in queste aree avviene “in conformità al PRG, che è però illegittimo, in quanto basato su una norma elaborata in un periodo di commissariamento, in assenza di un Consiglio Comunale che la potesse discutere ed esercitare diritto di vigilanza, in base alla quale si rendevano possibili lì interventi prevalentemente commerciali, sprovvisti però di standard”. Le stesse associazioni che hanno convocato l'assemblea di ieri sera hanno approntato una lettera, che sarà inviata a Comune, Regione e Procura della Repubblica, per chiedere la verifica della regolarità dell'intera operazione. In merito all'ex catenificio Sallustio e Pisani Legnami, il trucco, se si può definirlo così, è stato quello di consentire una volumetria tale da indurre a costruire anche sulla strada, allineando gli edifici a quelli che erano le antiche linee di delimitazione dei fabbricati lì preesistenti. Diverso il caso per quelle che tecnicamente sono definite B4, aree della 167 e del Lotto 2 all'epoca escluse dagli espropri per la presenza di ville e che il nuovo Prg classifica di completamento. Le villette sono state buttate giù per costruire palazzi di cinque piani, indici altissimi all'interno di lotti ristretti e monetizzazione degli standards. Con la conseguenza che anche per un quartiere di recente costruzione si ripresentano problemi antichi per la città: traffico, mancanza di parcheggi, di verde, di spazi comuni. È toccato ad Alina Gadaleta Caldarola, presidente dell'Archeoclub di Molfetta, esporre il caso di cavalli portati a dimorare in un'area confinante con il fondo Azzollini e con la dolina stessa del Pulo, con la costruzione di capannoni, strutture leggere sì, ma non compatibili con la tutela totale dell'area, dove semplicemente smuovere il terreno può determinare l'alterazione del deposito archeologico. La Sovrintendenza ha bloccato tutto, ma rimane il caso di un sito su cui sono stati investiti 5 miliardi per scavi e lavori che ne dovrebbero garantire la visita, che è stato inaugurato regolarmente ad ogni scadenza elettorale, ma che da due anni è in pratica abbandonato e viene, anzi, sistematicamente vandalizzato. Dai relatori e dagli interventi dei rappresentanti delle varie associazioni, è venuto a più riprese l'appello a fare un passo in avanti, non solo informare e denunciare, ma passare a progettare e coordinare un'azione, anche politica, di reazione. Ma, sarà per colpa del gran caldo e del clima da vacanze imminenti, non è parso che questo appello abbia trovato molte risposte, almeno ieri sera, nella sala della Fabbrica di San Domenico.
Autore: Lella Salvemini
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